DALKENIA 61 Ngugi wa Thiong' o MINUTI DI GLORIA a curadi LauraBucellari Ngugi wa Thiong'o, tra i massimi esponenti della letteratura dell'Africa orientale, nasce nel 1938 a Limuru in Kenia da una famiglia appartenente al gruppo etnico maggioritario Kikuyu. Il Kenia rimane sotto il dominio britannico fino al 1963, e proprio la lotta per l'indipendenza farà da sfondo costante ai romanzi di Ngugi. Dopo una prima serie di studi nella sua terra, nel 1964 si " trasferisce a Leeds in Gran Bretagna dove si specializza in letteratura inglese. Tornato in Africa, comincia a lavorare presso alcune università e successivamente presso la North western University in Illinois negli Stati Uniti. Tra l'altro trasforma ilDipartimento di Letteraturalnglesedell'Universitàdi Nairobi in Dipartimento di Letteratura specializzato in studi africani. Ngugi wa Thiong'o è noto soprattutto come romanziere, ma anche come giornalista, critico, saggista e drammaturgo. Le sue prese di posizione contro le istituzioni che reggono lo Stato, e in particolar modo contro la corruzione, la lotta per il potere e un tipo di società basata sul modello socioeconomico occidentale, gli sono costate la libertà. Ha infatti trascorso un anno in carcere, dal 1977 al 1978. Attualmente risiede in Inghilterra. Già nel primo romanzo, The River Between (1965), Ngugi tratta le tematiche sviluppate poi nei libri successivi: la nostalgia per una serenità perduta, l'amore per la terra, il senso della tradizione, quasi ad auspicare il ritorno ai valori del passato. Altri due romanzi fondamentali dello scrittore keniota sono A Crain of Wheat ( 1967; edizione italiana Un chicco di grano, traduzione di M. Grampa, Jaca Book 1978) e Petals of Blood ( 1977; edizione italiana Petali di sangue, traduzione di A. Carrer, Jaca Book 1979). Nel primo i personaggi aspettano un futuro migliore che faccia dimenticare il passato di sofferenze, ma quest'attesa è delusa da un'ennesima serie di violenze. In Petals of Blood lo scrittore abbraccia la causa di altri autori africani come Chinua Achebe che denunciano le linee di sviluppo economico seguite da paesi un tempo assoggettati al colonialismo. Coloro che detengono il potere non si preoccupano di creare nuove strutture, viene fomentata invece la corruzione dell'elite africana che s'impossessa delle ricchezze e dei sistemi di produzione già dei bianchi. Il racconto che ho scelto di tradurre, Minutes of Clory (tratto dalla raccolta Secret Lives, 1975), è un ottimo esempio di tutto quello di cui Ngugi tratta nei suoi scritti. È la storia di Beatrice, cameriera di bar, che si sposta in continuazione da un locale all'altro in cerca di qualcosa di migliore. È un'insoddisfatta, e nel momento in cui riesce finalmente a essere felice per una manciata di minuti, il suo castello di carte crolla miseramente. Il tema della sofferenza è ben presente nella figura di Beatrice: gli uomini non la notano, le preferiscono le altre ragazze. E lei aspetta il suo momento di gloria e riscatto. C'è stato un tempo in cui era serena, ed è quello dell'infanzia, dell'adolescenza trascorsa con i genitori; nei momenti di sconforto pensa a loro, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Beatrice prova nostalgia anche per la terra e a questo proposito Ngugi dice che "faceva parte di una generazione che non sarebbe stata mai più un tutt'uno con la terra, il raccolto, il vento e la luna". Si avverte nel racconto il senso della tradizione quando Ngugi fa riferimento all'antenatadi Beatrice, Wangu Makeri, figlia di Nyang'endo, fondatrice di Ilmorog, dove vive la ragazza. Il legarne con questa donna leggendaria è sentito con un senso d'orgoglio. E infine, anche se altrettanto importante, c'è il riferimento indiretto che Ngugi fa alla situazione politica del suo paese. Parla di "pezzi grossi" che vanno a bere nei bar dove Beatrice lavora; sono uomini corrotti, sono quell'elite africana che non è capace di dare un nuovo corso al paese, e che continua ad adottare i metodi corrotti del colonialismo. Di Ngugi "Linea d'ombra" ha pubblicato il racconto Il ritorno nel n. 77 del dicembre 1992. Si chiamava Wanjiru. Ma preferiva il nome che le avevano dato con il battesimo, Beatrice. Aveva un suono più puro e più bello. Non che fosse brutta; ma non si poteva nemmeno definire bella. Il suo corpo, scuro e ben in carne, una forma l'aveva senz'altro, ma era come se aspettasse di essere riempito dallo spirito. Lavorava in birrerie dove figli di donne andavano ad annegare la loro vita interiore in lattine di birra e schiuma. Nessuno sembrava notarla. Tranne, forse, quando il proprietario o un avventore impaziente urlavano il suo nome, Beatrice; allora gli altri clienti alzavano la testa un attimo, per pochi secondi, come per ammirare chi portava un nome così bello, ma non trovando nessuno, riprendevano a bere, a raccontare barzellette spinte, a ridere e a scherzare con le altre cameriere. Era come µn uccello ferito in volo: ogni tanto faceva un atterraggio forzato, ma ciononostante continuava a spostarsi con passo incerto da un posto all'altro, e così la si poteva trovare ali' Alaska, oppure al Paradise, al Modem, al Thome e in altre birrerie di Limuru. Talvolta era perché un proprietario stizzito scopriva che non attirava un numero sufficiente di clienti; la licenziava allora senza preavviso e senza paga. Lei con passo incerto si spingeva fino al bar successivo. Ma talvolta era solo stanca di stare nello stesso nido, di assistere ogni giorno alle medesime scene; all'ora di chiusura, ragazze anche molto più brutte di lei venivano contese da numerosi pretendenti. Che cos'hanno loro che io non ho? si chiedeva depressa. Sognava un bar ideale dove lei sarebbe stata almeno una delle padrone, dove i postulanti avrebbero recato i loro doni di birra, sorrisi frustrati e spesso bestemmie che nascondono più lussuria e amore che odio. Lasciò la città di Limuru e andò a cercar fortuna nelle cittadine sorte come funghi lì intorno. Lavorò a Ngarariga, Kamiritho, Rironi e persino a Tiekunu e dappertutto era sempre la stessa storia. Oh, certo, a volte le capitava un cliente, ma nessuno s'interessava a lei come avrebbe voluto, nessuno la desiderava al punto di venire alle mani per lei. Era sempre l'ultima spiaggia di un cliente in astinenza. Non ci provavano neanche, per lei gli uomini non avevano la delicatezza di fingere, dopo la quinta bottiglia di Tusker. La sera dopo o nel giorno di paga lo stesso cliente faceva finta di non conoscerla, mentre con i suoi soldi allettava qualche altra ragazza che aveva già uno stuolo di ammiratori.
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