Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

rinnovare la fantascienza liberandola dalle pastoie dello strepitante trovarobato delle guerre stellari, ma non sembra aver aspirato, almeno per gran parte della sua carriera (che è ancora nel suo pieno, che è ancora capace di sorprese e mutazioni), a rinnovare davvero fino in fondo un linguaggio, e ha giocato di sapida ferocia "politica" e amara arguzia provocatoria più che di stile. La sua letteratura ha un debito maggiore che quella degli altri grandi citati con la tradizione della fantascienza sociologica della fine degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta. Jack Barron e l'eternità è, come vedremo, uno straordinario romanzo "generazionale", è la deformazione e l'ampliamento fantastici di dati di fatto storico-politici, o meglio: delle fantasie storico-politiche di una generazione che è poi quella delmovement e che noi chiamiamo, pensando all'Europa, "del '68". Ebbene, Jack Barron e l'eternità è vistosamente debitore, come non può non percepire immediatamente il lettore i cui riferimenti culturali sono quelli di "quella" generazione, al cinema e al fumetto e alla canzone "d'epoca", ed è romanzo di "genere" costruito secondo regole rese canoniche dall'uso, ma non solo di fantascienza sociologica, anche di anti-utopia politica. È altrove (Il signore della svastica, del '72, il suo capolavoro di costruzione arditissima) che Spinrad si è concesso una vera libertà di romanziere. Qui, la novità maggiore sta nella mimesi (e nella spregiudicatezza) linguistica: come Dick - ma con altra intensità e profondità, diciamo anzi malattia - fa con il linguaggio dei drogati, Spinrad fa con quello dei suoi coetanei, la gioventù ribelle degli anni Sessanta al cui novero e alle cui esperienze egli è appartenuto direttamente e a cui va ascritto di diritto. Senza fatica, egli inserisce questo linguaggio - questo gergo generazionale, questi modi di dire-scrivere epocali, "psichedelico-politici" e scatologici (e mi capirà chi c'era e chi leggeva e scriveva le fanzines, i bollettini, le riviste dei giovani italiani minoritari pre e post '68, ai margini, talvolta, della stessa parte dominante del '68, ricuperata velocemente dall'atroce gergo "politichese" e para-leninista) - dentro una struttura narrativa che ha molto mutuato dal cinema; e con giovanile ed entusiasmante baldanza trascina il lettore nel vortice logico, nella progressione emotiva, nell'aspro resoconto di battaglie immaginate. Pubblicato nel '69, forse scritto nel '68,Jack Barron e l'eternità è un documento di quegli anni, un reperto che si serve, per mostrarne la grandezza e la miseria, del pretesto fantascientifico, necessitato e giustificato come non mai. Che fine faranno - sembra essersi detto Spinrad - i nostri leaders e i nostri sogni tra qualche anno, dopo che questa bufera si sarà calmata? La vera novità di Jack Barron è di aver portato, diciamolo pure, il '68 nella fantascienza e la fantascienza nel '68. È questo perno, la linfa, il segno di questo romanzo. E su questo bisogna oggi fermare la nostra attenzione, lasciando un po' da parte quel che attiene in senso stretto alla fantascienza o anche alla storia di ciò che noi chiamiamo "'68" e gli statunitensi chiamano movement. I rimandi possono essere molti, sul piano letterario e cinematografico. Jack Barron e l'eternità non nasce dal niente e gioca con più miti. Per esempio, all'interno del genere, Ammazzare il tempo (Time Killer, 1958) di Robert Sheckley parlava già di immortalità come di un traguardo scientificamente raggiungibile, che sarà possibile solo ai più ricchi, ma il tema della conquista dell'immortalità è presente da sempre nella fantascienza, sin dai primordi. Il tema, qui chiarito dopo un crescendo di suspense, delle "operazioni" che permettono l'immortalità (o il cambiamento fisico, il ringiovanimento) per il tramite di cellule e orgaSU SPINRAD 59 ni saccheggiati a corpi di poveri, immigrati e bambini, è ben presente nella storia del cinema e della letteratura avveniristici (fino a Wells si trattava di cellule e corpi di animali). Cito alla rinfusa i film Gioco di massacro di Alain Jessua (del '67) e Coma profondo di Michael Crichton (del '78), e molto più impressionante per fredda consequenzialità rispetto agli ideali e al sistema del capitalismo statunitense Operazione diabolica di John Frankenheimer (del '66, scritto da Lewis John Carlino), eccetera. Innumeri i racconti e romanzi, tra i quali quello che prediligo è Largo! Largo! di Harry Harrison, con un fondo macabro-ironico, da cui trasse nel '73 un film forte ma più plateale Richard Fleischer: 2022 i sopravvissuti, descrizione agghiacciante di un futuro possibile (nel romanzo il 1999) dove è il "riuso" della carne umana (dei cadaveri) a permettere la sopravvivenza della maggioranza della popolazione della Grande Mela, quando di mele non è rimasto nel mondo neanche il ricordo. Per il tema del '68 e il destino della sua generazione, mi limito a due titoli esemplari, tra tantissimi (anche italiani, e allora nostalgico-coglioni): Il grande freddo di Lawrence Kasdan (film dell'83, assai furbo) e Società Tramonti di Jim Harrison, un bellissimo romanzo breve di magniloquente furore romantico. Tutto questo per dire che Spinrad ha affrontato in Jack Barron temi e preoccupazioni non soltanto suoi, e raccontati non solo da lui. La sua capacità di previsione è stata sotto molti aspetti superata dalla realtà - e su questo ritorneremo - perché molto spesso la realtà supera la fantascienza, soprattutto quella più legata al presente, tesa a raccontare e spiegare il presente e le direzioni che se ne dipartono o se ne potrebbero dipartire. Non è questo l'aspetto più vitale e importante, insomma, del romanzo, la cui essenza e verità sta altrove; sta nel discorso di Spinrad sul potere e nel modo in cui egli ha immaginato che questo discorso potesse coinvolgere il movement (il '68), la generazione alle cui lotte egli (e noi) abbiamo preso parte, corrompendo via via gli ideali sui quali dette lotte si erano costruite (in questo senso la sua morale somiglia a quella di Società Tramonti). La previsione più gustosa di Spinrad rig~arda Reagan presidente, cosa di là da venire quando Jack Barron è stato scritto, la più erronea è quella sul disastro dei repubblicani. Ma si tratta di contorni e di decorazioni, per quanto intelligenti e acuti. Spinrad vuol dire molto di più e, modello per modello, si rivolge molto più in alto e lontano, ché dietro Jack Barron e il disgustoso Benedict Howards, supercapitalista immortale, non è difficile leggere (ed egli qua e là lo indica a chiare lettere) l'eterna tentazione di Faust a opera di Mefistofele. Che cosa faranno i Faust del '68, di fronte alle lusinghe del Capitale? Avranno anch'essi bisogno del sacrificio di Margherita (Sara) per svegliarsi dal loro adeguamento ruffiano? Che cosa hanno fatto, che cosa abbiamo fatto? Spinrad ha una sua risposta, ed è questa che bisogna discutere perché questo è il nodo del libro, ed è stata la scommessa (vinta o perduta o così-così) della nostra generazione. Ai nostri protagonisti (Jack Barron, il suo grande amore Sara, il nero Lukas Greene eterno numero due del loro gruppo studentesco perché nero...) "era successo ... quello che era successo a tutti i Cavalieri Erranti mini-bolscevichi, i ragazzi basta-con-laguerra, gli amanti-dei-negri, gli amanti-della-pace, i felici-di-nonavere-niente, di-non-aver-bisogno-di-niente, quelli dell'amoreper-la-verità-e-per-la-bellezza, contro le potenze delle tenebre. Ci sono stati gli anni, c'è stata la fame, c'è stato Lyndon, e un giorno c'è stato il trentesimo compleanno, non siamo più ragazzi, è ora di darci da fare e quelli che potevano se ne erano andati e si erano dati da fare".

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==