Linea d'ombra - anno XIII - n. 101 - febbraio 1995

1O MEMORIA/ VENTURI Foto di Giovanni Giovannetti una gran messe di studi e lo stesso Venturi tornerà, in tempi meno calamitosi, sull'argomento. Già individuato era però il nesso inscindibile tra l'utopia e le riforme, vale adire tra il febbrile scatto delladicontinuità del pensiero c1itico e il concreto e fattivo operare, a contatto con le istituzionipolitichee lerealtà sociali, in vistadel meglio. In questo quadro si inserisce anche il lavoro sul riformatore piemontese Dalmazzo Francesco Vasco (1732-1794), pubblicato a Parigi nel 1940. Arrivò comunque subito il periodo della prigionia, e dell'impegno militante, cioè di Nada - nome di battaglia acquisito dal partigiano Venturi in memoria degli spagnoli conosciuti durante l'internamento-o dell'Uomo dagli occhi di pantera, altro nome di battaglia di Venturi. L'intransigentismo azionista, vissuto come erede dell'illuminismo, fu comprensibilmente il suo credo politico negli anni della Resistenza. Anche nel fuoco della guerra partigiana, del resto, Venturi non evitò di esibire le robuste ragioni intellettuali del proprio impegno. Fu per questo, ancora molti anni dopo, affettuosamente canzonato da Giancarlo Pajetta. La prefazione all'edizione einaudiana del 1944, riproposta senza nulla mutare nel 1983, dell'Esprit de conquete di Benjamin Constant (Conquista e usurpazione, nella traduzione italiana di Carlo Dionisotti), mise del resto in luce le ambiguità del liberalismo moderno e insieme i problemi che la battaglia politica contro il dispotismo comportava e comporta. Difficile, dunque, anche per chi aveva una prepotente vocazione per gli studi, fu nel 1945 la smobilitazione. Lo stesso Venturi, così, non pensò subito, come ebbe a scrivere a Giulio Einaudi, ali' insegnamento universitario. Diresse a Torino l'effimero, e pur interessantissimo, ancora oggi, quotidiano del Partitod' Azione. Nel 1946, tuttavia, nella "Biblioteca oltremontana" delle fiorentine edizioni U, vale a dire per "l'amico e maestro Aldo Garosci", pubblicò un testo, Le origini dell'Enciclopedia, destinato a diventare celebre soprattutto a partire dal 1962, quando venne riproposto da Einaudi. Venturi cominciava a raccogliere a piene mani quel che aveva seminato nell'immediato anteguerra. Solo pochi erano però ormai in grado di sapere che Le origini dell'Enciclopedia erano praticamente il capitolo successivo di una ricerca iniziata con la Jeunesse de Diderot, un testo rarissimo e divenuto quasi leggendario sino alla riedizione del 1988, nell'originale italiano, presso Sellerio. Storia delle idee, della trasmissione della cultura, della politica, del pensiero politico, dell'editoria, ma anche delle mentalità sociali e religiose, s'intrecciavano indissolubilmente. Una grande avventura intellettualee storiografica era ormai partita con fermezza e senza clamori, un'avventura priva sin dal suo inizio di ambiti concettuali predeterminati e di confini territoriali: Francia, Italia, Russia, spazi tedeschi ed euroorientali, spazi nordamericani, inglesi ed eurooccidentali, lostoricoprocedeva con grande naturalezza in lungoe in largo. Non vi era un ubi consistam in cui ritagliare una qualche comoda nicchia "specialistica". L'opera di Venturi, infatti, partecipava intimamente, e con grande respiro, di quella sensibilità cosmopolitica che fu propria del Settecento. Si vedeva del resto, sin dal 1937, che ogni passo compiuto poggiava non su un qualche itinerario accademico, ma sulla curiositàintellettualeconnessacon lapassionepolitica. Le scarnepaginette introduttiveal librodi Constantavevano inoltrefatto intravedereuna gran competenza in tema di dibattito storiografico sulla rivoluzione francese: tale competenza fortunatamente non restò inespressa e nel 1948 poté uscire Jean Jaurès e altri storici sulla rivoluzionefrancese, un libro che affrontava di petto gli stessi nodi politici,mai asettici,delle tesi storiogra-

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