Bulgaria. Foto Grazio Neri. esagerando, diciamo decenni fa. In questo senso ritengo che i Balcani siano come un laboratorio in cui vengono sottoposti nuovamente a verifica alcuni principi fondamentali del mondo contemporaneo, della democrazia contemporanea: in primo luogo cosa è lo Stato, cosa è la nazionalità, quali confini si possono applicare a uno Stato, cosa significa autodeterminazione, cosa significa identità nazionale, stabilire se i serbi, per fare un esempio, hanno il diritto di separarsi, oppure non lo hanno - e perché, per quale motivo. Penso che quello che sta succedendo ora in questa regione sia, per così dire, una ripetizione della storia. Devo dire comunque che non ho riscontrato un atteggiamento così univocamente negativo nei confronti dei Balcani, almeno in Francia. Forse in Italia la cosa è più marcata. Forse in Italia è così. Ma la mia sensazione è che negli ambienti intellettuali vi sia una grande simpatia, un grande coinvolgimento rispetto a questo argomento, perché l'Occidente ha bisogno di cause per cui combattere, di cause importanti, di qualcosa di importante in genere. Il problema, purtroppo, è che i Balcani sono una piccola regione e non li si prende sufficientemente sul serio. Ma la cultura occidentale ha necessità di impegnarsi, di lottare per qualcosa. La cultura francese, per esempio, non è capace di esistere chiusa solamente in se stessa. È in questo senso, secondo me, che i Balcani possono, forse, svolgere un ruolo positivo. Meglio che succeda lì, piuttosto che in Occidente, o anche solo in Cina. Se questi conflitti e queste guerre dovessero scoppiare in Cina, le conseguenze sarebbero molto più pesanti. Lei vive da alcuni anni a Parigi. Come ha influito su di lei il passaggio da un piccolo paese come la Bulgaria a uno dei centri della civiltà occidentale? E come ne ha risentito il suo lavoro di scrittore? La cosa più interessante di un tale passaggio consiste nella possibilità di raffrontare i confini culturali, i confini delle due culture. Non solo vedo le cose come colui che viene da fuori e può osservare dalINCONTRI/ DICEV 75 I l'esterno il modo in cui funziona la cultura francese, ma posso vedere delle cose che gli stessi francesi non sono in grado di vedere. Ho imparato molte cose anche sulla mia cultura. Penso che sia una esperienza di eccezionale valore per chiunque si interessi di letteratura o di qualche altra attività umanistica. Per potere capire se stessi, è necessario uscire da se stessi e in un certo modo rimpiango di non avere potuto fare questa esperienza prima. Per me è molto importante il fatto di potermi guardare attraverso un'altra cultura. Come si riflette tutto questo sul mio lavoro di scrittore? Ne ricevo uno stimolo "culturalistico", scrivo dei racconti, descrivo le differenze culturali, per cercare la specificità delle diverse culture, e questo mi sta spingendo ad abbandonare, o almeno a lasciare in ombra, la scrittura d'invenzione pura e a cercare una base di scrittura più documentaria o semplicemente più concreta. Per quanto riguarda la Francia, si tratta di un paese che ha un'enorme eredità storica, è uno dei pochi paesi in cui ha ancora importanza il lavoro intellettuale, la posizione dell'intellettuale è ancora di rilievo. C'è poi il fascino di Parigi, una città internazionale, con una cultura internazionale, che è stata prima coloniale e poi internazionale. Non solo ci sono molti stranieri, ma questi stranieri hanno una forza propulsiva fondamentale - artisti come Picasso, per esempio, o scrittori come Beckett. Non c'è niente di simile in Germania, per esempio, perché la Germania non solo non ha un passato di potenza coloniale o di impero, ma basa la propria cultura su di un altro principo, il p1incipio della lingua, del sangue e della terra, un principio storico organico, che esclude la possibilità di una partecipazione effettiva degli stranieri. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma la quasi totalità degli intellettuali tedeschi è di provenienza tedesca. Mentre la Francia, come l'America, è un paese la cui cultura è aperta e in cui l'immigrazione è un fattore fondamentale. Esiste la possibilità, forse in una certa misura fittizia, ma comunque esiste, di realizzare il sogno della partecipazione di tutti. Si tratta di un ideale di enorme importanza per l'umanità, per ognuno di noi: la sensazione di partecipare comunque a qualcosa di grande. L'idea che esista una cultura universale, comune a tutti, a cui chiunque può partecipare, per quanto sia difficile farlo, è di grandissima importanza anche solo come come stimolo. Per questo ho scelto la Francia e non, tanto per fare un esempio, la Spagna o la Germania. Non so come stiano le cose in Italia...
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