6 ITALIA '94: PAROLEE IMMAGINI LETTERAPERTA Al DIRETTORI DEIQUOTIDIANI ITALIANI RobertoKoch Il giornalismo italiano di questi ultimi anni ha vissuto molti problemi, e un grande dibattito è in corso attualmente anche per la decisiva importanza della libertà di stampa in Italia oggi. C'è però una costante di cui non si parla: l'uso fortemente inadeguato e negativo della fotografia all'interno dei quotidiani italiani. Il problema è stato discusso alcune volte, ma sembra rimanere confinato in un'area di totale disinteresse per chi dirige i giornali, assorbiti da altri obiettivi. Si pensi ad esempio alla sproporzione tra quanto forte e costante è stato l'impegno dei quotidiani italiani vecchi e nuovi a rincorrersi e competere riguardo ai necessari aggiornamenti del progetto grafico e della organizzazione della pagina, oltre che del formato del giornale, e quanto invece scarsa sia sempre e comunque l'attenzione nei riguardi della fotografia. Vorrei in questo senso citare alcune delle macroscopiche incongruenze che popolano i quotidiani italiani e che li rendono un'eccezione pressoché unica all'interno della stampa europea. 1. In nessuno (o quasi) quotidiano esiste la figura del caporedattore fotografico, il famoso picture editor. Colui cioè che in tutti i giornali inglesi francesi americani spagnoli russi tedeschi e così via, coadiuvato in genere da un certo numero di redattori fotografici, sovrintende alla produzione interna (attraverso uno staff di fotografi assunti o free lance) di servizi fotografici e alla acquisizione delle fotografie disponibili sul mercato che fanno al caso del giornale. Si confonde spesso questa figura con quella dell'art director, che è colui che invece cura l'immagine complessiva del giornale, I' equilibrio tra immagini e testi, l'uso dei disegni, e che spesso è l'autore del progetto grafico o il responsabile della sua attuazione. Questi due ruoli entrambi indispensabili sono in potenziale conflitto dialettico essendo diverse le competenze e le finalità: è infatti ovvio che chi deve potenziare al massimo l'uso della fotografia (e di quella giusta) nel giornale dovrà poi contemperare le sue ragioni all'interno di una strategia globale della direzione di cui l'art director esprime le esigenze. È ovvio che quindi non possono essere assunti dalla stessa persona. L'assenza del photo editor sembra invece non creare nessun problema ai nostri quotidiani, che infatti sono totalmente sgrammaticati nell'uso delle immagini non essendoci nessuno che, con autorità riconosciuta, ne sia responsabile. Non solo poi se ne fa a meno ma si aumenta l'enfasi sulla grafica facendo rientrare al suo interno anche l'uso della fotografia; assistiamo quindi a progetti grafici sempre più arditi (che provengono quasi tutti dalla stessa mano) in cui gli spazi per le fotografie sono previsti lunghi a fettuccia o quadrati senza tenere il minimo conto del formato originale delle fotografie notoriamente due per tre (poco importa, si tagliano ...). Ma c'è di più: mentre si massacra la fotografia in quanto tale se ne esalta l'uso aneddotico, fidando molto nella sua capacità di spezza piombo. Grandi spazi così a volte vengono lasciati per immagini che poi sono scelte da chi si trova lì per caso o, a volte, quasi per punizione. Sono in questo senso assurde le situazioni di alcuni quotidiani che proclamano il loro impegno verso l'immagine e danno poi orari settimanali per visionare le fotografie (come se uscissero una volta alla settimana) o capiservizio che devono inventare stratagemmi per poter pubblicare una immagine che gli interessa per la loro pagina senza calpestare il potere acquisito del segretario, archivista o del grafico di turno. Questa singolarità viene spiegata dagli addetti ai lavori in molti modi, ovviamente nessuno dei quali convincente tranne il fatto che così si crede di risparmiare e che nessuna competizione seria è mai iniziata in Italia su questo terreno. Sarebbe invece ora che ci si occupasse di più di ciò, visto anche le possibilità di maggior chiarezza informativa oltre che di aumento della diffusione che un uso intelligente e originale delle fotografie giornalistiche consente. 2. Le fotografie pubblicate in massima parte non vengono firmate. Questo rende l'Italia se possibile ancora più eccezionale. Ho viaggiato come fotografo in molti posti del mondo e non ricordo nessun paese in cui le fotografie non fossero firmate sui quotidiani. Non parlo degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, che sarebbe scontato, ma- del Cile, dell'Unione Sovietica (anche ai tempi di Breznev), del!' Argentina, dell'India, e così via. Si badi bene che la firma non è un semplice atto di riconoscimento del diritto dell'autore, ma implica anche, come qualunque testo scritto, la responsabilità dello stesso. Se vedo come lettore una buona foto ad esempio della situazione attuale di Haiti ho piacere di conoscere il nomedell' autore; se riconosco in quella foto una truffa giornalistica perché scattata altrove o di molto tempo fa ho interesse a conoscere il nome dell'autore del misfatto. Questo non sembra affatto compreso, e viene inoltre sostituito in modo palliativo su alcuni quotidiani dal nome delle agenzie che quelle foto hanno procurato. Questi nomi navigano sui quotidiani alla stregua di marche di sigarette e spesso per guadagnare spazio si fa una unica didascalia per più foto accomunando più agenzie e rendendo impossibile l'identificazione della provenienza. A che pro? Sembra solo un piccolo inutile contentino. 3. Le fotografie pubblicate molte volte non assolvono a una funzione informativa ma ornamentale. Ad esempio sempre più spesso gli articoli di società vengono illustrati da foto di scene di film. Una inchiesta sulla vita dei barboni a Londra trova la sua illustrazione in una foto di Me! Brooks che recita da barbone in un vecchio film; una notizia di uno stupro avvenuto a Roma il giorno prima la si accoppia a una immagine del nuovo film di Risi; un articolo sulla mafia americana è perfetto per la foto di Marlon Brando nel Padrino e l'accoppiata Stone/Douglas di Basic lnstinct ha ormai vinto il primo premio della foto più pubblicata tanto è servita per illustrare le solite inchieste estive sulla sessualità degli italiani. I lettori italiani non si rendono conto delle continue mistificazioni cui assistono: una foto di un delitto di mafia viene utilizzata per illustrare un articolo sulla 'ndrangheta; una immagine chiaramente costruita e spacciata per vera per illustrare il dramma delle pietre lanciate in autostrada o per documentare un articolo sulle sette religiose. In alternativa a ciò le sempiterne troppe faccine, dei politici e dei personaggi dello spettacolo, che riempiono pagine e pagine. Ma siete sicuri che questo uso delle foto sia giornalismo? Inoltre la foto dell'autore di un articolo importante prevale sempre sulla foto dell'argomento: perché per illustrare il saggio di Popper sulla televisione si sceglie la faccia del grande filosofo e non una buona fotografia sull'argomento di cui si tratta? E se si pubblica un dibattito sulla criminalità perché illustrarlo con la foto di Maroni o di Arlacchi e non cercare la foto giusta sull'argomento? A maggior
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