Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

IL SILENZIO E LA PAROLA CONVERSAZIONFERAJOHNBERGEERRYSZARKDAPUSCINSKY Questo è il testo dell' "Incontro internazionale"del 14.11.94 organizzatoda"Linead'ombra" nell'ambitodelconvegno"vedere, capire, raccontare:letteraturae giornalismoalla finedel secolo" in collaborazionecon l'Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano. Ha condottol'incontro MariaNadotti. John Berger Ryszard Kapuscinsky è un viaggiatore geniale e probabilmente conosce il mondo più di chiunque altro. Attraverso i suoi scritti, egli ci dà la possibilità di seguirlo nei suoi viaggi e nelle sue osservazioni. Di tanto in tanto, mentre scrive, si ferma, alza lo sguardo al cielo e dice qualcosa di più generale. Per dare inizio a questa serata, vorrei leggere una frase dal suo ultimo libro, in cui egli improvvisamente interrompe il viaggio, per un istante smette di osservare la gente e dice: "Come Colombo viveva in un'epoca di grandi scoperte geografiche, in cui ogni spedizione navale modificava il quadro mondiale, così noi oggi attraversiamo un'epoca di grandi scoperte politiche, in cui rivelazioni sempre nuove cambiano incessantemente il quadro della contemporaneità", ossia il significato dell'essere vivi al giorno d'oggi. Mi piacerebbe usare questa citazione come argomento di questa serata: stasera, almeno per iniziare, parleremo della relazione tra storie, scrivere, se preferite, letteratura, o in altre parole racconti stampati e vita vissuta. In che cosa consiste questo rapporto? È qualcosa di molto misterioso. Io ho una figlia, Katia, che ha sposato un greco e vive ad Atene. Cinque giorni fa, ho ricevuto una sua lettera in cui mi raccontava una breve storia. Anche in Grecia si è verificata un'alluvione, come in Italia, anche se di dimensioni più modeste. Ma prima dell'alluvione, dice Katia nella lettera, Atene è stata il teatro di un'altra tragedia, molto più intima, di entità molto minore, che non ha trovato spazio nella stampa mondiale. L'autista dell'autobus N° 222, che mia figlia prende ogni mattina per andare al lavoro, perse il controllo e 1'autobus, dopo aver sbandato fino ali' altro lato della strada, investì un gruppo di persone che aspettavano alla fermata, principalmente studenti diretti all'università. Nove di loro rimasero uccisi, soffocati sotto l'autobus e molti altri furono feriti, alcuni gravemente, e portati in ospedale. Il giorno dopo, Katia prese 1'autobus N° 222, scese alla solita fermata, quella dove era avvenuto l'incidente, e vide un gruppo di tre o quattrocento uomini anziani, che parlavano appassionatamente e con grande concitazione, il genere di uomini che si vedono solitamente seduti al bar, a giocare a carte o a backgammon. Ma quella mattina erano tutti fuori. Mia figlia pensò che si stesse svolgendo un comizio o una specie di manifestazione, magari per i tagli delle pensioni. Invece, si trattava di ben altro: quei tre o quattrocento uomini, erano riuniti per discutere e commentare l'incidente del giorno prima. Uno di loro diceva: "È stato qui che ha perso il controllo e ha investito quel vecchio". E un altro rispondeva: "No, è impossibile, perché se quel vecchio fosse stato qui, non si sarebbe rotto le gambe, che Dio lo protegga e gli salvi l'anima. Ora è in ospedale e magari in punto di morte." La discussione continuò a lungo. Mia figlia rimase lì per un'ora, poi dovette proseguire per recarsi al lavoro. Il giorno dopo, quando Katia scese dall'autobus, c'era un gruppo più esiguo, ma pur sempre di un centinaio di uomini che continuavano a discutere. E la lettera continua così. Quando la gente parla di Atene come della culla della democrazia europea, mi fa venire la nausea: non è altro che retorica e nessuno capisce quello che veramente succede ad Atene o in Grecia. Ma gli ateniesi hanno una caratteristica: la capacità di commentare gli avvenimenti, di criticarli, di dare loro un significato e di trarne conclusioni, che, solitamente, commenta Katia, vengono subito dimenticate. Improvvisamente mi resi conto, continua Katia, che quegli uomini erano il coro di una tragedia greca, che recitavano esattamente nello stesso modo. Questa storia, realmente successa un paio di settimane fa, ci dice qualcosa sul misterioso rapporto che lega la vita vissuta e la letteratura. Forse è giunto il momento di fare delle distinzioni tra i racconti e forse anche di abolire, almeno per il momento, la parola "fiction". La fiction fu inventata nel 19° secolo, quando la gente trascorreva lunghe serate accanto al camino, passando il tempo a leggere del mondo. Prima del 19° secolo, la vitaera più sedentaria, meno soggetta ai cambiamenti e meno sicura. Aquel tempo venivano raccontate e ripetute tante storie, che però non venivano considerate "fiction". Esse, proprio perché venivano raccontate e ripetute, erano una commistione di fatti e leggende. E le leggende non erano meno importanti dei fatti. Omero faceva della fiction? Sarebbe impossibile rispondere a questa domanda, perché la parola "fiction" diventa troppo piccola, come sempre avviene quando ci avviciniamo all'inizio delle cose. Oggi, i cambiamenti avvengono anche più rapidamente di quanto succedeva nel 19° secolo, sebbene, come osserva Ryszard, "i cambiamenti di ordine politico si svolgono a una velocità molto diversa da quella della vita quotidiana, la vita materiale, la vita di ogni giorno, in cui per la maggior parte della gente non cambia quasi niente e se qualcosa cambia, cambia quasi sempre in peggio." Tuttavia, assistiamo a enormi cambiamenti in campo tecnologico e nella sfera della politica i mutamenti vengono molto drammatizzati. L'informazione è diventata un bombardamento continuo. I viaggi, siano essi per diletto o per necessità economica, come nel caso delle

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