Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

66 STORIE/NGUGI direzione della stanza di Nyaguthii. Bussò alla porta. In un primo momento non ottenne risposta. Poi sentì la voce assonnata di Nyaguthi1 al di sopra della pioggia battente. "Chi è?" "Sono io. Aprimi, per favore." "Chi?" "Beatrice." "A quest'ora di notte?" "Ti prego." Accese le luci, tirò il catenaccio e aprì la porta. Beatrice entrò. Lei e Nyagfithi1 rimasero là una di fronte all'altra. Nyagfithi1 indossava una camicia da notte trasparente; sulle spalle aveva un magbone verde . ."C'è qualcosa che non va, Beatrice?" le chiese infine con una punta di ansia nella voce. "Posso stare un po' qui con te? Sono stanca. E poi voglio parlarti." La sua voce era carica di sicurezza e forza. "Ma che cosa è successo?" "Voglio soltanto farti una domanda, Nyagfithii." Erano ancora in piedi. Poi, senza una parola, si sedettero sul letto. "Perché te ne sei andata da casa, Nyagfithiì?", chiese Beatrice. Un altro attimo di silenzio. Sembrava che Nyaguthi1 riflettesse sulla domanda. Beatrice aspettava. Quando infine si sentì, la voce di Nyagfithi1 era tremula e incerta. "È una storia lunga, Beatrice. I miei erano abbastanza benestanti. Erano anche buoni cristiani. Vivevamo seguendo delle regole. Non andare in giro con i non credenti. Non prendere parte alle loro usanze pagane, come i balli e i riti di circoncisione, per esempio. C'erano regole su che cosa, come e quando mangiare. Dovevi persino camminare come una signora cristiana. Mai farti vedere in giro con i ragazzi. Regole, sempre regole. Un giorno, invece di tornare a casa da scuola, io e un'altra ragazza con una famiglia come la mia siamo scappate a Eastleigh. In questi ultimi quattro anni non sono tornata a casa neanche una volta. Tutto qui." Un altro silenzio. Poi si guardarono con comprensione reciproca. "Un'altra domanda, Nyagfithi1. Non devi rispondermi per forza. Ma ho sempre pensato che tu mi odiassi, mi disprezzassi." "No, Beatrice, no, non ti ho mai odiata. Non ho mai odiato nessuno. Il fatto è che non mi interessa niente. Non mi eccitano neanche gli uomini, ormai. Ma malgrado tutto io voglio, ho bisogno di sentirmi su di giri per qualche istante. Ho bisogno dell'attenzione di quegli occhi falsamente adulatori per sentirmi me stessa - me stessa. Ma tu, tu sembravi al di sopra di tutto questo - in un certo senso avevi qualcosa in te che io non avevo." Beatrice tentò a fatica di trattenere le lacrime. Il giorno seguente di buon'ora prese un autobus per Nairobi. Camminò per Bazaar Street guardando le vetrine. Poi per Government Road, fino a Kenyatta Avenue e Kimathi Street. Entrò in un negozio vicino a Hussein Suleman Street e comprò svariate paia di calze. Ne mise un paio. Quindi si comprò un vestito nuovo. Indossò anche questo. Da Bata comprò scarpe con il tacco alto, le calzò e scrutò quelle vecchie con il tacco basso. A una bancarella di Akarnba si provò degli orecchini. Andò a uno specchio e fissò la sua nuova immagine. Improvvisamente sentì una fame spaventosa, come se avesse fame da una vita. Davanti a Moti Mahal esitò. Ma proseguì, entrando infine da Fransae. Nei suoi occhi c'era una scintilla che faceva voltare gli uomini. Sentì una scossa di piacere. Scelse un tavolo in un angolo e ordinò un curry indiano. Un uomo si alzò dal suo tavolo e la raggiunse. Lo guardò. I suoi occhi sprigionavano allegria. Lui indossava un abito scuro e i suoi occhi brillavano di lussuria. Le offrì da bere. Tentò di avviare una conversazione. Ma lei mangiava in silenzio. Lui mise la mano sotto il tavolo e le toccò le ginocchia. Lo lasciò fare. La sua mano continuava a salire su per la coscia. Tutt'a un tratto lei piantò lì il cibo nel piatto e il vino che non aveva neanche assaggiato e uscì. Si sentiva bene. L'uomo la seguì. Lei lo capì senza voltarsi neanche una volta. Le camminò al fianco per qualche centinaio di metri. Sorrise tra sé e sé ma non lo guardò. Lui perse la sua baldanza. Quando lei se ne andò, lui stava sbirciando la vetrina di Ginòs. Nell'autobus che faceva ritorno a Ilmorog, gli uomini le cedettero il posto. Lei lo accettò come se le spettasse di diritto. Al Treetop andò dritta al banco. C'era la solita folla di pezzi grossi. Quando fece il suo ingresso, interruppero per qualche secondo le loro conversazioni. I loro occhi lascivi erano fissi su di lei. Le ragazze la guardavano a occhi spalancati. Neanche Nyagfithiì riuscì a mantenere il suo contegno annoiato e indifferente. Beatrice offrì loro da bere. Il padrone le venne incontro esitante. Abbozzò una conversazione. Perché aveva lasciato il lavoro? Dov'era stata? Le sarebbe piaciuto lavorare al bar, aiutare Nyagfithi1 dietro al bancone? Ogni tanto? Una cameriera le portò un biglietto. Un certo pezzo grosso desiderava sapere se lei voleva raggiungerli al loro tavolo. Dai potenti seduti qua e là arrivarono altri biglietti con la stessa domanda: sarebbe stata libera quella sera? Persino un viaggio a Nairobi. Lei non lasciò il suo posto al bancone. Ma accettò da bere come se le spettasse di diritto. Provava una nuova forza, un senso di fiducia persino. Tirò fuori uno scellino, lo mise nel juke-box da cui rimbombò la voce di Robinson Mwangi che cantavaHunyu wa Mashambani. Cantava di quelle ragazze umiliate che lavorano nelle fattorie e le paragonava alle ragazze di città. Dopo mise una canzone di Kamaru e di D.K. Gli uomini volevano ballare con lei. Lei li ignorava, ma le faceva piacere sentirli agitarsi attorno a lei. Muoveva i fianchi al suono di un'altra canzone di D.K. Il suo corpo era libero. Lei era libera. Assorbiva l'eccitazione e la tensione presenti nell'aria. Poi improvvisamente verso le sei l'uomo col camion da cinque tonnellate fece irruzione nel bar. Stavolta indossava il cappotto militare. Dietro di lui c'era un poliziotto. Si guardò intorno. Gli occhi di tutti si levarono su di lui. Ma Beatrice continuò a dondolare i fianchi. Dapprima non riconobbe Beatrice nella ragazza che festeggiava quella manciata di minuti di gloria vicino al juke-box. Poi urlò trionfalmente. "È quella ragazza là! Ladra! Ladra!" La gente si disperse e ritornò al suo posto. Il poliziotto si diresse verso di lei e le mise le manette. Beatrice non oppose resistenza. Solo quando giunse alla porta, voltò il capo e sputò. Quindi uscì seguita dal poliziotto. Quando qualcuno fece una battuta a proposito di una piacevole rapina non a mano armata, il silenzio attonito del bar si trasformò in una irrefrenabile risata. Parlarono di lei. Alcuni dicevano che avrebbero dovuto picchiarla. Altri parlavano con disprezzo di "queste ragazze da bar". Altri ancora discutevano con interesse, si notava da come scuotevano increduli il capo parlando del crescente tasso di delinquenza. Non si dovevano forse punire tutti i furti di proprietà con l'impiccagione? E senza che nessuno se ne rendesse conto, l'uomo con il camion da cinque tonnellate era diventato un eroe. Adesso lo subissavano di domande chiedendogli di raccontare l'intera storia. Qualcuno gli offrì persino da bere. E, fatto ancor più notevole, lo ascoltarono, in un religioso silenzio punteggiato da risate di approvazione. I beni di ciascuno erano salvi e lo scampato pericolo li aveva momentaneamente riuniti in una grande famiglia. E l'uomo, accettato per la prima volta, raccontò loro la storia con piacere. Ma dietro al bancone Nyagfithi1 pianse. Copyright Ngugi wa Thiong'o 1975.

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