Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

70 DALLABULGARIA lvailo Dicev Ml SVEGLIO••• DUERACCONTI traduzionedi Andrea Ferrario LETTERALISMO È questa la cosa più sbalorditiva: tutto è assolutamente letterale. Quando qualcosa succede agli altri, porta immancabilmente un suo significato altro, ma ecco che finalmente io sono solo, io muoio e ciò non significa niente. I miei occhi non sono chiusi del tutto, in basso rimane un striscia biancastra, disseminata di capillari. L'abitudine, che ho avuto per tanti anni, di usarlo come uno specchio mi fa provare la sensazione che a essere chiusi siano i miei propri occhi (ma allora, come faccio a vederlo?) ... Non c'è tempo, il sangue comune, diventato ora solo mio, si sta raffreddando. Scrivo per la prima e ultima volta - mi riferisco al vero scrivere, quello che nessuno legge fino in fondo. Dunque, non solo termini come "metafora" o "grottesca", ma addirittura un'espressione come "capriccio della natura" dà già alla nostra condizione una certa quiete estetica. E questa condizione la si può esprimere solo con una frazione: sopra un'unità (noi), sotto alcuni miliardi (di nascite). Giorno dopo giorno il pensiero di questa frazione, la rabbia nei suoi confronti e così via. Ovviamente, ci sono i raffronti con frazioni più o meno verosimili. Chang ed Eng, cresciuti spalla a spalla - ma che maledizione volete che sia, questa? Quando ne hai voglia, ti giri verso l'altro, quando ne hai abbastanza, ti metti ad ammirare le varie cose cinesi che ci sono intorno. Oppure prendete i due americani di cui riferisce J.B., cresciuti con schiena e pancia attaccati (così che uno dei due si trasforma gradatamente in una specie di zaino dell'altro). Esiste mai una vita privata più perfettamente divisa tra due persone di quanto non lo sia questa? Uno dei due, sempre guardato di schiena, ma libero di guardare dove vuole; l'altro: costretto per sempre a guardare suo fratello nella nuca, ma allo stesso tempo assolutamente invisibile per lui. Ma queste persone, seppure costrettevi, sono pur sempre libere l'una dall'altra! Ed ecco che in mezzo ci siamo noi - incollati, in virtù della forza di qualche frazione, fronte contro fronte fino alla fine dei nostri giorni. È mai possibile una posizione più innaturale? Apri gli occhi e lui è subito lì, ti guarda a quattro centimetri di distanza. Fai per camminare, e anche lui comincia, così che per la pari pressione frontale prendete a girare in cerchio. Ci si nutre sotto il reciproco sguardo indagatore, ci si siede sul vaso da notte per urinare o andare di corpo, senza staccare gli occhi l'uno dall'altro, si abbassano le palpebre per dormire e dopo un attimo le si apre contemporaneamente per controllare se l'altro dorme. E così via. Quando siamo nati, il professore ha detto alla Mamma che per la scienza era impossibile dividerci: bisognava sacrificare uno dei due. Quale? è inorridita la Mamma all'idea di dovere scegliere. Mah ... questo! ha detto il professore dandomi una pacca sul sedere. Oppure no, è meglio questo ... Insomma, aspetti. Ha frugato nel suo camice e ne ha estratto una moneta gialla. Devo pensarci su, ha mormorato confusa la Mamma e presici in tutta furia tra le sue braccia - ciascuno sotto un'ascella - si è precipitata verso casa. Se è viva, ci sta probabilmente ancora pensando su. Non so, sembra che alla base di tutto ci sia questa indecisione: come se le altre persone dovessero la loro libertà a una maggiore risolutezza materna. Da bambino, durante i miei attacchi d'ira, la accusavo, picchiavo furioso con il pugno sulle sue ginocchia, saltavo con i miei talloni sui suoi piedi. La Mamma rimaneva immobile. Se ne stava a guardare con enigmatica fissità attraverso l'appannata finestra invernale, passando il palmo della mano sui nostri capelli. Nel punto in cui i due ciuffi incontrandosi formavano una piccola onda, la mano scompariva e poi, dopo un intervallo regolare, la sentivo di nuovo, calda e instancabile. Davvero: cosa mi garantiva che sarei rimasto proprio io - che il destino, la Mamma, la scienza o chi volete, mi amassero più di 1/2. E non è tutto: anche nel caso fossi rimasto - come avrei fatto a essere sicuro che ero proprio io ad essere rimasto? E così via. I nostri giorni felici. Centocinquanta, la gallina canta. Le zuffe che terminavano necessariamente sempre con la caduta di entrambi. Quella obbrobriosa parola vezzeggiativa con la quale ci chiamava la Mamma, mi riesce difficile perfino scriverla ... Eh, va bene: i miei "capretti". Quanto era idiota-letterale! In realtà la Mamma noi non la vedevamo, la sentivamo. Nel campo visivo di ciascuno, delimitato dal piede dell'altro, entravano cose come gli arabeschi del tappeto, il tappo di una limonata, un batuffolo di polvere non risucchiato dall'aspirapolvere, una mosca stordita. Riuscivamo a vedere la Mamma con l'ausilio di piccoli specchietti rotondi, che portavamo sempre legati a una cordicella elastica appesa al collo. Ovviamente si poteva abbagliare l'altro facendogli la gibigiana e altre simili trovate. Con la comparsa di peli lunghi e ondulati sui pomi d'adamo abbiamo cominciato a usare gli specchietti anche per qualcosa di più romantico. Per esempio in tram, quando ci trovavamo vicino a gambe di donne. Seguiva uno strizzar d'occhi: il mio occhio sinistro e il suo destro, il suo sinistro e il mio destro, o invece sinistro - sinistro, destro - destro, oppure a catena il mio sinistro - il mio destro, il suo sinistro - il suo destro. E gli specchietti, inosservati, si avvicinavano all'orlo del vestito, in modo tale che l'angolo di riflessione - e così via. La sera aspettavamo impazienti che la Mamma spegnesse la luce e uscisse, per dedicarci a quello che allora chiamavamo "matita col gommino", e gli occhi sfavillanti nel buio venivano strizzati a velocità sempre maggiore: sinistra - destra, destra - destra, sinistra - sinistra ... Già, ma di cosa stavo parlando? Ah, è vero, della Mamma. La questione non era solo che la vedevamo rimpicciolita, tremolante nel cavo della mano. Noi la vedevamo quando lo volevamo

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