DALL'INDIA 67 Arun Joshi ILVIAGGIO DELSIGNORLELE traduzionedi MariafrancescaVillani Arun Joshi (Benares 1939-1993) dopo gli studi compiuti negli Stati Uniti tornò in India per fare l'imprenditore non trascurando però la sua vera passione, la letteratura. I cinque romanzi che ha pubblicato lo collocano tra i più importanti autori indiani. Nei primi due, Lo straniero ( 1968) e Lo strano caso di Willy Biswas ( 1971), assume valore centrale la contrapposizione tra la cultura occidentale e la cultura indiana. Ma questo è in fondo il tema di tutta la sua opera, e lo ritroviamo nel protagonista stesso del suo quarto romanzo, L'ultimo labirinto ( 198 I, Zanzibar 1993). Il signor Lele era il venditore di pasta dentifricia quasi più pagato del paese. Era secondo solo al suo capo. Però il suo capo si occupava anche di oli per i capelli, di gamberetti secchi e di una linea di rossetti. Ciò non vuol dire che il lavoro del signor Lele era un letto di rose, come potrebbe pensare chi non conosce l'industria dentifricia. Agli occhi dei suoi impiegati, essa attraversava vicissitudini non meno coercitive della nascita e della caduta degli Stati. Nel grafico multicolore appeso nell'ufficio del capo c'erano tanti avvallamenti quanti picchi. Bastava un piccolo errore nel sondare le preferenze ed i favori del pubblico medio, un ritardo nel contrastare la combinazione regalo di un concorrente, ed ecco che le vendite finivano clamorosamente in un fondo valle. Fortuna volle che il signor Lele e i suoi dentifrici si trovassero proprio in uno di questi avvallamenti quando inizia la nostra storia. Una mattina il capo lo chiamò nel suo ufficio e gli disse: "I suoi dentifrici sono nei pasticci, Lele". L'uomo aveva quindici anni meno del signor Lele, ed era molto propenso a dire pane al pane e vino al vino, un'abitudine che diceva di aver preso ad Oxford, dal suo insegnante di filosofia. "Lo so, signore" disse il signor Lele. Il giovane gli agitò in faccia una scheda piena di cifre. "Sono sotto del quindici per cento in Maharashtra, del dieci per cento in Bengala, del ventitré e mezzo per cento in Andhra. E, per sua informazione, potrei aggiungere che in Kerala sono arrivate a zero." "Lo so" disse il signor Lele. "Lo so, lo so, è tutto quello che sa dire?" "Dirò quello che vuole lei, signore" disse il signor Lele un poco distrattamente, forse troppo distrattamente, dato che in quel momento stava pensando a cosa regalare alla figlia per il suo compleanno. Questo era dire pane al pane e vino al vino un po' più del dovuto, anche per uno studente di filosofia. "Quello che voglio sapere è, che cosa ha intenzione di fare al riguardo?" "Ci ho pensato anch'io" disse il signor Lele, nell'eroico tentativo di riportare all'ordine la sua errabonda attenzione. "Che ne dice di indire un concorso tipo 'Dimmi-Perché-Ti-Piace'? O forse potremmo dare in regalo tazze di plastica, come facemmo l'anno scorso." Ora, questo era il tipo di discorso che il capo del signor Lele chiamava "smancerie da vecchio matusa" e così perse le staffe. "Non sia ridicolo, Lele" disse seccamente. "La situazione è diversa." "Come ho già detto, ci ho pensato ..." Il giovane si levò gli occhiali con la montatura di corno, ne mordicchiò un'estremità già molto mordicchiata, e lo fissò severamente. "Quello che deve fare, Lele, è smettere di pensare, rimboccarsi le maniche e scendere in quel dannato campo." Si rimise gli occhiali. Il signor Lele uscì senza dire una parola. Non era certo questo il modo di rivolgersi al secondo uomo meglio pagato dell'industria dentifricia, il signor Lele questo lo sapeva bene. Sapeva che avrebbe dovuto dimettersi su due piedi, sputare sul tavolo di palissandro e calpestare gli occhiali con la montatura di corno. Negli ultimi quindici anni aveva pensato sovente di farlo, spesso molte volte nello stesso giorno. A dissuaderlo era stata la signora Lele. Non lo aveva dissuaso con proteste o con limitazioni, né con lacrime o minacce. Lo aveva dissuaso semplicemente facendogli sapere come la pensava. La signora Lele manteneva le proprie posizioni in quella zona desertica che giace fra l'emancipazione occidentale e l'indolenza orientale, così grandiosamente conquistata da alcune donne indiane. Fra le dune e le rovine di questo abbagliante impero, essa regnava con un dispotismo contro il quale le timorose proteste del signor Lele erano come una leggera nebbiolina davanti al sole. La signora Lele credeva che il matrimonio fosse un contratto solenne: la donna si occupava di sovrintendere ai domestici, l'uomo di provvedere ai cinque pasti giornalieri, all'assicurazione, alle feste settimanali, alle spese dei figli, alle bollette della luce, alle bollette del telefono, alle spese mediche, alla villeggiatura, al cambio di sari, di tanto in tanto ai gioielli, al profumo francese e a un lavoro per il fratello della moglie. A causa del suo temperamento e della validità della sua idea, nel corso degli anni suo marito era arrivato a considerare la sua parte del contratto non solo solenne, ma come qualcosa la cui violazione gli avrebbe negato la ricompensa divina. Da ciò l'esitazione nello sputare sul tavolo di palissandro e nel calpestare gli occhiali con la montatura di corno. Comunque, era molto riluttante a partire immediatamente per Bombay, come desiderava il capo. La ragione era sua figlia. La figlia del signor Lele aveva nove anni. Aveva un visino pallido, piccolo per la sua età e le guance avevano il colorito di una rosa appassita. Aveva occhi luminosi e sorridenti, e i capelli le arrivavano alla vita. Aveva anche un piede storpio. Fra il signor Lele e sua figlia c'era uno strano rapporto. Quello che sentiva per lei non era amore, come la maggior parte dei padri, ma qualcosa di simile a quel rimpianto che potremmo provare, una mattina d'estate sulle colline, per un fiore solitario cresciuto nella crepa di una roccia, sapendo che prima di sera verrà calpestato nella polvere da mandrie di muli di passaggio. Lei gli ricordava tutte le cose belle ed effimere che si usano per arredare il palazzo della vita. A volte quando rientrava dall'ufficio, la testa traboccan-
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