Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

INCONTRI 73 lvailo Dicev I BALCANIERANOROSSI IncontroconAndreaFerrario lvajlo Dicev è natoa Sofia, in Bulgaria, nel 1955. Ha pubblicato diverse raccoltedi racconti(la più recente è Lelleralismi, del 1991). un romanzo (Identificazione, 1987) e numerosi saggi in volume e su riviste. Da alcuni anni vive a Parigi, dove si interessa in particolare di estetica del potere. Nei suoi interventi giornalistici lei ha riservato particolare interesse alla tematica del postmoderno. Che caratteristiche prende questa tematica dal punto di vista della Bulgaria: Verso la metà degli anni Ottanta io e alcuni amici (Aleksandar Kjosev, Vladislav Todorov, Ivan Krastev) abbiamo organizzato un seminario dedicato alla situazione postmoderna. Era allo stesso tempo qualcosa di serio e un'occasione per divertirci. Ci siamo interessati a lungo al tema del mausoleo di Georgi Dimitrov ~egretario del Comintern e del Partito Comunista Bulgaro; dopo la sua morte, nel 1949, il suo corpo è stato imbalsamato e conservato in un mausoleo a Sofia fino al 1990 n.d.t.]. Il tema della mummia ci interessava particolarmente: perché il potere arriva a produrre una mummia, la sua mummia? Siamo giunti alla conclusione che la mummia era il primo oggetto postmoderno in Bulgaria. C'era anche un gruppo di artisti, attivi ancora oggi, collegato a noi: Nedko Slovakov, Milco Bojadziev e altri. Molti dei nostri scritti uscivano in quel periodo sulla rivista di Sofia "Kultura". Come tema, quello della mummia, è poi passato un po' in secondo piano, ma per noi la cosa fondamentale era il parallelo tra la situazione postmoderna e il postcomunismo, che in quel periodo già stava nascendo: alla fine degli anni Ottanta cominciava o:ma~ a essere chiaro che il sistema si stava disintegrando. Eravamo gwnll a questo parallelo constatando che, fondamentalmente, in ambedue le situazioni culturali vi era una crisi di legittimità del potere stesso. E così anche noi, partendo, per fare un nome, dalle considerazioni di Lyotard, abbiamo cercato di vedere come e perché il potere, nel nostro paese, stava perdendo la propria legittimità, come mai le attività delle istituzioni, degli ambienti culturali, dello Stato, si stavano trasformando in simulacri, in una simulazione totale, che nascondeva dietro di sé il fatto di essere priva di ogni appoggio. Ci accusavano di non essere abbastanza seri, ma lo spirito postmoderno della cosa consisteva proprio nel fatto che noi stessi non la prendevamo sul serio, per noi era come una citazione. Una delle definizioni della cultura postmoderna è che si tratta di una cultura della citazione, una cultura nella quale si prendono in prestito alcune opere da incollare le une accanto alle altre come capita. Ovviamente, anche questo incollare la problematica postmoderna dall'America alla. Bulgaria era qu~lcosa da prendere "tra virgolette". Era come una c1taz1one, come giocare con delle forme culturali esterne. La mia opinione è che la cultura bulgara, come molte altre culture che si trovano alla periferia del mon?o ricco, sia in un certo senso condannata a citare, a prendere in presllto dei modelli. Dal XIX secolo in avanti, fino alla nascita delle piccole •nazioni, non solo nei Balcani, ma anche nell'Europa Centrale, in Russia, vi è stata una continua assimilazione di modelli esterni, una gara per raggiungere l'Occidente, per costruire uno Stato come si deve, come i belgi, o gli svizzeri. Una competizione continua, che fa sì che noi ci ritroviamo sempre oltre noi stessi - mi sembra che si possa fare rientrare un tale fenomeno direttamente in quella che chiamiamo situazione postmoderna, perché è chiaro che le forme culturali con le quali si vive qui non sono effettive, sono del!e ~itazioni. Noi_viviam~ in una cultura di citazioni a mosaico, che s1nversano su d1 noi, sm nostri paesi, e noi le combiniamo, viviamo tra di esse, poi ne combiniamo delle altre e delle altre ancora e così la dinamica di una tale cultura si perde, nessuno la possiede più. Penso che questo sia il destino dei piccoli paesi periferici. E cosa intende dire nel suo racconto li libro trasparente, quando scrive che in Bulgaria all'epoca non c'era il postmoderno? Nel racconto il gioco consiste nel fatto che proprio perché il postmoderno non c'è, bisogna farlo nascere e in effetti nasce. Nel momento in cui decidiamo di farlo nascere, nasce. Nel racconto si tratta di un gioco, ma prendiamo qualcosa di più serio, per esempio uno Stato. Prima non c'erano la Macedonia, la Bielorussia e altri Stati. D'un tratto si decide: saremo uno Stato, e si fa un inno, si crea una storia, si trovano degli eroi e così via. Per girare la domanda che mi ha posto, come nasce un'identi,tà? Uno può dire, da og~i so~o po,s~moderno, da oggi sono cinese. E in questo senso che la s1tuaz1onee interessante, moderna, perché esiste la possibilità, e la libertà, di inventarsi. Una volta l'identità di una persona derivava dai suoi antenati, dalla sua cultura, dalla sua religione, non era possibile liberarsene. Oggi, soprattutto in un paese come l'America, dove non_per caso si~ maggiormente sviluppata questa riflessione, accade d1essere oggi uno e domani un altro. Dopo il crollo del sistema socialista due caratteristiche diffuse saltano all'occhio: il grande numero di intellettuali al potere e la mancanza di un apporto nuovo, positivo in quasi tutti i campi (si accolgono modelli estranei, mentre tutti ifenomeni originali precedenti, come per esempio Solidarnosc o l'underground éeco, rimangono senza sviluppi). Come si spiega tutto questo? Lo ricollegherei a quanto ho appena detto. Ci possono anche essere stati fenomeni originali e autoctoni come Solidarnosc, ma per quanto riguarda la Bulgaria, ma anche la Romania, l'Albania, la Russia, quel che accade è che si importano degli schemi già pronti, e si tratta di qualcosa che non succede per la prima volta. Se si osserva la storia del comunismo, si vede che è consistita in tutta una serie di prestiti, di tentativi di raggiungere, di superare l'Occidente con i suoi stessi criteri, a cominciare dagli armamenti e dall'industria - la costruzione di razzi cosmici, di stabilimenti, la continua introduzione degli stessi valori occidentali, il porsi gli stessi problemi da parte della cultura. In un certo senso questi paesi stanno continuando a imitare l'Occidente. L'imitazione comunista era legata a un modello, per così dire, classicamente moderno, vale a dire a una modernità della produzione: bisognava produrre, costruire fabbriche, avere operai. Mentre la situazione odierna, postcomunista, che io definisco anche postmoderna, consiste nel fatto che noi imitiamo nuovamente una modernità, cerchiamo nuovamente di raggiungere una modernità, ma questa volta essa non riguarda la produzione, bensì il consumo: è una modernità simboleggiata dai diversi oggetti di consumo importati dall'Occidente. Si tratta, naturalmente, di oggetti di consumo ai livelli più bassi della produzione industriale occidentale e che prima di arrivare da noi passano dalla Turchia, dalla Grecia e che tuttavia danno vita a un'immagine della modernità postmoderna, se posso esprimermi in questo modo, di un mondo in cui noi consumeremo come loro. Così, se i comunisti cercavano di convincerci che noi dovevamo produrre come l'Occidente, lavorare, diventare disciplinati, forti come all'Ovest, !'imi-

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