Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

di intimità, di personalizzazione, l'io poteva resistere alle continue pressioni esterne. Vale a dire, attraverso le letture, l'amicizia, l'amore, la fede, il sesso; tutto ciò che poteva essere posto al riparo dalla proprietà di stato sui nostri pensieri e sul nostro animo, ciò che poteva essere preservato come l'ultima, segreta, codificata ricchezza (e vita) personale. Come diceva Primo Levi del lager, anche "pensare e osservare erano fattori di sopravvivenza". Nessuno, però, è scampato illeso. I sopravvissuti sono le vittime parziali (le vittime totali sono i morti), ma le loro ferite sono durature. Sì, il racconto Iniziazione, può essere ricondotto alla mia esperienza personale. Ero conteso, nell'adolescenza, dall'utopia comunista e dalla tradizione della mia famiglia che, senza essere di stretta osservanza, conservava alcuni rituali ebraici più importanti. A tredici anni, ero un adolescente comunista, sognatore e focoso, ma la mia famiglia voleva festeggiare, a tutti i costi, la mia maggior età ebraica, l'ingresso nel mondo degli uomini, secondo la tradizione. A diciassette anni, ero già guarito dalle illusioni comuniste ... e non era affatto un merito particolare: bastava non essere ciechi, non essere sedotti dal vizio e dalle avventure della menzogna, non volere a ogni costo una promozione sociale. Il distacco dal comunismo non ha significato, però, il ritorno alla tradizione ebraica. In Iniziazione l'eroe sceglie, alla fine, una terza via, quella della creazione, dell'arte. Sceglie, cioè, la chimera della scrittura. È il suo modo di conferire durabilità e perfino trascendenza ai suoi simili che abbandonano, a poco a poco, la biografia del luogo e finanche la propria biografia. È, in definitiva, il tentativo di conferir loro, per mezzo dell'arte, una posterità. La letteratura è stata una grande chance nello sforzo di resistere alla degradazione, di sopravvivere al buio. Durante il blocco di Leningrado, in piena guerra, quando la gente mangiava topi e moriva di freddo, molti trovarono una forza rigeneratrice straordinaria nel rileggere Tolstoi e Dostoevskij. Primo Levi, ad Auschwitz, era rinato rileggendo Dante, non poesie antifasciste. Nelle condizioni del regime socialista, la letteratura ha potenziato questa chance come dialogo rivitalizzante con le voci alte di amici invisibili. Sono esistiti nella mia biografia di lettore, non soltanto in quello di scrittore, il momento Proust, il momento Faulkner, il momento della letteratura latino-americana, il momento Joyce. Mi è difficile dimenticare il gioioso turbamento che ho provato leggendo Musi!, Kafka, Svevo, Schultz o molti libri della letteratura americana contemporanea. Mi interessava, in modo particolare, I '"incrinatura" moderna dell'arte, la sua espressione letteraria. I libri di un altro mondo mi aiutavano a tornare, dopo ciclici periodi di depressione, alla scrittura. Come mi avevano aiutato, nell'adolescenza, i libri dei grandi scrittori russi, tradotti in abbondanza nel periodo stalinista (Turgenev, Puskin, Lermontov, Cechov, Tolstoi, Goncarov e, in seguito, Dostoevskij), a resistere ali' instupidimento prodotto dal "realismo socialista" e a tenermi il più lontano possibile dalla letteratura ufficiale. Gli scrittori e il regime: mi rendo conto che si tratta di un argomento assai complesso. Può almeno abbozzarlo? Che cosa si può dire di un regime comunista, in cui il temuto ideologo del Partito [si tratta di Dumitru Popescu, nota di M.C.], un personaggio di un cinismo assoluto, era lui stesso un fine "saggista" e un poeta con fantasticherie "idealistiche", che evitava con cura, nelle sue "opere", di rendere omaggio al Partito, come pretendeva dagli altri? Questo detestabile Clown Bianco dagli occhiali neri, che rimase fino alla fine accanto al Dittatore, da lui definito, una volta, "un nuovo Pericle", tentò, alla televisione romena, subito dopo la caduta del suo Capo, di rivolgersi al. .. INCONTRI/ MANEA 21 Popolo. Di rivolgerglisi come un "liberatore"! L'ex membro del Comitato Esecutivo non solo scriveva poesie e saggi "elitari" o discorsi, pernulla elitari, per il comunista n. 1 del Paese, ma anche romanzi. Romanzi sempre più "delusi" sul sistema che lui stesso impersonava e che oggi, chissà, gli potrebbero addirittura servire da circostanze attenuanti. Dubbiose le "circostanze" di ieri come le "attenuanti" di oggi ... Naturalmente, i censori non osavano contraddire lo stesso Censore, cioè Dio (era questo il soprannome del sinistro ideologo-capo: DIO). La lente con la quale venivano letti dalla censura i testi degli autori sospetti, come me e come parecchi altri, era sostituita, nel caso del Compagno Dio, da un candido sguardo di complicità. E dobbiamo meravigliarci se oggi, dopo un modesto soggiorno nella prigione postcomunista, l'ex Ideologo del Partito Unico rinasce, come critico severo del sistema comunista, in nome della democrazia?! ... Ho dato questo esempio, tra i molti possibili, perché la situazione della Romania degli ultimi decenni era così perversa, degenerata, insozzata, paradossale, che occorrerebbero decine di complicati studi sociologici per descriverne la "complessità" e decine d'anni di terapia sociale per ridurne gli effetti. In quell'ubiquo meccanismo della corruzione, dell'ipocrisia e della mascherata non solo era estremamente difficile rimanere onesti, ma si doveva essere sempre attenti onde evitare che la stessa onestà fosse manipolata a favore del sistema. In Romania, la dissidenza non assunse le dimensioni che ebbe in altri paesi "socialisti". Il solo scrittore dissidente, nel senso pieno della parola, fu Paul Coma, costretto ad espatriare nel 1977. Come si spiega questa "diversità"? Intorno agli anni Ottanta qualcuno mi diceva, a Bucarest, che la sola situazione in cui si sarebbe potuta verificare una rivolta contro il sistema era questa: un gruppo di dieci o venti coraggiosi o dissennati parte da un quartiere periferico di Bucarest, ad esempio Balta Alba; la polizia tarda a fermarli, nella loro marcia verso il centro. Il corteo sarebbe via via cresciuto: cento, duecento, mille persone ... Prima di arrivare in centro, ali' Università, sarebbero state centomila, nessuno avrebbe più potuto fermarle e sarebbe stata la fine. (Che sia stato questo lo "schema" nel 1989? ...). Nel 1945, quando l'Armata Rossa occupò la Romania, il Partito Comunista Romeno contava meno di mille membri. Nel 1989, quando il comunismo è caduto nell'Europa dell'Est, il Partito Comunista Romeno aveva quasi quattro milioni di membri, il numero più alto, in percentuale, di membri di partito nell'Est. In questo Partito non credo che esistessero, nel 1989, mille comunisti autentici ... La Romania non ha, storicamente, una tradizione rivoluzionaria, ma solo casi di rivolte violente. E dobbiamo ricordare che neppure in Cecoslovacchia "Charta 77" ebbe grande seguito ... Diversa era la situazione quando il malcontento generale poteva contare su strutture sociali di opposizione, come la Chiesa in Polonia (quando nacque Solidarnosh), come la parte riformista del partito (nella primavera di Praga), ecc ... Queste potenziali strutture sociali di opposizione non esistevano in Romania. Esisteva, per contro, una generale e ben manipolata atmosfera di paura e di sospetto. Come pure una ben manipolata atmosfera nazionalista e patriottarda, che faceva presa anche su alcuni intellettuali. Gli stessi dissidenti erano sospettati, anche da gente onesta, come elementi "infiltrati", e quelli che li sostenevano, lo stesso. Dissidente, come ebreo? Sarei stato trattato come un ebreo, non come un dissidente ... Non solo i pochi dissidenti dovettero abbandonare il paese, ma anche i loro pochi sostenitori. Non erano molti quelli che volevano abbandonare il loro paese o che erano disposti a rischiare di doverlo fare; o ad assumersi rischi

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