"Ottimo. merda. ottimo." "Ho sempre voluto chiederti dove hai imparato il tuo inglese, vecchio mio. Eccellente. Meglio di quello che parlano gli indigeni delle mie parti. Il Galles, sai." ''È la lingua nazionale del mio paese.·• "Ma non è il bambazonka come in Uganda?" "In verità sì, i tuoi lontani cugini ci stanno massacrando tutti." ··sono mercenari, mi dispiace amico. Denaro. Non è per fatto personale." Prima che potessi rispondere, continuò distrattamente: "Eccolo che arriva." Il Dott. Martins-Botha, in jeans e giacca a vento, stava battendo gli stivali sulla stuoia scrollandosi la pioggia dagli abiti e dall'ombrello. "Scusate il ritardo. Il traffico. Avanti, avanti.'' Gli scaffali pieni di libri. La scrivania nell'angolo estremo della stanza. Sul tavolo c'era solo un fennacane di vetro. E tre sedie vicino a una stufa eleurica a un solo elemento che il Dott. Manins-Botha accese non appena ci sedemmo. "Dove volete" - e cominciò ad organizzare noi e le cane. "Brr" disse. "Brr", ripeté. E starnutì. Mentre si soffiava il naso e si puliva gli occhiali si voltò verso Stephen. "Ho avuto il tuo biglie1to. Va bene. Ponamelo quando l'hai fatto. Brr." Si voltò verso di me: "Come stai?". Feci un cenno col capo ma lui si era già voltato verso Stephen. "Come è andata la caccia?" Stephen arrossì di orgoglio mentre rispondeva: "Ne ho presi sette. Due stanno per essere consegnati a casa sua proprio in questo momento". "Ah, una volta tanto si mangerà bene." Guardò le cane che aveva in grembo. Aquesto punto squillò il telefono. "Sì, sono io'· disse. Ascoltò. Guardò verso di me. Si accigliò. "Sì, è qui. Abbiamo appena comincialo un seminario." Ascoltò nuovamente, guardandomi con occhi di fuoco. "Sì, glielo dirò." "Non dovevi andare dal Rettore alle nove di stamattina?" ''Lo sento ora per la prima volta. Il fatto è che non ho controllato la posta stamattina. L'istinto di conservazione, suppongo." Non sembrò apprezzare il mio fiacco humor. La sua faccia di scimmia restò impassibile. Fece brr brre poi disse: "'Devi presentani all'ufficio del Rettore appena finisce il seminario. Mi pare una faccenda seria". "Non so proprio di che potrebbe tranarsì. Ero ubriaco." Il Dott. Manins-Botha emise un sibilo tra i denti. ••Ho sentito dire che bevi. Hai provalo gli alcolisti anonimi?" "Non penso che possano risolvere il problema." "Ma potrebbe essere il primo passo." "Forse." Aprì la bocca per urlare qualcosa ma si fennò e spostò le sue carte. Mi venne in mente che il giorno dei moni è la stessa cosa della notte di Walpurga. Era solo un pensiero ma mi fece rabbrividire. Stephen sorrideva dietro il cavo della mano. All'improvviso fece l'occhiolino. Poiché non risposi al suo cenno scoppiò a ridere. li professore trasalì, alzò il capo e guardò fisso Stephen, poi grugnì con un suono che mi sembrò la cattiva versione di una risatina di compiacenza. "Bene, bene. Sono cose che accadono" disse. Poi si voltò bruscamente verso di mc: "Comincia". Raccolsi dal pavimento il mio saggio e cominciai a leggere. Ero verso la metà quando il Dou. Manins-Botha si mise a ridere in maniera sprezzante. Mi fermai senza alzare lo sguardo. AspetSTORIE/ MARECHERA 39 tai che finisse. Stavo per riprendere la lettura quando all'improvviso lui disse- o era la voce dì Stephen?- ..Non è per te, sai''. A quel punto alzai lo sguardo. La mano destra del Oott. Martins•Botha era tra le gambe di Stephcn. Ambedue mi guar• darono e ricorderò sempre i loro occhi. "Devo continuare?" Il professore annuì col capo. Ricominciai a leggere. So che avevo il volto impassibile. Ma dietro l'apparen1.a sentii che il mio cervello era stato toccato da un piccolo sporco segreto. Fu come se un verme mi si stesse insinuando nel cervello. Finii la lenura. Mi sentivo molto stanco, e avevo molta sete. ''Ecco qua" dissi e affondai sulla sedia. '·Bene, cominciò il professore. "È il miglior saggio che ho sentito da molti anni a questa parte sul poeta Gawain. Hai qualche domanda, Stephen?" ··splendido. Non resta altro da dire" Stephen disse con un sorriso. Cristo. Mi stavano prendendo in giro. Raccolsi le carte, le stipai nella mia cartella malandata e mi alzai. "Sì'', disse il professore, ''non c'è altro da dire. È tutto per questa settimana. Ah, Stephen, devo chiedeni un consiglio. Puoi fennani per qualche minuto?" "Certamente.'' Non so come ci arrivai ma all'improvviso mi trovai davanti a un triplo whiskey nel Monk's Bar del Mitre. Ne bevvi due prima di ricordare chi stessi aspettando. Margarct. Arrivò dopo una decina di minuti. Aveva la mano sinistra ingessata. Alla vista del gesso ebbi come uno squarcio nella mente. Mi vide subito; mi mandò un bacio e quasi di corsa si diresse verso il mio tavolo. Finalmente qualcosa- nòn molto- di molto personale volava verso di me come un passerotto ardente. da TheBlack lnsider(Harare, Baobab Books, 1990) LAVIGILIADINATALE Non avevo mai ammazzato una capra. Ma era Natale e mio padre che l'aveva sempre fatto era morto. Era morto da sette anni. Non poteva ceno ammazzarla mia sorella Ruth. Era una cosa da uomini. Anche la mamma era mona. C'eravamo solo noi due in casa, io e Ruth. Ero in anno sabbatico all'Università e speravo a Natale di prendenni una vacanza dal libro che stavo scrivendo. E invece la capra Slava rovinando tutto. Era in effetti la vigilia di Natale, il giorno dell'uccisione e dello scuoiamento della capra. In ogni casa a quell'ora si stava ammaz1.ando la capra di famiglia. In cerca di scuse per non doverlo fare anch'io, rammen1ai a Ruth che la capra era una creatura appassionata amata da Pan; come avrei potuto ucciderla dentro di me? Ero anch'io, dissi, un quadrupede ruminante coraggioso, vivace, sfrenato, con tanto di barba e coma - se non nella realtà, almeno nello spirito. Ero sempre stato malvagio. ero in cielo assieme al Capricorno, dissi. Se ciò non bastava, dissi, come la mettiamo con il Tropico del Capricorno che sembrava rendere tulli quelli che vivono nei suoi pressi viziosi, cattivi, viziati, boeri sanguigni: in definitiva ammazzare la capra sarebbe mancare di rispetto a una pane sostanziale delle estremità e interiorità umane. Inoltre, aggiunsi, sai bene che non mangio ciò che ho ammazzato. Quanto a me, non sono altro che lana caprina nel tessuto generale di questa grande finzione che chiamiamo vita e perciò non sono capace di una tale mostruosi là, ammazzare una povera capra. Immagina una affollata assemblea di tedeschi assetati di
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