Linea d'ombra - anno XIII - n. 100 - gennaio 1995

Nicola Chiaromonte ILTORMENTODELRIBELLE NECROLOGIPOERlAMORTE DIALBERCTAMUS Un uomo è morto, e si pensa al suo volto vivo, ai suoi gesti, ai suoi atti, alle occasioni vissute insieme, cercando di ricostituire un'immagine per sempre dissolta. Uno scrittore è mono: si riflette alla sua opera, ai suoi libri uno per uno, al filo che li legava, al movimento verso un significato ulteriore che ne faceva delle azioni vive, e si cerca di formare un giudizio il quale renda ragione dell'impulso intimo da cui scaturivano, e che è spezzato. Ma né l'immagine dell'uomo si ottiene dalla somma dei ricordi, né la figura del lo scrittore dal seguito delle opere, né l'uomo auraverso lo scrittore, né lo scrittore attraverso l'uomo. Tutto è frammento, tutto è incompiuto, tutto è preda della mortalità, anche quando il destino sembra aver concesso all'uomo e allo scriuore di vivere fino all'estremo delle forze, di dare tulio quello che umanamente poteva dare, come nel caso di Tolstoi. La storia di un uomo è sempre incompiuta, e basta pensare a ciò che in essa avrebbe potuto essere altrimenti - quasi tutto - per sapere che non può mai contenere il senso di una vita umana, ma solo ciò che a un'esistenza fu concesso di essere e di dare. La verità era nella presenza viva, e questa niente può sostituirla. L'immortalità è un inganno, anche per l'arte, anche per il pensiero: il muto sopravvivere delle spoglie all'erosione del tempo e ai disastri della storia, come per i monumenti di pietra. Ma in questo, che equipara ciò che falsamente chiamiamo "grande" - ed è semplicemente ciò che ha avuto la fonuna di esprimersi -all'esistenza più umile, sta il senso e il valore della vita umana; e varrà oltre la fine del mondo. Albcrt Camus apparve nella mia vita nell'aprile del 1941, a Algeri, dove ero arrivato profugo di Francia. L'avevo conosciuto presto, perché a Algeri era celebre: capo riconosciuto di una banda di giovani giornalisti, aspiranti scrittori, studenti, amici degli arabi, nemici della borghesia locale e di Pétain, che facevano vita comune, passavano le giornate in riva al mare o in giro per le colline, le serate a suonar dischi e ballare, auguravano la villoria dell'Inghilterra e sfogavano come potevano il disgusto che avevano per quel che era successo alla Francia e all'Europa. Facevano anche teatro, e in quelle settimane lavoravano a mettere in scena un Amleto dove Camus, oltro.che regista, era Amleto. e sua moglie Francine Ofelia. Aveva pubblicato un volume di prose poetiche intitolato Noces, mi dissero. lo non lo lessi perché in quei giorni non avevo voglia di leggere prose poetiche; ma soprattutto perché mi bastava la compagnia di I ui e dei suoi amici: in mezzo a loro ritrovavo la Francia amata, il calore puro e netto dell'amicizia francese. Assistevo alle prove di Amleto, andavo con loro al mare, vagabondavo con loro e parlavo con loro degli avveni• menti. Fu in quei giorni che Hitler occupò la Grecia, fece sventolare la svastica sull'Acropoli: io soffrivo una nausea contiOMAGGIO A CAMUS/ CHIAROMONTE 73 nua, una gran solitudine di fronte ai faui. Ma, solo e chiuso com'ero, ero ospite di quei giovani. Bisogna essere stati soli e randagi per sapere il valore dell'ospitalità. Mi metto a ricordare particolari come se auraverso i particolari potessi giungere a risapere qualcosa di quei giorni, qualcosa di quel giovane scrittore col quale in fondo parlai poco, non essendo neppur lui d'umore loquace. Mentre ricordo bene che ero tullo occupato da un solo pensiero, e quello solo m'im· portava: che si era giunti all'anno zero dell'uomo, che la storia era insensata e solo ciò che dell'uomo rimaneva fuori dalla sto· ria, esterno, impenet·rabile al 1urbine degli eventi, aveva un senso; se, tuttavia, esisteva. Questo pensiero, io lo consideravo il mio possesso privilegiato, e che nessun altro potesse albergarlo così a fondo; al tempo stesso, avrei molto desiderato trovare con chi condividerlo. Ma non c'era nessuno: non era un pensiero compatibile con la vita normale, né tanto meno con la letteratura. Così mi pareva. Con quel giovane scrittore ventottenne, tuttavia, avevo certamente una cosa in comune: l'amore del mare, la gioia del mare, l'ammirazione estatica del mare. Me ne accorsi un giorno che, ospite suo a Orano, ce ne andammo in bicicletta oltre Mers-el•Kebir, su una spiaggia deserta. Non si parlò troppo neppure allora, ma si disse molto bene del mare, come di un oggetto nel quale non c'è niente da capire, eppure è inesauribile e non stanca mai. Ogni altra bellezza stanca, fummo d'accordo. Su questo accordo, si manifestò chiaramente la simpatia reciproca. Camus mi disse allora che stava scrivendo una tragedia su Caligola, e io cercai d'immaginare che cosa potesse attirare uno scrittore moderno in un tal soggetto: la tirannia sfrenata? Ma la tirannia contemporanea non mi sembrava aver molto in comune con quella di un Caligola. Da Orano, continuai il viaggio fino a Casablanca, da dove si diceva che fosse possibile imbarcarsi per New York. Salutai Camus e sua moglie sapendo che ci eravamo scambiati il dono dell'amicizia e che in fondo a quell'amicizia c'era qualcosa di assai prezioso, qualcosa di non personale che non fu detto, ma stava nel modo stesso in cui loro mi avevano accolto e io ero stato in loro compagnia: avevamo riconosciuto l'uno nell'altro i segni della sone; che credo fosse il senso antico dell'incomro fra lo straniero e l'ospite. lo me ne andavo dall'Europa, cacciato; loro rimanevano esposti alla violenza che aveva cacciato me. Di lui, mi rimase l'immagine di un uomo che poteva essere pieno di calore e quasi 1enero un momento, il momento dopo distantissimo. Rividi Albert Camus a New York nel 1946, sulla banchina del porto dove ero andato ad aspettarlo: per me, aveva l'aria di venire diri110 da un campo di bauaglia, ne portava in viso la fierezza e la tristezza. Prima di rivederlo avevo letto L 'Étrtmger, Le mythe de Sisyphe, Caligula. In quegli anni tenebrosi, il gio• vane d'Algeri aveva combattuto e aveva vinto: era diventato, insieme a Jean-Paul Sartre, il simbolo di una Francia vinta che, attraverso loro, si affennava vittoriosa sul terreno più suo: quello dell'intelligenza. Aveva conquistato il suo posto sulla scena del mondo, era celebre, i suoi libri erano belli. Ma, per mc, egli aveva vinto in un senso assai più importante: aveva affrontato la questione che mi pareva cruciale, quella che portavo in me nei giorni in cui l'avevo conosciuto, se n'era impadroni10 e l'aveva portata a conclusioni estreme e lucide: era riuscito a dire, in un suo modo febbrile e con un discorso continuameme teso come su un filo di rasoio, perché, malgrado il furore e l'orrore della storia, l'uomo è un assoluto, e a indicare con esattez-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==