Norman Manea SOPRAVVIVERE AL BUIO IncontroconMarcoCugno È uscito di recente nei "Narratori" Feltrinelli Un paradiso forzato, il suo secondo libro tradotto in italiano. Il primo, Ottobre ore otto, è stato pubblicato da Serra e Riva nel 1990. Lei ha lasciato la Romania durante la dittatura di Ceausescu e, dopo un breve soggiorno in Germania, vive da alcuni anni negli Stati Uniti. Vuol ripercorrere, per il pubblico italiano, la sua biografia? Alla fine della guerra, nel 1945, quando tornai dal lager in cui ero stato deportato insieme alla mia famiglia e a tutti gli ebrei della Bucovina dal governo Antonescu, alleato di Hitler, avevo nove anni. Ricevetti un regalo, per il mio compleanno, un libro di fiabe romene. Fu per me un momento essenziale: scoprii, affascinato, il miracolo della parola, mi innamorai dei libri, della lingua. La magia della letteratura iniziò allora, probabilmente. Una profonda e ineffabile aspirazione ali' altro, al di là della banalità e della vanità quotidiana. Malattia e terapia, al tempo stesso. Un'ossessione che ha intensificato o deviato o deformato, in un modo specifico, gli episodi della biografia. Finito il liceo, avrei voluto studiare lettere, naturalmente. La mia famiglia era già intimorita, credo, dalle mie letture e dai miei interessi, ma anche dalla vulnerabilità che sospettava in me. Scelsi ingegneria non perché fossi attratto dai vantaggi che offriva una "professione sicura". Si viveva ancora in pieno periodo stalinista senza Stalin e io speravo di potermi difendere, almeno parzialmente, esercitando una professione concreta e utile, dalla pressione ideologica diffusa, disgustato com'ero dalla vuota demagogia di cui si compiaceva la "letteratura socialista" di quegli anni, ancora intensamente proletcultista. Spesi gli anni migliori della mia giovinezza in una professione del tutto inadatta e assai faticosa. Ma così ebbi modo di conoscere, direttamente, uomini e situazioni estremamente interessanti, altrimenti inaccessibili. Facevo l'ingegnere, ma continuavo a leggere molto e a scrivere. Verso la metà degli anni Sessanta, al tempo della cosiddetta "liberalizzazione", iniziai a pubblicare. Esordii nel 1966, nella minuscola rivista "Povestea Vorbii", di un ineguagliabile "scopritore" di talenti, M.R.Paraschivescu. In appena sei numeri, prima che venisse soppressa, la rivista lanciò, dalle sue quattro minipagine, degli sconosciuti che in seguito sono entrati nel novero dei più importanti poeti e prosatori della letteratura romena contemporanea. Nel 1969, uscì il mio primo libro di racconti, La notte dal lato lungo, con la prefazione dello stesso M.R.Paraschivescu, che pensava di aver fatto con me il suo grande "colpo" ... Ne seguirono altri, nel corso degli anni. Potrei scrivere, probabilmente, un volumetto sulle "avventure" editoriali e censorie di ogni libro pubblicato, apolitico o "politico" che fosse. Fino al 1986, sono comunque riuscito a pubblicare in Romania, nonostante tutto, dieci libri (tra racconti, romanzi e saggi). La gioia della lettura e il fervore dei progetti letterari compensa molte delle miserie della realtà. Lo scrittore trova rifugio nei libri, nella lingua, "anche quando la lingua è il tedesco e lo scrittore ebreo", come diceva Celan ... La vita è imprevedibilmente breve, non si possono iniziare troppi cambiamenti, se si vuol realizzare qualcosa - così pensavo negli anni vissuti, come scrittore, in Romania. Quando tutte le speranze erano ormai cadute, ho continuato a rinviare la partenza e, quando sono stato costretto ad andarmene, ho continuato a sperare di poter tornare ai miei libri, alla scrittura, alla mia lingua. Ho esitato molto, moltissimi, prima di accettare l'esilio. Ho lasciato la Romania nel 1986, al "limite del limite", con un visto turistico di un mese. Non ero affatto deciso a rimanere all'estero. Ma non sono più tornato, neppure per una visita. Nel 1988, quando ero già aWashington, è morta mia madre. Nel 1989, mio padre, che allora aveva ottantun anni, è emigrato in Israele. Che cosa ha significato per lei essere ebreo? Si sentiva, innanzitutto, romeno o ebreo? Le è accaduto, in un paese dove "ha cercato davvero di trovare le sue radici", ma dove il nazionalismo ha imboccato, a più riprese, la strada dell 'antisemitismo, di sentirsi "diverso"? Freud si domandava, a ragione, che cosa rimane di ebreo quando non si è religiosi, non si è nazionalisti e non si conosce la lingua della Bibbia. Ossia che cosa rimane di ebreo in un ebreo che ha perduto tutto ciò che lo definirebbe come tale. Molto, forse addirittura l'essenziale, rispondeva I' ultrassimilato ebreo austriaco, senza tuttavia definire l'essenza. Quando scopri la tua ebraicità a cinque anni, si annullano tutte le tue opzioni, sei collegato di colpo a una antichissima tragedia collettiva. L'Olocausto è stato, troppo precocemente, la mia prima brutale iniziazione all'esistenza. Il totalitarismo comunista ha significato, in seguito, non soltanto il divieto e l'annullamento della tradizione, ma anche una completa istruzione alla condizione di marginale e di sospetto. Infine, l'esilio mi ha restituito, alle soglie della vecchiaia, alla premessa di straniero e di nomade, a cui credevo di aver trovato una soluzione radicandomi nella lingua e nella cultura del paese dove sono nato. L'ebreo non è definito, tuttavia, solo dall'avversità degli altri, come credeva Sartre, e non basta neppure nascere da genitori ebrei, come Gesù di Nazareth. È quel che fa la storia e quel che fa ognuno di noi di questa "sventura", come diceva Heine, a definirci alla fin fine. La Diaspora millenaria ha reso difficile la definizione del- !' identità ebraica, non solo perché l'ebreo è anche russo, romeno, argentino, americano o addirittura israeliano. La trascendenza giudaica rimane contraddittoria, paradossale, ma resistente ai disastri; sicché, è anche facilmente demonizzabile nel mondo ostile in cui, da sempre, si rivela. 11destino ebraico non è, in fondo, che l'esacerbazione, attraverso la sofferenza, del destino umano. Un esilio passeggero nell'avventura terrestre, una sarcastica iniziazione al dramma
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