30 INCONTRI/ BERTOLUCCI Riliene di essere staio tm buon padre? Penso di sì. Non ho mai avuto eccessive preoccupazioni pe· dagogiche su come si debbono trattare i propri figli, i quali sono nati e cresciuti in un'atmosfera direi serena e affettuosa. Perciò anche questo sacrosanto bisogno di ribellarsi che, si dice, i figli debbono avere nei confronti dei genitori, in loro non si è manifestato in una fonna esasperata, perché ben presto sono riusciti a impadronirsi e mettere a frutto certe mie indicazioni o idee, ad esempio, riguardanti il cinema che poi entrambi hanno finito col fare. Può darsi, ecco, che sia stato un padre un po' ansioso, ma anche rispetto a questo tutti e due mi sembra abbiano reagito molto bene. Nelcorsodel tempoqualisonostarele suemaggiori 11quie· tudini? lo ho sentito parecchio i fatti politici, come allora il fascismo. Ho avuto l'illusione che, una volta finita la guerra, le cose andassero meglio ... per tanti versi effeuivamente lo sono andate, ma per altri no - come lei ben sa. E il lrascorrere degli anni è per lei/011/e di preocc11pazione? Ho l'impressione di non essere mai maturato. In senso intellettuale certamente, anche troppo forse; ma in senso psichico probabilmente no. E per questo ho attraversato dei momenti abbastanza duri. L'età però non la sento per niente. "I classici sono ele11ivi e allora valgono", dice Mario luzi. per il quale essi "cos1iluisco110una garanzia per l'animo; orie11rano il pensiero. UI loro esperienza ci diviene esemplare, la loro voce vitale. Non è tanto wl magisrero quamo unti paternità che essi ci porgono. I classici sono a11checime dell'umanità, valori ogge11ivameme supremi, concrezioni di pensiero e diforma ùiattaccabili dal tempo, a cui è sempre possibile ricorrere come a deposi/i di sapienza, questo è pacifico. anche se oggi poco pratiwto ". È d'accordo co11queste tiffennazioni di Lmi? Vorrei cominciare col chiedenni e chiedere a lei: "che cos'è un classico?" È una domanda che si è posta anche, anni fa, T.S.Eliot. Rifacendomi anche un po' alle risposte che Eliot si diede vorrei intanto non limitare ai grandi delle letterature greche e latine, e neppure delle letterature nazionali che conosciamo, consacratissimi dai programmi scolastici, dai nomi dati a piazze e vie ... Il nostro secolo ci ha dato, onnai si può dire senza timore di sbagliare, dei nuovi classici. come, mettiamo, Proust, Joyce, Kafka, Yeats e altri che forse vengono alla mente. Insomma, giacché parliamo di scrittori e di letteratura, quelli che ci hanno dato una prova di assoluta qualità artistica e morale, sulla quale possiamo essere disposti a scommettere senza mai paura di perdere. L'importanza di questi classici, che possono andare da Virgilio a Eliot stesso, è di averci dato un esempio senza partire dal quale, per quanto noi vogliamo cercare del "nuovo", correremmo il pericolo di cadere nell'approssimativo, insomma nel prodotto "usa e getta". la casa editrice Adelphi i11te11deripubblicare prossinwmente tul a11tore,considerato ww11imeme11teuno dei massimi prosa~ tori italiani del Novecento, che a lei sta molto a cuore; ~ Bruno Barillli. In quale occasione lo ha co11osciu10? L'ho letto molto presto e sono rimasto subito preso dalla qualità visionaria e insieme concreta della sua prosa. Che era, in un certo senso, l'esprimersi di una forte, assai personale, persino faziosa idea della musica. Chiarisco: del melodramma. Non per niente il suo saggio più bello e più famoso, famoso al punto da diventare in un certo senso proverbiale, è intitolato li paese del melodramma. Quando lo lessi la prima volta, pur essendo nato e cresciuto nel ''paese del melodramma", "in quell'enonne zanzariera ...", insomma a Panna e dintorni io mi appassionavo più alla musica del jazz, o di qualche grande moderno come Stravinskij, che del melodramma. Finii per appassionannici più tardi, magari anche sotto la spinta di Bruno Barilli. Che personalmente vidi in tutto due o tre volte e, come dire, lo conobbi senza che lui conoscesse me. Può racco,uarmi qualche ricordo personale di questi vos1ri incomri? In uno dei rari passaggi da Parma, dove aveva ancora fratelli e fra essi un bravissimo pittore, Latino, un giorno, riconosciutolo da un famoso ritratto che di lui aveva fatto Scipione, ed essendomelo trovato vicinissimo nel caffè ..intellettuale" della mia città, lo fissai con tale timida insistenza che fu lui a rivolgenni per primo la parola. Egli aveva intuito, con l'acutezza del suo sguardo limpido e svagato, che mi aveva attratto-da una tasca sfonnata della sua giacca- un volume del quale erano leggibilissimì il nome dell'autore e il titolo. Si trattava di Opium di Jean Cocteau. Che è, come si sa, il diario di una disintossicazione appunto dall'oppio. Cominciammo a parlare soltanto di letteratura, di francesi suoi amici come Cocteau, Valéry e Larbaud, che aveva tradotto mirabilmente li paese del melodramma. A un certo momento, con allegra generosità, si cavò di tasca il volume, me lo regalò. Era tanto più prezioso perché nella pagina bianca, prima del frontespizio, c'era una dedica di Jean a Bruno accompagnata da un bel disegnino. Ho detto che il libro stava in una tasca sformata, ma non vorrei che si pensasse di un Barilli sciattamente vestito: è stato davvero l'unico dandy che io abbia mai incontrato nella mia vita. Si è incuriosito- come ho già delfo ù1 una precedente domanda - di 11moquanto ciò che il nostro secolo ha espresso: gialli e fiunetti compresi? Certamente. A proposito dei gialli, tempo fa Corrado Augias -forse memore, avendolo letto sul giornale, del pezzo poi raccolto in Arilmie- citava una mia asserzione- che a me non sembrava in fondo così stravagante e che, anzi, ribadisco: per me i gialli, o le detective story, sono dei magnifici tranquillanti. Specie quelli inglesi, dove i delitti avvengono fra laparrocchia, la biblioteca della casa signorile e gli albergucci con le insegne neogotiche. Certe volte poi, con la vocazione, ripeto, leggennente pedagogica che mi ritrovo, ho dato delle infommzioni abbastanza rare. Voglio puntualiz1.are: si soleva dire che la stampa americana sensazionale dei primi decenni del secolo-quella di cui era boss quel tremendo editor di nome William Randolph Hearst che diventa Citize11Kane nel grande film di Orson Welles- meritasse l'appellativo di "gialla" per via della sua natura di stampa, appunto, "sensazionale". Niente di tutto ciò: all'origine sta uno dei primi bellissimi fumetti della sezione domenicale, tutta a colori naturalmente, che aveva per protagonista un bambino (in effetti molto terribile, ma pur sempre un bambìno), vestito tutto di giallo. Da ciò il suo nome: Bambino Giallo, cioè Yellow Kid. Questo bambino, questo fumetto piaceva così tanto ai piccoli e ai grandi americani di quella favolosa America montana che dalla sua prima apparizione la vendita dei giornali che lopubblica vano crebbe vertiginosamente. Naturalmente, in Aritmie, non ho dimenticato l'indimenticabile creatore di fumetti italiani Sergio Tofano che ho visitato nella sua casa romana e che rimpiango come invemore di personaggi (il signor Bonaventura) e ~oi:nestupendo interprete sul palcoscenico di personaggi cechov1am.
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