Alberi Camus ESISTENZAESTORIA Due risposteaE.D'Astierde la Vigerie I. Dov'è la mi.stificazione? Sorvolerò sul titolo, secondo me incauto, della sua risposta•. Sorvolerò puresudueo tre contraddizioni, di cui non intendo farmi forte: non m'interessa avere la meglio, ma rispondere sull'essenziale. E qui comincia la difficoltà: perché lei non ha toccato l'essenziale, e leobiezioni che mi muove mi sembrano per lo più secondarieo fuori luogo.Se vogliocomeprimacosa risponderead esse è solopersgombrareil campo. In effetti, contestare la non-violenza non significa contestare me: ionon l'ho mai difesa,ed è un atteggiamentoche mi si attribuisce per comodità di polemica. lo non penso che ai colpi si debba risponderecon labenedizione. Credo che la violenzasia inevitabile:gli anni dell'occupazioneme l'hanno insegnato.Peressereesplicito, ci sono state inquel periodo terribili violenzeche nonmi hanno creato alcun problema. Non dirò dunque che occorre eliminare ogni violenza,cosa desiderabile ma ineffetti utopica:dico semplicemente che bisogna rifiutare alla violenza ogni legittimazione, vengaquestada una ragiondi stato assolutao da una filosofiatotalitaria. La violenza è aJtempo stesso inevitabile e ingiustificabile. Credo che se ne debba mantenere il carattere e<:cezìonale,limitandola il più possibile.Nonpredico dunque lanon-violen1,.ad,ella cui impossibilità sono sfortunatamente a conoscenza, e neppurecome dicono gli spiritosi - la santità: mi conosco troppo bene per credere alla virtù assoluta. Ma in un mondo in cui ci si adopera a giustificare il terrore con opposti argomenti, penso che si debba porre un argine alla violenza, limitarla a certi campi quando non la si puòevitare. attuiime i terribili effetti impedendoledj giungere al colmo del suo furore. Ho orrore della violenza comoda; ho orrore di coloro lecui parolevanno più in làdelle azioni. Questo mi divide da certi nostri grandi ingegneri, e smetterò di disprezzare i loro appelli ali' omicidioquando punterannoessi stessi i fucilideU'esecuzione. All'inizio del suo articolo, lei domanda per quali ragioni iomi sia schjeratodalla partedella Resistenza. Domandache per alcuni uomini, I.cai quali anch'io, suona priva di senso: non avrei potuto immaginare altra scelta, ceco tutto. Mi sembrava, e mi sembra 1u1tora, che non si possa stare dal laparte dei campi di concentramento. Hocompresoalloradi deteslare,piùancorache laviolenzastessa, le istituzioni della violenza. E. per essere preciso, ricordo ancora distintamente il giorno in cui l'ondata di ribellione che si agitava dentro di me ha raggiunto il culmine: era un mauino, a Lione, e leggevo sul giornale la notizia dell'esecuzione di Gabriel Péri. Questodà dirittoalla categoria di uomini cui io appartengo(ea loro soltanto, O' Astier!) di gridare il proprio sdegno e disprezzo ali' attualegoverno greco, e di combauerlo, con mezzi che saranno alla fine più efficaci dei suoi. Gli uomini di Atene sono carnefici abieni. Non sonocerto gli unici; ma lorohanno appenamostratoal mondo con tuua evidenza la colpevolezza, solitamente meglio CAMUS 77 mascherata, della società borghese. Conosco la sua risposta: al limite lei sosterrà che per evitare la fucilarione dei comunisti greci occorre ridurre a1 silenzio,o liquidare, ilnumero necessariodi non comunisti. Ciò deriva dal presupposto che solo i comunistimeritinodi essere salvati, perchéessi soltanto sono nella verità. Da parte mia sostengoche lo meritano,ma allo stessotitolo degli aJtri uomini. Dico che il problema insopportabile che ci si pone non può avere una semplicesolurione statistica. La punizione dei carnefici non può significaremoltiplicazione delle vittime; e noi dobbiamo prendere misure- una misura-dentro e fuori di noi perché il necessario giudizio non coincida con un'apocalisse senza domani. Tutto il resto è morale primitiva o follia dell'orgoglio. Anche se la vi0Jen7,.cahe lei esalta fosse progressiva, come dicono i nostri filosofi-spettatori, io direi ancora che occorre limitarla. Ma lo è poi? questo è il nodo centrale del problema, su cui tornerò. Inogni caso, quando lei compatisce la mia rassegnarione posso ben dire che questa commiserazione non ha ragion d'essere. L'errore è del resto comprensibile: siamo nel tempo delle grida, e un uomo che rifiutaquesta facile esaltazione fa la figura del rassegnato. lo ho la sfortuna di non amare le parate, civili o militariche siano.Mi lasci peròdire, senza alzare la voce, che la vera rassegnazione porta alla cieca ortodossia, e la disperazione alle filosofie della violenza. Le dico dunque soltantoche nonmi rassegneròmai a niente di quello che lei ha già accettato. Non ritengo neppure ragionevole, né generoso, accusarmi di essere un intellettualeedi anteporre ladifesa della mia vita interiore alla liberazione dell'uomo. Lei dice di aver acquisito tardi una coscienza politica,e losapevo.Ma questa conversione,pur se onorevole, non le conferisce il diritto di cancellare con un tratto di penna gli anni dedicati da altri, conmaggiore o minor fortuna, alla lotta contro ogni forma di tirannia. Semmai dovrebbe spingerla a chiedersi quali ragioni possanoavere oggi quegli stessi uomini per combattere le tentazioni della violenza. La condanna attivamente pronunciata da quelli come mecontro la societàdel profìno e della forL.anon risale infatti a ieri; e se accetta di farsi quella domanda, allorapossodirle senz' a1tro che polemizzandocon leicredodi combattere ancora la societàborghese. Un suo compagno mi manda il libro da lui scritto sul marxismo, mollo gentilmente, ma rilevando che io non ho imparato in Marx a comprendere la libertà. È vero: ho imparato nella miseria. Ma la maggior pane di voi non sa cosa questa parola voglia dire; e io parlo precisamente a nome di quanti hanno condiviso con me quest'esperienza della miseria e il cui primo desiderio, lo so bene, è quello della pace - perché sono coscienti di non poter avere giustizia attraverso la guerra. Oggettivamente, come dice lei, hanno tono? Vedremo. Ma non accusi allora gli intellettuali e la vita interiore, e riconosca chiaramente che nel suo sistema un operaio all'opposizione non è più ammissibile di un intellettuale dissidente. Dica apertamente che è in questione la nozione stessa di opposizione. Allora saremo nella verità, e lei dovrà giustificare questa bella teoria, e discuteremo su questa giustificazione. Proprio qui ci si avvicina al vero problema. Ma prima debbo smentire le posizioni che per due volte lei mi attribuisce. Non il capitalismo e il socialismo io giudico alla stessa stregua (e lei, del resto, lo sa bene), ma quelle loro ideologie che hanno assunto la forma della conquista, ossia il liberalismo imperialista e il marxismo. Da questo punto di vista manterrò ciò che ho detto, ossia che queste ideologie nate un secolo fa, aJ tempo della macchina a vapore e del beato ottimismo scientifico, sono oggi superate e incapaci, nella loro fonna auuale, di risolvere i problemi che si pongono al secolo dell'atomo e della relatività.
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