Linea d'ombra - anno XIII - n. 100 - gennaio 1995

74 OMAGGIO A CAMUS/ CHIAROMONTE za dove fosse, secondo lui, quesfassoluto: nella coscienza, anche se chiusa e muta, nel tener fede a se stesso, anche se condannato dagli Dei a ripetere io eterno la stessa vana fatica. Il valore dell'Étrangeredel Mythe deSisyphe, per me, stavano in questo. Con una quasi mostruosa ricchezza di idee e forza di ragionamenti, San.re diceva qualcosa di simile; ma. arrivalo alla questione del rappono attuale fra l'uomo e la storia, fra l'uomo e le scelte che s'imponevano nell'oggi. Sartre sembrava perdere il filo del suo stesso pensiero, tornare indietro, verso il realismo, verso gli obblighi categorici impostiall'uomo dal di fuorie, peggio, clall'opponunità politica. Camus rimaneva fenno. a costo di esporsi indifeso alle critiche dei consequenziarii e di sembrar passare bruscamente dalla logica all'affermazione emotiva. E certo, quel che lo induceva a rimaner fenno non era un sistema d'idee: era il sentimento. espresso in maniera cosl veemente nell' Étranger e in alcune pagine del Mytht dt Sisyphe. del segreto inespugnabile chiuso nel cuore di ogni uomo, semplicemente perché uomo e "condannato a morire". Lì stava la trascendenza delruomo rispetto aJla Storia. la verità che nessun imperativo sociale può obliterare. Trascendenza e verità disperate. perché contestate nel cuore stesso dell'uomo, il quale si sa mortale e colpevole, sempre, e non ha nessun ricorso contro il destino. Assurde. Ma. assurde com'erano, rinascevano ogni volta che Sisifo ridiscendeva ••con passo pesante, ma uguale. verso il tonnento di cui non vedrà mai la fine ...". Quel segreto, come !'"eterno gioiello" di Macbeth, non poteva essere patteggiato né violato senza sacrilegio. Albert Camus aveva saputo dar figura a questo sentimento e mantenercisi. Per questo, la sua presenza aumentava veramente il mondo di tutti, lo faceva più reale e meno insensato; e per questo. non per la fama conquistata. il giovane scrittore di Algeri apparve "aumentato" ai miei occhi. e degno di ammira1:ione, oltre che di affetto. Non era infatti pill questione di letteratura, ma di confronto diretto col mondo. Lo spazio della letteratura, questo trompe-l'Ot!il inventato nell"Ottocento per difendere la libertà d'indifferenza dell'individuo artista, era infranto. Camus (e, a suo modo assai diverso. Sartre), per il semplice fatto di sollevare alla radice la questione del valore dell'esistenza, affem1ava la volontà di esser presente al mondo attivamente. in prima persona, e cioè di contestare direuamente lo stato attuale dell'uomo in nome delle esigenze di una coscienza rigorosa. non attenuate da considerazioni mondane. Con ciò, se si vuole, egli tornava al fondamento primo dell'atto di scrivere. Contestare radicalmente il mondo significa esporre se stesso per primo alla contestazione, abbandonare il privilegio tradizionale dello scrittore di rimaner distinto dalla propria opera. puro anefice. Nel linguaggio di Camus. ciò significava che, se il mondo ~ assurdo, bisognava che lui stesso vivesse immerso nell"assurdo, ne portasse il peso, lo ragionasse fino all'ultimo, per glì altri. Questo era iJ vero senso dell'engageme111. il solo valido. Un tale impegno ponava in sé connaturato il pericolo della negazione cancerosa: quello che Camus chiamava il nichilismo - la possibilità che niente avesse senso e tutto fosse penncsso - e insieme combatterlo: il più semplice atto di vita, infatti,~ un atto di affenna1.ione.signilicaaccettare la vita propria e l'altrui come il principio d'ogni ragione; pretendere di vivere negando significa installarsi nella malafede, come il borghese nei suoi reddjti. A New York, nel 1946, Camus fu invitalo a parlare agli studenti dalla Colurpbia University. Ho conservato traccia scritta di quel che disse. e quindi sono sicuro di poterlo riferire senza tradirne il senso. Il discorso era costruito cosl: "Siamo nati all'inizio della prima guerra mondiale. Adolescenti, avemmo la crisi del 1929; a vent'anni, Hitler. Poi ci furono la guerra d'Etiopia, quella di Spagna, Monaco. Questi furono i fondamenti della nostra eduC3Uone. Quindi vennero la seconda guerra mondiale, la disfatta, Hitler nelle nostre città e nelle nostre case. Nati e fonnati in un tale mondo, in che cosa credevamo? In nulla. Nulla, tranne la negazione ostinata in cui ci chiudemmo. costretti, fin dal principio. Il mondo in cui eravamo chiamati a esistere era un mondo assurdo. e un altro in cui potessimo rifugiarci non esisteva: quello della cultura era un mondo molto bello, certo, ma non era reale. E allora, quando ci trovammo dinanzi a1 terrore hitleriano. da quali valori potevamo trarre conforto. per opporli a quella negazione? Da nessuno. Se il problema fosse stato quello del fallimento di un'ideologia politica, o di un sistema di governo. sarebbe stato abbastanza semplice.Ma quel che accadeva veniva dal fondo stesso dell'uomo e della società: su questo non c'era da sbaglian..i. ne avevamo conferma ogni giorno, e più ancora nel comportamento dei mediocri che in quello dei criminali. A guardare i fatti, gli uomini meritavano quel che stava loro capitando: ìl loro modo di vita valeva veramente troppo poco. e la violenza della negazione hitleriana, in sé e per~. era logica. Ma era insopportabile, e l'abbiamo combattuta. "Ora che Hitler è sparito, sappiamo un certo numero di cose. La prima è che il veleno di cui era carico l'hitlerismo non è stato eliminato: è ancora qui in ciascuno di noi. Chiunque oggi parli dell'esistenza umana in tennini di potere, d'efficienza.di 'compitj storici', lo diffonde: è un assassino, effettivo o poten;,iale. Giacché. se il problema dell'uomo si riduce a un ·compito storico' quale che sia, allora l'uomo non~ che la materia greu..a della storia. e si può fare di lui ciò che si vuole. Un'altra cosa abbiamo imparato, ed è che non possiamo accettare nessuna concezione ottimistica dell'esistenza, nessuna specie di lieto fine. Ma, se crediamo che essere ouimisti è una stolteu..a, sappiamo anche che esser pessimisti quanto all'azione dell'uomo in mezzo ai suoi simili è una viltà. Ci siamo opposti al terrore perché il terrore è la situazione nella quaJe la sola alternativa è uccidere o essere uccisi. e la comunica1:ionediventa impossibile. Questa è la ragione per cui rifiutiamo ogni ideologia che pretenda a diritti globali sulla vita umana". Mi sembra oggi che in quel discorso. che era una specie di autobiografia, ci fossero tutti i motivi di quella che sarebbe stata l"opera ulteriore di Camus. dalla Peste ai Justes, all"Homme rb-'01té. Ma lì rimaneva discretamente nell'ombra raltroCarnus,quello che io non chiamerei né più vero né artisticamente superiore, perché è semplicemente l'altro, quello gelosamente chiuso nel proprio segreto d'individuo: il Camus doloroso. fosco e misantropo, ma forse ancor pili teso verso la comunicai.ione umana che l'autore della Ptste; l'uomo che, contestando il mondo, contestava se stesso. e in questa contestazione testimoniava pienamente della propria vocazione: il Camus delle ultime pagine del)' t,rangtre, soprattutto, il Camus della Cl11ae, nel quale parlava l'uomo profondo. tonnentato tonnentatore di sé. ribelle a ogni fomta di sufficienza e di soddisfazione morale. Quello che ha scritto: "Ero per• seguitato da un timore ridicolo ... Non si poteva morire senza aver confessato tutte le proprie menwgne ... Altrimenti, ci fosse pure in una vita una sola menzogna nascosta, la morte la rendeva definitiva ... Quest'assassinio assoluto di una verità mi dava le vertigini". Con queste parole, mi sembra. troncato com'è dalla morte, il discorso di Albert Camus con i suoi contemporanei è tuttavia un discorso compiuto. li 1es10 di Nicola Chiaromonte è del 1960. È stato pubblicalo in Silenzioe JH1role. Riuoli, 1978, che ringraziamo per averne concesso 13 pubblicazione.

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