S8 STORIE/PAlAZZESCHI te autolesionista e disertore. il narratore ne trae le uniche conseguenze cognitive possibili, compendiabili in cinque memorabilissime parole: "La guerra non si fa.._ Non mollo diversamente, un quarto di secolo più tardi, nel 1945.ecco che J'intellcuuale Palazzeschi ricompare sulla scena, degradato al rango d'un borghesuccio affamato, con la sua "cartella'' di scrittore piena di hpancia" di maiale comprata a prezzi altissimi dai borsaneristi di ogni specie e provenienza. I meccanismi primari, ora, sono quelli certo meno nobili dell'economia di guerra. con il doppio registro delle mistificazioni pubbliche e delle private bauaglie per sopravvivere. E, soprattutto. ora non è il punto di vistadel soldato stracciatoe 1reman1ea guidare la messa a fuocodellanarrazione,maè la realtà(peraltrononmenostraccionae 1remebondad)el borghese- alto,medio,piccoloo infimochesia. 0avanliallaprimaguerramondialei,nfondoe oltrelaretorica,sopravviveva uncorponudoincompagniadi altricorpinudi(quelliovviamentedei soldatiallavisitadi leva,sucui ladivisarappresentala primafomladi ideologia).Davantiallasecondaguerramondialel,osmaschcramcn10 palaz.zcschianmo ettea nudo\'adamantinascmplicilàdell'essereborghese: la suaimmutabilefilosofiadi vita.ilsuodecoroprimario.tantoridicoloe incongruo,pericolantee inetto.quantoper Palazzcschiirrinunciabile, fondamentoprimodi ogni umanità.Un"atteggiamentoperfeuamen1e borghese·s· embraesserel'unicasalve1,zeadignità.anchesemagaritutto ciòsconfinanellastolidasicumeradell'•'imbccille'('..il piùattaccatoalla propriaclasse":mavent'annidopoaverlascritta,l'autoreelimineràquestaprecisazione)s,empre e comunquea gallaperchéfattodi leggerissimo sughero.Elanevrosibellicaoperainperfettaconfonnitàatalipresuppostiideali:se è verochePalazzesch-idescrivendo l'occupazionetedesca di Romae i fani di viaTasso- sapràrestituirciin modocomesempre esemplareildoloredeicorpi.l'orroredellacarnelacerata,ese è veroche loslancioutopicoloponeràadaccarezzare la chimeradiunmondopacificatograzieallamaternatuteladegliStatiUnitid'America;dimenticandoperò.curiosamented, i dire a chi appanenevanoqueicorpimanoriati (e perchéqualcunolimartoriava)e. rimuovendoclamorosamentel'esistenzadi chi avrebbe- per quarantae più anni - rotto le uova nel paniereamammaAmerica.Regressione rimozione-del restolosi sa - nonsonoesanamentela stessacosa:e nonproduconoesattamentelo stessosenso. "LABORSAO LAVITA" Non appena dichiarata la guerra: "I prezzi li faremo noi", tuonò il Duce. E questa nuova minaccia rivolta al paese non parve minore. Né conosciamo di quale materia preziosissima fosse la tavola di Palazzo Veneziaper poterne vaJutaresotto il suo pugno le inevitabili conseguenze. Mai il Duce aveva affermmo così luminosamente l'originalità e la forza del proprio carattere. Se avesse detto fino dal principio: "Mettetevi una mano sulla coscienza e fate i prezz..imeglio che potete", chi lo sa che non ci fosse stato qualche brav'uomo, ne sono rimas1ipochi pur tuttavia non ,ne è smarrito il seme, che sarebbe anda10a domandargli: "A quanto si devono vendere le patate? A quanto lo zucchero o le salsicce? L'olio o la carne?" Né erano trascorse molte mattine da quelle storiche parole. anzi pochissime, che dopo pazienti ricerche sopra i vari mercati non eravamo riusciti a trovare le uova. Un amico ci disse: "Prova dal giornalaio all'angolo della via, le ho comperate anch'io, vedrai che le ha". Guardammo l'amico con ingenua freschezza: ;,Vai,vai, fai presto, non indugiare" ripeté salutando. Ci avvicinammo al chiosco del giornalaio nascondendo un certo disagio, un certo imbarazzo. Vi indugiavamo attorno fingendo di leggere le varie testate per entrare in quell'aria, e scrutando la faccia dell'uomo che dovevamo abbordare. Acquistammo addiriuura un giornale, e nel riceverlo dalla mano del giornalaio avremmo voluto prolungare il contatto che ci serviva tanto bene da ponte. Sempre così quando sì fanno per la prima volta certe cose. Quindi, con un colpo di audacia vincemmo le riluttanze e la timidità, sporgendo la nostra richiesta: "Per caso, non avrebbe delle uova?". Il giornalaio, datoci uno sguardo d'assieme praticissimo, scomparve con la testa dentro il chiosco come chi si tuffa nelle onde, e subito ne riemerse tenendo in mano una scatola dove erano delle uova bellissime che costavano due lire ciascuna invece che una lira come quelle del mercato dal quale erano sparite. E siccome sul mercato le uova non si fecero più rivedere e il Duce al mite prtuo di una lira ce ne forniva uno al mese, senza sospensioni e reticenze, e senza più il bisogno di acquistare un giornale, chi pensava più ai giornali davanti a quel chiosco? Ritornammo dal giornalaio parecchie volte; anzi, confesseremo con candore che ci prendemmo l'abi1udine. Ma un giorno capitò, tris1egiorno, che trovammo il giornalaio sprovvisto di uova: glie ne avevano portate poche... le aveva esaurite subito... e dopo averci espresso il proprio rammarico ci consigliò cortesemente di provare dal barbiere, indicandocene la vicina bottega con molta esattezza. Davanti alla bottega del barbiere provammo ancora qualche riluttanza, qualche indecisione prima di entrare: per l'appunto era dietro a far la barba a un cliente. Andammo in su e in giù davanti alla porta, e non appena lo vedemmo scuotere l'asciugamano facendolo svolazzare per tuua la bottega risoluti entrammo. Era un uomo intelligentissimo che capiva al volo le cose. Corse a prendere da uno sgabuzzino un paniere di candide uova, pronto a cederle al prezzo di lire tre. Aggiunse infine. con premura fiorita di ossequio, che avrebbe avuto presto della farina di qualità superiore che doveva arrivargli dal paese della moglie. Gli demmo assicurazione che una tale fortuna non ce la saremmo lasciata sfuggire. E un bel giorno che trovammo sprovvisto di uova anche il barbiere, ritornammo dal vecchio giornalaio che aveva ancora la vecchia scaiola piena di uova freschissime e al prezzo di lire quattro. E un giorno infine che né il giornalaio né il barbiere poterono fornirci delle uova, quest'ultimo ci inviò dalla vedova di un avvocato la quale affittava le camere ed abitava poco distante, e presso di lei trovammo effettivamente delle magnifiche uova al prezzo di lire cinque. La solerte vedova ci informò che riceveva abitualmente del buon fomrnggio: della cacioua fresca o stagionata, a piacere, ed eventualmen1e fagiuoli, lenticchie e pancia di maiale. Le chiedemmo con sollecitudine se per avventura non avesse anche della carne di bue. La carne costava, a quel tempo, trenta lire al chilogrammo ma questo, s'intende, era il prezzo del Duce, e al quale prezzo il mite uomo ne forniva a ciascuno dei suoi suddi1icinquanta grammi al mese. Se è vero quello che si dice volgarmente che carne fa carne, e che proprio ad essa si deve il bel colorito roseo dell'umanità in certe contrade, è chiaro che a poco a poco avremmo visto l'umanità, in certe altre. divenire gialla o verde, del colore dei cetrioli e del popone. Le macellerie mannoree erano divenute tombe senza un fiore. Però i macellai, in mezzo allo squallore delle loro botteghe conservavano imperturbabili un aspeuo rubizzo di rigogliosa salute e di onimo umore. Ed era perfettamente inutile rivolgersi a loro per avere della carne, non rispondevano neppure. La vedova dell'avvocato era una donna energica al massimo grado, e se non aveva ereditato dal marito una cospicua fortuna, ragione per cui vendeva le uova il fom1aggioe affittava le came-
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