12 UNGUAESOCIETÀ PAROLEIN LIBERTÀVIGILATA SUROBERHTUGHES EILPOLITICACLLOYRRECT MarisaCaramella la cultura del piagnisteo di Robert Hughes (Adelphi, p. 242, f, 32.(X)()) è stato accolto. nel nostro paese,da un coro quasi unanime di consensi critici. Non così in patria, e bisogna cercare di capire perché. Il libro raccoglie tre saggi che sono il testo di altrettante conferenze tenute alla New York Public Library dal1' autore, che è anche critico d'arte; tra l'altro per "Time magazine". Hughes è di origine australiana, e vive negli Stati Uniti da una ventina d'anni. E. quindi con l'occhio divertito dello "straniero" che osserva la realtà del paese di elezione. Soprattuuo quella che, nel decennio trascorso, ha visto nascere il fenomeno della "correttezza politica di massa", materia delle tre conferenze. Un fenomeno che non si può analizzare "correttamente'" se non si tiene conto delle iniziative politiche di Reagan e Bush nello stesso decennio, e della massiccia propaganda promossa dai due presidenti repubblicani contro ogni conquista sociale faticosamente ottenuta dagli anni Sessanta in poi, da movimenti e organizzatori liberal e radical. La controffensiva politica reaganiana, reale e vinuale, ha colpito, con una durezza e una capillarità che hanno pochi precedenti nella storia d'America, gli strati sociali deboli e le categorie minoritarie di cittadini che erano riuscite a sollevare la testa dopo gli anni Cinquanta. Le amministrazioni repubblicane hanno avuto gioco facile, perché le loro concretissime iniziative politiche sono state amplificate, sostenute e diffuse da un apparato mediatico assai più potente di quelli a disposizione di altri presidenti conservatori. Le campagne propagandistiche più feroci e bugiarde sono state almeno in parte contrastate dalla stampa democratica e dai canali televisivi moderati (ma ce n'è uno soltanto, in USA, il 13, che non deve contare sul sostegno della pubblicità ed è finanziato direttamente dagli utenti). Ma quelle più controverse e sonii i, quelle che mettevano in discussione i diritti di categorie poco numerose, o già invise alla massa dei cittadini di classe media. perché portatrici di una cultura propagandata per anni, anche dalle amministrazioni democratiche, come ·'pericolosa", non hanno praticamente trovato opposizione nei media, costringendo gli oggetti della propaganda medesima a iniziative improvvisate e sporadiche, di gusto, di efficacia e di segno politico dubbio; che vengono sommariamente catalogate alla voce politica/ correctedness. La correttezza politica nasce quindi a sinistra (usiamo questa espressione fuori moda per non costringere il lettore a districarsi tra le varie sfumature del liberal. radic<1l,leftist e democratico, intendendo per sinistra l'area progressista) come reazione dettata da un'indignazione spesso giusta e ragionata per le manovre della destra; ma anche da quella specie di panico, di paranoico e autolesionista istinto di difesa che porta a usare contro un nemico fazioso, bugiardo e privo di scrupoli una serie di armi che nella guerra dei media possono avere un effetto controproducente. (Si consideri, per fare un esempio vicino, il comportamento di Mauro Paissan in parlamento e le sue conseguenze). Lo spettacolo fornito nel corso degli anni Ottanta da quella guerra delle immagini e delle parole che ha percorso ogni dibattito sostituendosi spesso ai fatti politici (con grande soddisfazione della destra reaganiana) è, se non si tiene conto della realtà sociale "invisibile" che lo sottende, dei più esilaranti. E dei più facili da sfottere. Come resistere alla notizia che la cameriera di un bar di Berkeley ha denunciato il cliente che si era permesso di sfogliare le pagine di "Playboy" mentre lei gli serviva il caffè? Come resistere all'ilarità, soprattutto quando i media spiegano che il comportamento del cliente viene considerato dalle "femmjniste" "lesivo dell'autostima di una lavoratrice di sesso femminile'"? Come non prendersela, da quel momento in poi, con la non meglio identificata categoria delle femministe? In Italia, fino a poco tempo fa, la maggior parte dei lettori e degli spettatori non avrebbe capito di cosa si stava parlando, davanti a battibecchi del genere, perché i media hanno appena cominciato ad amplificare notizie irrilevanti come queste.Anche se, una volta imparato che l'espediente paga in termini di vendite, lo stanno facendo sempre di più. Ma negli USA. per tutti gli anni ottanta, spesso addirittura la prima pagina del "New York Times" o del "Washington Post" panava titoli che conferivano a episodi, in genere a sfondo razziale o sessuale (aborto, pornografia, molestia ai bambini, AIDS, accoltellamenti tra etnie) un'importanza e una dignità del tutto sproport;ionate: con il risultato che il gruppo sociale interessato alla questione trovava quasi sempre l'intervento dei media fazioso e parziale, e si vedeva costretto a ribattere, sugli stessi o altri media, con argomenti altrettanto faziosi, causando una specie di corto circuito mediatico che- soprattutto quando l'episodio in discussione non aveva risvolti violenti - suscitava nel lettore non appartenente al gruppo tartassato un'incontenibile ilarità. La guerra delle parole e delle immagini che va sotto il nome di correttezza politica e del suo opposto (come tutti sanno, però, la politica è di per sé ''scorretta", altrimenti sarebbe un'altra cosa, e questo la dice lunga sul tipo di battaglia verbale in corso) ha per più di un decennio avuto, grazie ai suoi connotati esilaranti o pruriginosi - perfetti per attirare l'attenzione di un lettore frustrato come quello della classe media tartassata nella realtà, anche se in teoria difesa, dalle amministrazioni repubblicane - una visibilità che ha oscurato le istanze politiche di tutto rispetto che la sottendevano. La notizia che un professore d'arte in un oscuro college del Minnesota era stato costretto a togliere dalla parete dell'aula un quadro raffigurante una donna nuda perché offendeva l'autostima delle studentesse, per esempio, faceva dimenticare il fatto che magari nello stesso college altri professori infilassero da decenni le mani sotto le sottane delle medesime studentesse prima degli esami. La battaglia del p.c. - fa notare Hughes - si è sviluppata meglio negli ambienti, come quello accademico, o in generale quello della cultura, che lo pennettevano, perché composti da individui già sensibili (o ipersensibili) ai problemi politici, da intellettuali che nella battaglia venivano coinvolti in modo quasi automatico; e perché chiusi e spesso autogestiti, cioè dotati di organismi interni istituiti ad hoc per dirimere questioni per l'appunto di correttezza politica. Un esempio: l'impiegata molestata sul posto di lavoro, oltre che ai suoi superiori, può rivolgersi alla magistratura. La studentessa ricattata dall'insegnante può anche rivolgersi alle istituzioni dello stato, se crede, ma sceglie quasi sempre di ricorrere alla commissione disciplinare interna alla scuola. Dato che il livello di competizione delle istituzioni accademiche (tra insegnanti come tra
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