22 INCONTRI/ MANEA Fotodi KrzysztofPawela/Grazia Neri ancora maggiori. Nell'atmosfera di opportunismo generalizzato, la paura e il sospetto erano difficili da vincere ... Il sistema, uno dei più astuti e dei più sadici, sapeva perfettamente come mantenerli, enfatizzarli, manipolarli. Che cosa la determinò a scegliere la via dell'esilio nel 1986? Per uno scrittore la cui patria è, in primo luogo, la lingua ("la lingua era ilmio solo sostegno") si trattava di affrontare un' esperienza estremamente dolorosa e traumatizzante. La sua decisione aveva a chefare con le vicissitudini di scrittura e di pubblicazione del romanzo La busta nera, che lei ha raccontato nel saggio Le rapport de censure ("Les Tempes Modernes", luglio 1990)? Aveva perso tutte le speranze di poter scrivere e pubblicare in quelle condizioni un'opera che fosse veramente sua? L "' esilio interiore" a cui erano condannati gli scrittori non opportunisti era diventata una soluzione insostenibile? Per quanto dura sia la situazione, non è facile staccarsi dal proprio paese, dalla propria lingua. La mia vulnerabilità avevo imparato, a poco a poco, a dissimularla, a proteggerla, a convertirla in energia di lettura e di scrittura. Che fare di questa vulnerabilità in esilio, in Occidente? In tutti quegli anni, sarei potuto emigrare, legalmente, in Israele. Mi ostinai a resistere, nel vasto domicilio della mia lingua e nel domicilio sempre più stretto, buio e ostile del paese in cui ero nato. Malgrado le sofferenze e le umiliazioni che mi erano state riservate fin dall'infanzia, e che continuavano, in altro modo, guardavo addirittura con una certa qual condiscendenza coloro che fuggivano in cerca del meglio. In quegli anni vissuti in Romania, nella società "multi lateralmente sviluppata" cosiddetta socialista, mi pareva che fossimo diventati tutti talmente "ebrei" che lamentarmi del soprappiù riservato all"'allogeno" sarebbe stato indecente. E, tuttavia, nel 1981, quando il nazionalismo, lo sciovinismo e l'antisemitismo raggiunsero un livello disgustoso, ebbi, di colpo, la sensazione che potesse tornare l'incubo degli anni '41-'42. Protestai per primo, allora, in un'intervista pubblicata sulla rivista "Familia", contro il famigerato manifesto nazionalista e antisemita intitolato Ideali, uscito sulla rivista ufficiale "Sapta111Jna", una sorta di organo culturale mascherato della Securitate. L'articolo apparteneva a uno dei più penosi e volgari pubblicisti del Partito, che oggi occupa un posto importante nel nuovo Parlamento della Romania. Venni immediatamente fatto segno di violenti attacchi sulla stampa ufficiale, che continuarono per molto tempo, ancora nel 1982. Ero chiamato "antipartito", "cosmopolita", "extra-territoriale", ecc ... La pressione intorno a me continuava a crescere, la avvertivo alla pubblicazione di ogni testo. Esisteva già un alone nero anche intorno al mio nome; lo potei constatare nelle "trattative" con i censori per il mio libro di saggi Di contorno, pubblicato nel 1984. L'avventura della Busta nera fu un vero incubo. La speranza senza speranze che mi aveva tenuto legato al luogo e alla lingua si chiamava letteratura. La chimera continuava però a dissolversi, e pareva allontanarsi, stanca, insozzata, sfilacciata, impaurita, come già ero io stesso. Non accettai, tuttavia, il pensiero della rottura neppure quando, nel 1987, trovandomi a Berlino, appresi che l'arrogante Consiglio della Cultura e dell'Educazione
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