Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

dispetto di tutto ciò una sentenza recente ed aberrante della Corte di Cassazione ha stabilito che non è giornalista chi le immagini le produce, ma chi le impagina. Medioevo del giornalismo in vista. 4. Il budget per l'acquisizione delle immagini è sempre irrilevante e, in caso di difficoltà, è la prima spesa da tagliare. Ma corrisponde tutto ciò a una buona strategia di marketing? Uno dei motivi di successo di due importanti quotidiani esteri come "Libération" e "El Pais" (riconosciuto da molti giornalisti come il miglior quotidiano europeo) è senz'altro l'uso intelligente e costante che fanno delle immagini. Inoltre, un'indagine di un'Università americana rivelata dal "Los Angeles Times" ha recentemente provato come i lettori dei quotidiani ali' 87% si soffermano su tutti i disegni pubblicati, al1'85% sulle fotografie, e poi con percentuali più basse sui titoli, i sottotitoli fino ad arrivare al solo 25% per la lettura completa di almeno due articoli. I quotidiani che sono nati o si sono trasformati ultimamente in Italia hanno avuto qualche risultato positivo anche in relazione alla capacità di uso delle immagini che hanno saputo mettere in campo. Inoltre, i direttori dei giornali italiani spesso molto capaci sono però degli illetterati nel campo della fotografia giornalistica; alcuni di loro lo sanno e con intelligenza si affidano a un consulente preparato, ma altri combinano pastrocchi senza curarsene granché. 5. La fotografia come linguaggio, espressione artistica e mezzo di comunicazione non viene presa in seria considerazione nelle pagine culturali dei nostri giornali; nessun quotidiano ha un critico fotografico che possa dirsi veramente tale. L'articolo sulla mostra o il libro di turno viene affidato di volta in volta a chi capita o a chi, per rendita di posizione, scrive solo quando viene omaggiato di libro catalogo. Si prendono così abbagli critici fantastici (una serie eccezionale di lastre originali di Felice Beato viene scambiata per riproduzioni di bassa qualità; un articolo critico sull'opera di James Nachtwey viene svolto dal grande scrittore attribuendo la paternità delle fotografie a un giornalista italiano (!), e altri infiniti se ne ITALIA '94: PAROLEE IMMAGINI 7 potrebbero citare) e in realtà si cerca di promuovere solo gli autori di nudo dato che fanno vendere di più. Questo atteggiamento snobistico nei confronti della fotografia non ha equivalenti in altri paesi, e sembra derivare da una sorta di inquietudine che i giornalisti di penna sembrano provare nei confronti delle immagini fotografiche, per loro difficili da soggiogare o manipolare, forse impauriti (a causa della loro ignoranza nel campo) da possibili conseguenze negative che le fotografie possano causare ai testi che loro scrivono (in realtà, e questo possono provarlo tutti igiornalisti e i fotografi che si sono trovati a lavorare come inviati in tandem, c'è un'ovvia e reciproca esaltazione dei due linguaggi). Eppure impo1tanti lavori di fotoreporter contemporanei hanno contribuito enormemente in altri paesi al dibattito culturale sui problemi della società in cui viviamo, esattamente come da noi registi e scrittori alimentano con il loro lavoro la discussione sui problemi attuali. Solo la fotografia, in Italia, non sembra avere le carte in regola per provocare attenzione. Di fotografi si parla, ma solo a certe condizioni: che facciano "tendenza", o che si siano suicidati, o che siano ottimi paparazzi. Andrebbe qui aperta una parentesi su quante esagerate leggende si sono scritte e si continuano a scrivere sui fotografi della dolce vita; si è pronti a richiamarli inauge ad ogni piè sospinto, ma probabilmente l'unico motivo è che fanno col ore e igiornalisti si sentono totalmente in grado di "controllare" quel tipo di immagini e di scriverne divertiti, ispirati dal loro senso di superiorità. Nessuno però scrive come in realtà il lavoro di paparazzi oggi lo svolgano i giornalisti di penna, soprattutto quelli di politica, costretti a rincorse e appostamenti che non hanno nulla da invidiare ai reporter della Via Veneto di un tempo. Certo è che i fotografi sembrano i primi a non essere coscienti del ruolo che potrebbero svolgere, e consentono tutto ciò senza aver avuto negli ultimi quindici anni la capacità di organizzarsi in una associazione seria e difendere con forza le loro ragioni (se ne hanno) all'interno dell'ordine dei giornalisti. Si potrebbe continuare a lungo nell'esame dei problemi legati ali' uso della immagine nei quotidiani italiani, ma mi interessava qui sottolineare l'urgenzadi un intervento correttivo di questedisfunzioni, anche e soprattutto a sostegno di un'informazione giornalistica completa, onesta ed equilibrata. Se crederete di più nelle immagini (e, speriamo, non solo nei fotomontaggi!) i vostri giornali non potranno che migliorare, aggiungendo un elemento che per ora manca alla loro credibilità. Senza perdere nulla della famosa e unica capacità letteraria dei giornalisti italiani. ILCASOCASSÉ. SUPPLEMENTODI INDAGINI Abbiamo avuto da Cesare Milanese, oggi alla Newton Compton ma in passato per anni redattore romano della Feltrinelli, altre informazioni su Alarico Cassé, alias Giuseppina Delle Cese, l'autrice del racconto che abbiamo pubblicato nello scorso numero, I due fanciulli. Nella nota con la quale accompagnavo la riproposta alcune cose erano errate: il libro che conteneva il racconto (li topo Chuchundra, Feltrinelli 1963) ebbe una regolare diffusione e un certo successo critico. Vinse il premio della rivista "Il caffe" di Vicari, lo stesso che fu assegnato l'anno dopo a Manganelli per Hilarotragoedia. Giuseppina Delle Cese venne intervistata da vari giornali, mentre Buzzati ne scriveva sul "Corriere" preconizzando in segno di augurio un Nobel futuro! Feltrinelli le fece un contratto per un romanzo, sulla base di un primo capitolo, ma tempo dopo la Delle Cese dichiarò di non riuscire a portarlo a termine, e da allora le sue tracce, in casa editrice, si persero. (In attesa di altre informazioni, G.F.)

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