Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

SECONDAREPUBBLICA: DOPO ILTELEGIORNALE ILGIORNALE OrestePivetta Proprio Enzo Biagi, il giornalista più storicamente televisivo e popolare d'Italia, dopo aver promosso l'appello a Scalfaro in difesa della Rai, si chiedeva quando la maggioranza avrebbe allungato le mani (le mani? piuttosto gli artigli o il manganello) sulla stampa nazionale. Dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, molte tra le anime candide della Prima Repubblica si chiedevano invece se il presidente della Fininvest avrebbe giocato pesante con la Rai e si rispondevano che no, non ne aveva alcun interesse: perché mai avrebbe dovuto turbare l'equilibrio che si era creato tra televisione pubblica e televisione privata e che tanto gli era risultato vantaggioso, perché mai avrebbe dovuto, agitando le acque, aprire lo spazio (nell'opinione pubblica e nel mercato più che nelle leggi) per un terzo polo televisivo? Forse questa interpretazione poteva corrispondere alle idee del presidente del Consiglio, ma non teneva conto degli alleati, del famelico Fini, soprattutto, che ha ridato vigore alla tradizione violenta e accaparratrice del fascismo di ogni stagione e di ogni paese, in coppia con l'antiproibizionista e libertario Taradash, per mano della miliardaria Letizia Moratti, ispirata dal fondatore di San Patrignano Muccioli. Succede così che in uno dei primi atti più importanti nella vita della così detta Seconda Repubblica si stabilisca una corposa alleanza nei fatti tra un fascista e un personaggio inquisito per un omicidio, che "consiglia" i nomi dei direttori, vicedirettori, capiredattori eccetera, eccetera della rinnovata Rai (ma la funzione di "suggeritore", nei confronti però di Berlusconi, l'ha vantata anche un giornalista Rai, neodeputato, Fabrizio del Noce). Come nelle migliori tradizioni. Quando toccherà ai giornali? Si chiedeva Biagi. E qui bisogna ricordare che nella recente pratica golpista (dalla Grecia al Sudamerica) il primo obiettivo dei generali è sempre stato la televisione. Subito dopo, e progressivamente, avviene la normalizzazione della carta stampata. Nel nostro Paese le cose si possono avviare e concludere, senza poi metterci tanto tempo e tanta fatica in più, lasciando nelle caserme i carriarmati. Anzi probabilmente ancora con sufficiente consenso (non della maggioranza del Paese, come blaterano i neopadroni), ma con un consenso diffuso, frutto delle malefatte (come negarle?) della Prima Repubblica. Che prima o poi esaurita la questione Rai, si passi ai giornali lo lasciano intuire, tra l'altro, l'ossessione di Berlusconi, in perenne psicosi d'accerchiamento massmediale, e i pranzi tra i potenti dove si mercanteggiano le nostre sorti e sicuramente ci si sarà scambiati un'agevolazione fiscale per una pagina di quotidiano. Come sempre tutto dipende dai soldi: quanto pagherà Berlusconi ai potenti interni e a quelli internazionali, per quanto tempo ancora il governo Berlusconi rappresenterà un affare (ci sono segnali che già, almeno in Europa, non lo rappresenti più)? C'è da credere che i trend economici mondiali, che nel loro sviluppo positivo hanno sinora salvato l'Italia, conteranno molto di più delle promesse di Berlusconi e che la partita si giocherà su quei campi (ma nessuno vede il rischio, in caso invece di crisi, di un revanscismo nostrano, alla "perfida Albione", sempre nelle migliori tradizioni fasciste). L'autonomia dei giornali credo sia l'ultima cosa che possa interessare alla famiglia Agnelli (in casa Fiat hanno peraltro una bella storia alle spalle) e credo sarebbero pronti a sacrificarla, se la contropartita fosse giudicata interessante. Questione di sfumature, come è capitato di scorgere ormai sul quotidiano torinese. La stampa italiana pagherebbe del resto le sue storture, i suoi difetti, i suoi limiti, la sua mancanza di coraggio. Pagherebbe in primo luogo il fatto di appartenere nella sua zona più consistente non a editori puri, ma a industriali, finanzieri, banche, eccetera, che mai sarebbero (e forse neppure potrebbero sempre) disposti a impegnare o a perdere quattrini per la sua autonomia (la vicenda dell' "Indipendente" da foglio di anglosassone aplomb a possibile organo dei neofascisti offre panorami inquietanti sulla coerenza e sulla lungimiranza dei nostri padroni). Pagherebbe per la sua relativamente scarsa diffusione, e quindi per il suo relativo ondeggiare nell'opinione pubblica e per il suo galleggiare nelle logiche e nei costumi peggiori e duraturi della politica italiana, assecondandone la cultura (anche la tanto vituperata a chiacchiere cultura televisiva) rinunciando a rompere quel perverso rapporto tra politica e paese, che ha prodotto la palude d'og~i, la stessa sfiducia, lo stesso rinunciatario assenteismo. E significativo che il "giornalismo alla Minzolini" (da colui che viene considerato il più aggressivo tra i cronisti politici italiani) divenga oggetto di dibattito, mentre potrebbe essere liquidato con un modesto e volgare ma risoluto "chi se ne frega". Il "giornalismo alla Minzolini" è solo lo specchio di una politica pestilenziale e amorale, politica perdurante, anzi pare in rapida ascesa anche nella nuova maggioranza: politica di bottega o di villona al mare, di portafoglio o di risottino (con rapida conversione romana in "politica da terrazza"), familiare fino ai parenti più lontani e amicale, finché un amico si trova. Il "giornalismo alla Minzolini" avrebbe un senso se smontasse il "contesto". In realtà è indifferente al "contesto", ne è semplicemente una eco, un registratore che può essere avviato da chiunque. Ma il "giornalismo alla Minzolini" pare remunerativo. La formula del pettegolezzo carpito, del segreto rivelato, del "colore" che strizza l'occhio s'è fatta largo nella stampa italiana, ovunque (e qui mi nasce una curiosità: dove vivono questi giornalisti alla Minzolini? con chi mangiano? quali case frequentano? non sta agitandosi qui attorno un piccolo fantasma che si chiama deontologia professionale?) e mi chiedo se attraverso questo obiettivo si possa (ammesso che lo si voglia) dare una efficace rappresentazione del potere. Verrebbe voglia, pensando a tanta letteratura, che questa potrebbe essere la strada, però per seguirla si dovrebbe ben prima aver scelto il proprio nemico e aver chiarito le ragioni della scelta. Mi pare che la stampa italiana per lo più non abbia scelto il proprio nemico o lo abbia fatto con quell'intelligenza tattica che consente ritirate in qualsiasi ora del giorno e della notte. Basterebbe rileggersi le cronache di "Stampa" e "Corriere" dopo l'incontro di Arcore tra Berlusconi e Agnelli o dopo la visita a Melfi. La sensazione di una virata netta fu allora chiara. Però non si può dire che la posizione dei due quotidiani sulla vicenda della Rai sia stata morbida: fin qui si potrebbe dire di una attesa alla prova del governo, sostanzialmente "premiato" nel caso della Finanziaria, che piace ad un'ampia area confindustriale, bocciato davanti alle rapinose manovre alla

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