E continua a costruirsi. Bisognerà assolutamen1e continuare ad inventarsi perché non capiti il peggio: la frattura. la guerra civile, lo sterminio. Nonostante le differenze linguistiche o di costume che esistono in Africa (il co111i11ente africano, voglio dire), abbiamo un fondo comune. Siamo africani Sono assolutamente cosciente del fatto che anche se vivo in Europa dal 1960, sono sempre un africano; un africano e non solo un sudafricano, I problemi dell'identità sembrano riferirsi esclusivamente ai popoli postco/011ù1li o a chi vive nelle wne di confine o ai crocevia di lingue e culi/Ire diverse. Si può parlare di identità ibrida nel caso di"" italiano o di w, inglese, per esempio? Come ho già detto, l'identità cambia nel corso della vita. Possiamo assumere identità diverSè. Questo è più evidente nel caso di chi è in esilio, di chi si deve adattare a stili di vita diversi, a culture diverse. Ma il pensiero è nomade -può essere nomade - e lo è anche per chi rimane fermo. Il nomadismo è per cerri versi, a11che ,m 11omt1dismoli11g11iStico? Lei. come altri scrittori post-coloniali, padroneggia pilì. lingue e scrive in due: in afrikacms e in inglese. Continuo a scrivere in afrikaans; e anche questa scelta è l'espressione di quella fratturazione dell'identità, di quella molteplicità, di cui parlavo prima. Per molti anni ho scritto solo poesia in afrikaans, perché la poesia è un tuffo nel proprio interno, un modo di andare verso le radici: l'infanzia, la giovinezza, il contesto, il tempo in cui la lingua non era un mezzo per trasmettere idee ma tutto ciò che si -vive,cioè il ritmo, i colori, l'insieme delle sensazioni, così radicale nell'infanzia. Per me l'afrikaans è quasi la lingua segreta la lingua prima della lingua. L'inglese, che invece è stato una necessità e che ho imparato da piccolo come tutti in Sud Africa, è, al contrario, un mezzo di comunicazione. Un semplice mezzo di comunicazione, non il legame, il cordone ombelicale con l'inconscio. No, l'inglese non è questo. È il commercio, il modo di rapportarsi con gli altri. Certo l'inglese porta con sé una ricchezza straordinaria: i vari modi di esprimersi, le differenti culture che attraverso l'inglese si manifestano, che sia quella di Shakespeare o quella di Naipaul, per esempio. No, non si può negare la grande fortuna di chi ha accesso a questa lingua. l'apprendimento e la co11fidenzt1con l'afrikaans implicano anche una educazione razzista, m,afonnazio11efondata sul privilegio? No. Ho avuto la fortuna di vivere in una parte del paese non "calda". Non era il nord dove lo scontro fra neri e bianchi era più violen10, dove le culture nere con le quali i bianchi sono venuti a contatto sono state ricacciate all'interno del paese, dove la coabitazione era una specie di pace fragile fra gruppi fortemente strutturati culturalmente che si combattevano senza tregua. Nel nord non vi è mai stata mescolanza, mentre nel sud e nel sud est i bianchi sono arrivati, sono rimasti, e si sono mescolati. La cultura afrikanerè una cultura creola. La musica è interamente scritta da non europei, la lingua stessa non è europea. Non a caso era nota come "kitchen Du1ch" (l'olandese parlato nelle cucine): una lingua parlata dagli schiavi o da altri che erano stati privati della loro lingua originaria. Nell'afrikaans i modi di chiamare le montagne e i fiumi, e certi modi di dire, sono di origine khoi. Anche le forme ripetitive sono di origine khoi. mescolate con il vecchio olandese. Tutto questo, purtroppo, è stato dimenticato e si è voluto fare, di una lingua nata come meticcia, una lingua pura. Tornando alla sua domanda, alla mia educazione e al razziSUD AFRICA 15 smo, posso dire che vivere in un comunità del genere significava vivere in un mondo che rifletteva queste mescolanze. Naturalmente, non voglio dire che quel mondo non fosse razzista. Però, è soltanto a partire dal 1948 che vi è stata una rottura, una separazione netta. Ricordo che quando ero piccolo, fino ai nove anni, nei villaggi, bianchi e meticci abitavano nella stessa strada. Fu con t'arrivo al potere del Partito Nazionalista che si cominciò a vedere che dove abitava una famiglia indiana o meticcia ora abitava una bianca; gli altri andavano a vivere dietro la collina. Quindi bambini bianchi e mericci 1101a1ndavano più a scuola insieme? No. Non si andava, comunque, alla stessa scuola. L'integrazionenon arrivava a tanto.Invece,dal puntodi vista degliacquisti, dei negozi, le cose non sono molto cambiate. La gente continuava ad andare nelle stesse botteghe di prima. Il razzismo nel sud-est del paese dove sono cresciuto si manifestava attraverso varie fanne di paternalismo. Ancora oggi, se si parla alla gente di una certa età, si sente dire: "Siamo stati sempre gentili con loro. Sono entrati a casa nostra. Siamo stati noi a pagare gli studi per i loro figli". Sì, paternalismo. E, da un certo punto di vista, più orribile del razzismo che si fa riconoscere immediatamente come tale. Però, vi era un fondo comune. Un fondo culturale comune, assolutamente visibile. Nella religione, per esempio, era la stessa cosa. li suo ultimo libro, tradouo di recente in italitmo con il titolo Ritorno in paradiso. racconta di tm suo ritorno in Sud Afriw nel 199/, dopo la fine dell'apartheid, con sua moglie vietnamita. l'apartheid era finito ma 1101i1conflitti e le contraddizio11i che htmno cot11i11uatoa segnare la società sudafricana e. più i11generale, l'immagine dell'Africa tutta. Che cos'è l'Africa della.fine del secolo? È una società molto violenta, molto poco sicura. Vi sono parti del paese dove è impossibile andare. Recentemente, a Parigi, una signora nera appena entrata nel servizio diplomatico sudafricano mi raccontava che, pur abitando nel centro di Johannesburg, non usciva di casa la sera. E mi diceva quakosa di curioso; e cioè che vi sono quartieri di Johannesburg dove se non si parla francese o portoghese si rischia la pelle. Vi sono 11 milioni di immigrati illegali in quella ciuà; immigrati dallo Zaire, dall'Uganda, gente che arriva a piedi dal Sudan. ghanesi, nigeriani. Vengono soprattutto dai paesi francofoni e lusofoni, i più poveri. Per loro il Sud Africa è il paradiso che apre le porte. Questo crea problemi enonni in quanto gli immigrati sono disposti a lavorare per meno. Abbiamo già una forte disoccupazione che raggiunge il 60% in alcune zone. Arriva una folla di gente disposta a lavorare al nero (beh, sì al nero, si dice così non è vero?) e, quindi, nascono tensioni terribili fra gli stessi lavoratori neri, zairesi contro sudafricani, per esempio. Per tornare alla sua domanda, l'apartheid non è finito. È vero che le leggi razziali sono state abolite. E questo è già qualcosa di fonnidabile. Tutti hanno in teoria gli stessi diritti anche se non le stesse chances, o le stesse possibilità economiche, di istruzione ... Un po' come negli Slati Uniti? Esattamente. Con la differenza che tutti coloro che in passato sono stati esclusi, oggi sono sulla scena e questo si vede fisicamente. Le persone di pelle nera che prima erano praticamente invisibili, oggi sono ben presenti, dappertutto. E, visto che costi-
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