Viffore Fiore UNA POESIA Visita al castello Mesti non erano i miei pensieri. Il luccichiodel castelloantico pe1.,zo a pezzo a noi si attaccava innanzi a mucchi di regali pietre. Questo era sol1anto l'inizio. Da quella costruzione ancora eretta ciascuno inseguì con lo sguardo acuto ciò che muta dei ricordi dell'infanzia, mentre in fondo in fondo alla vallata si perdevano in un tramonto incesto avanzi gonfi di risse, di lampi sconvolgenti. Esitavi a parlarmi. Ma JX)i, camminando fianco a fianco, come un tratto vedemmo spuntare con metafisica ironia un piccolo fiore solitario. Aveva ciclo breve, in bilico tra la vìta e la morte, come macchie di erbe sconosciute calpestate senza alcun rimpianto. Ora so quanto debbo a questo amore che nasce dove e quando la speranza è assurda, prescritto all'incertezza di assicurare il nome delle emozioni. Ancora incolumi erano gli occhi di uccelli dai molti colori tornati da lontani esili. Misuravano le cime del castello orlate di insonni battaglioni, le creste di torri vo1ive con lo sguardo allungato verso il mare. Prima non era possibile coi miei sensi udire le voci di quell'antico castello, finché scesero fino a noi stuoli di scolte come saette, a controllare, con ginocchi sicuri, nel respiro delle colombaie la rissa dei sentimenti. Allora un faJco arrivato dal cielo si abbassò fin sulle noslre spalle volteggiando sulla memoria del fu1uro. Se gli anlichi non sembrano vecchi dimmi se qualcosa è cambiata e non riesco a finire, perché così presto esce di scena? Cosa si fredda con incomprensibili tocchi? Il castello era lì. sopra di noi, gigantesco. Questo era vero. L'imperatore se n'era andato e in quell'aria tesa qualcosa mi mancava, come paura pronta a colpirmi, di soccombere alle sue voci. Provavo il senso di un'usurpazione. Più non avevo rischiose esperienze. Cosa fare di quel mio immaginario? Lasciare le muse, a lento passo, i fasti fugaci di un fiore, delle carte? POESIA/ FIORE 33 Giustononera appoggianial mio braccio. Ero io che aspettavo il tuo aiuto. Mi farai impazzire. Diventarono muti i miei maestri. Qualcuno ne ruberà la voce? Sembravi aspettare qualcosa. Più tardi, con un'alzata d'ali impietosa, il falco rompeva col mondo dei padri e ti sentivo, o quanto, più lontana. Eri un'altra cosa. Altri segnali giunsero, riempirono di storie vere quel maniero. Tutto ricominciava dall'evento che, usando la poesia, le voraci letture, come un albero in fiore, nei momenti cruciali, tu creavi fantasmi che bisognava amare. Eri insieme succhi di fiori e sapori di sillabe temerarie nel viaggio tempestoso della mente, tre rose rosse nella canna di un fucile. Gli angeli usciti dal tuo cielo come anelli vorticosi di serpenti non bastavano per guardarti dentro. Nell'aria concettuale del passato si era spento l'amore e alla prima fora la chìaria del cas1ello s'interruppe d'improvviso. Ora so perché i germogli non JX)tevanospuntare da soli e cercano ancora protezione tra i colori e gli stichi dell'anima, dove viaggiano perigliosi eroi, santi e dotti, avventurieri alla ricerca di ragione e fede, onde schivare rapinose estasi carnali. Non vorrei sbagliare: per sfuggire alle semplici apparenze, alla finzione di ciò che ti è mancato, viia ridavi a fantastici dei, signori della terra e del mare, a giganti dalle cento mani, a segreti amori pagati con la morte. Piccoli fiori e larve di inselli salutavano la vita, deliziosi occhi di pavone scendevano nei tuoi versi, con l'esercitazione
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