Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

multietnico è bello, è bello solo quello che noi conosciamo. E adesso, forse, è più possibile che allora. I miei rapporti con la politica sono legati alla Resistenza. La Resistenza è stata l'esperienza che ha influito maggiormente su di me. Sono salito in montagna 3 giorni dopo l'arrivo dei tedeschi. Dopo la Liberazione ho diretto per un anno e mezzo "Giustizia e libertà". Mi sono sempre particolarmente interessato al problema economico, e ho sempre cercato di non schierarmi con qualcuna delle diverse anime del Partito d'Azione. Partito in cui ho militato sino a quando è stato possibile. Ho tentato di vivere al di fuori delle divisioni, perché mi era difficile scegliere tra le diverse fazioni. Ma non era semplice e perciò quando mi hanno proposto di andare a dirigere l'Istituto Italiano di Cultura a Mosca ho accettato volentieri. A propormelo fu l'avvocato Brosio, che incontrai per strada in corso Siccardi. "È vero, dottor Venturi, che lei conosce il russo?" "Se è per riuscire a leggere un fondo della 'Pravda' me la cavo bene. Tanto scrivono sempre le stesse cose". Ho vissuto in Russia con mia moglie, che ha imparato il russo con straordinaria capacità linguistica. Ho potuto vedere da vicino che cosa era l'Unione Sovietica e il comunismo, e che cosa sono purtroppo gli italiani quando vogliono chiudere gli occhi di fronte alle tragedie. Quando sono tornato in Italia, ho vinto la cattedra di Storia Moderna all'Università di Cagliari. Non ho più fatto politica attivamente, anche se sono stato per un periodo vicino al Partito Socialista. Non penso che si possa parlare di una "tradizione gobettiana". Non è una tradizione è una problematica. È il rifarsi ad alcuni elementi di un pensiero e di un'opera che vanno continuamente e attentamente storicizzati e ripensati. Le "tradizioni" sono sempre rischiose. Si ricordi di quello che diceva Mussolini quando gli facevano notare che l'Italia stava andando a rotoli: "Se l'Italia va a tocchi basta mettere due piemontesi nel posto giusto per risollevarla". Ecco perché anche l'esperienza del Partito d'Azione non deve diventare una tradizione. Come studiosi abbiamo il compito di interrogarci sul perché esiste una volontà di capire "certe cose" che si può vedere solo in "alcune correnti culturali" e non in altre. Subito dopo la guerra c'è stato un cambiamento notevole. La fine del fascismo e del nazismo ha portato la cultura italiana ad avere contatti internazionali che prima non c'erano. La mia generazione è riuscita ad uscire dal suo piccolo mondo. Ognuno di noi con il proprio stile e il proprio metodo di lavoro. Chi impegnandosi più direttamente nel dibattito e nell'attività politica e culturale pubblica, chi - come me - dedicandosi alla personale attività di ricerca, di approfondimento storico. Mi ricordo di un incontro con Salvatorelli. Mi indicò la Storia della Rivoluzione Francese di Thiers e mi disse: "Vedi Franco, questa opera come sai è molto criticata, ma tu leggila lo stesso perché qui dentro i fatti ci sono tutti". Fu la mia prima lezione di storia! Salvatorelli era amico di mio padre. Anche se sulla questione dell'interventismo nella prima guerra mondiale si erano divisi. Mio padre era un interventista, Salvatorelli no. In lui c'era un elemento di freddezza, era un uomo con cui era difficile e~trare in contatto. Mi sono chiesto il perché molte volte e sono giunto alJa conclusione che dipendeva da una sua forma di misticismo religioso, penso che in questo era molto umbro! Il Pensiero politico dal 1700 al 1870 è un libro importante. Oltre che per il contenuto, è un libro perfettamente tagliato dal punto di vista politico, è un libro uscito nel momento giusto, in un momento in cui iniziava la crisi egemonica del fascismo. Mi sentirei perciò di definirlo un "gesto politico" in tutti i sensi. MEMORIA/ VENTURI 15 COSMOPOLITISMOEREALTÀLOCALI Franco Venturi Poche parole desidererei dire al signor Sindaco, ai colleghi, agli amici: voglio solamente sottolineare, se possibile, i rapporti tra il cosmopolitismo illuminista, che ha guidato ogni studioso di questi campi, naturalmente, e d'altra parte la vita locale, le radici locali di quel che si è svolto. Questo rapporto è molto interessante, e certamente anche qui, quando si pensa - vogliamo esser semplici - alla mia carriera universitaria, cominciata a Cagliari, dove sono stato cinque o sei anni, poi fortunatamente a Genova, dopodiché a Torino: lo vedete, l' "antico regime"! Non è una cosa di cui mi vanto, ma è così. Perciò, quando entro qui e vedo questi banchi, sento queste parole, per me è veramente una cosa toccante, perché ci ritrovo quello che è il destino di molti. Quando leggiamo altri aspetti della cultura storica del!' epoca di Chabod, sempre, credo, ci ritroveremo difronte a questo doppio elemento, che è vivo e importante. Quella recensione del mio libro su Diderot, che vennefatta epubblicata da Omodeo1 , è certamente una delle cose di cui sono più fiero, perché èmoderno Omodeo, e tutto questo è vero, ma c'è questo legame con il passato: credo che sia questo l'elemento. Recentemente sono state pubblicate le lettere di Omodeo a Croce di quel periodo e si vede Omodeo che scrive della bellezza di quello che lui vede: tutto questo da Bra, perfino2 • Anche lo studioso di queste lettere, che ha capito benissimo l'aspetto filosofico, quando si è trattato di collocarlo unpo' di più, ho l 'impressione che non abbia colto tutto quello che doveva. Non ho certamente l'idea che tutto quello che avrei potuto fare l'ho fatto, ma comunque ne ho tratto questo. Giovani e meno giovani, pensate sempre che le radici locali e legrandi idee che spazzano il cielodell 'Europa non possono mai essere separate. (Breve intervento di Franco Venturi a conclusione della cerimonia di conferimento del Sigillo Civrco del Comune di Torino, svoltasi nella sala del Consiglio il 12dicembre 1994,due giorni prima della sua scomparsa. Si ringrazia il Presidente del Consiglio Comunale di Torino, Domenico Carpanini, per aver fornito la trascrizione dell'intervento per la pubblicazione anche in questa sede.) Note 1)La recensione di Adolfo Omodeo allaleunesse de Diderot di Venturi (Paris, Skira, 1939) fu pubblicata su "La Critica", 1939 (XXXVIII), V, pp. 378-380 e successivamente in A.Omodeo, Il senso della storia, a cura di Luigi Russo, Torino, Einaudi, 1948, 1955 2) Venturi si riferisce alle lettere scritte da Adolfo Omodeo nell'agosto 1939, di ritorno da un viaggio di studio a Parigi, durante un breve soggiorno a Bra, dove il figlio Pietro faceva il servizio militare.

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