Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

54 VEDERE,LEGGERE,.ASCOLTARE UNA EPOPEACREOLA lAMARTINICDAICHAMOISEAU PaoloBertinetti . Oggetto dell'epica è il "passato assoluto", quello delle origini, inaccessibile al suo cantore; e la parola epica, dice Bachtin, "per lo stile, per il tono, per il carattere del suo sistema d'immagini è infinitamente lontana dalla parola di un contemporaneo che parli a un contemporaneo". Il passato storico e il presente sono invece affidati alla parola romanzesca, immersa nel mondo reale, fecondata dallo scambio tra parlate e lingue diverse. Texaco, il romanzo del martinicano Patrick Chamoiseau (Einaudi, pp. 404, Lire 32.000), è una formidabile sfida a questa contrapposizione. La sua lingua è una vertiginosa mescolanza di francese e di echi creoli, di forma scritta e di fluviale forma orale del raccontare: è la parola romanzesca portata ai suoi estremi plurilinguistici. Ma nel romanzo il passato storico e il presente (più nell'inizio che nel finale) sono narrati con il tono dell'epica. Sostenuti da un africano senso del magico (che fa tutt'uno con la nozione di "real maravilloso" di Carpentier), personaggi ed episodi assumono una dimensione grandiosa, eroica, a tratti sovrannaturale, che trascende il dato reale da cui nascono per vivere nella dimensione sospesa del!' epica. D'altronde, a ben vedere, è logico che sia così. Chamoiseau ricorre al romanzo per cantare l'epopea nazionale del suo paese e della sua gente; ma non della Martinica dei bianchi, bensì di quella dei neri, senza lingua e senza storia. Texaco è la bidonville cresciuta alla periferia della capitale Fort-de-France, dove arriva il misterioso urbanista che verosimilmente dovrebbe "radere al suolo il malsano quartiere". Ma lì deve affrontare l'eloquio di Marie Sophie, la negra che ha dato vita a Texaco. E Chamoiseau, "tracciator di parole", ne registra il racconto, che, per spiegare Texaco, ricostruisce la storia dell'isola a partire dagli inizi deJJ'Ottocento, quando nelle piantagioni di canna da zucchero lavoravano gli schiavi africani. Poiché la storia (nonostante le date che la scandiscono: 1848, la rivolta degli schiavi; 1902, l'eruzione che distrugge la città di Saint-Pierre; 1914, l'inizio della guerra) è la storia della memoria, dell'esperienza individuale rammentata nella vecchiaia, che appiattisce e dilata il tempo vissuto, bastano due sole generazioni a coprire quasi due secoli. L'Ottocento è percorso dalla figura di Estemone, schiavo liberato poco prima dell'abolizione della schiavitù; e il Novecento da quella di sua figlia Marie-Sophie, avuta in tarda età dalla cieca ldomenea. C'è la storia dei loro amori, del sesso prorompente e dell'affetto delicato; e c'è il racconto della loro lotta per la vita, in una condizione di liberi che prevedeva soltanto la servitù, a fianco degli "anonimi eroi", dimenticati dalla cronaca coloniale, che come loro hanno saputo resistere ed essere se stessi di fronte agli antichi e nuovi padroni. Texaco, per Marie-Sophie e quelli che ne avevan seguito l'esempio, era la conquista non solo di un luogo in cui sopravvivere, ma di un'identità, di un mondo di cui essi avevano potuto stabilire i legami e le norme. "Radere al suolo Texaco", scriverà l'urbanista, illuminato da Marie-Sophie, avrebbe voluto dire amputare la città di "quella ricchezza insostituibile che resta la memoria. La città creola, che possiede così pochi monumenti, diventa monumento grazie alla cura riservata ai suoi luoghi di memoria". Abituati a pensare le bidonvilles, figlie dell'urbanizzazione selvaggia, come una piaga infetta, possiamo soltanto con fatica affrontare il senso di positività che la visione altra di Chamoiseau ci offre con il suo racconto. Eppure sentiamo, magari confusamente, che dietro di essa ci sono le ragioni degli altri, dei diseredati in cui egli riconosce l'identità negata della sua gente. D'altronde è questa la preoccupazione centrale di Chamoiseau. Superato il concetto di negritudine propugnato da Aimé Césaire (che nel romanzo è ritratto con rispettoso affetto nelle sue vesti di uomo politico e di autorità morale), Chamoiseau si è avvicinato alle tesi di Edouard Glissant, la cui definizione di antillanità nasce da un percorso di ricerca d'identità che ha il suo cuore nella Tratta, il trasporto degli schiavi dall'Africa, e che denuncia l'assimilazione imposta (o astutamente suggerita) dai dominatori francesi. A tutti i livelli, compreso quello linguistico, con la contrapposizione tra la lingua francese e quella creola. L'incontro/ scontro tra le due lingue e l'esplorazione del mondo creolo e delle sue tradizioni soffocate diventano il filo conduttore dell'opera narrativa di Chamoiseau, prima in Cronaca delle sette miserie (Serra & Riva 1991) e poi in Solibo Magnifique. (E nel saggio di cui è co-autore, Eloge de la créolité, si legge: "La letteratura creola a cui lavoriamo pone come principio che non esiste nulla nel nostro mondo che sia povero, inutile, volgare, inadatto ad arricchire un progetto letterario. Noi facciamo causa comune con il nostro mondo; e in esso, con vera creolità, vogliamo dare un nome a ogni cosa e dire che è bella".) In Solibo Magnifique è centrale il tema dell'estinzione della narrativa orale, depositaria delle tradizioni e dell'immaginario creolo. Texaco la fa rivivere attraverso la figura della sua protagonista, narratrice instancabile e affabulatrice prodigiosa. La fa rivivere però (contraddizione inevitabile ma verosimilmente consapevole) attraverso una sottile sapienza letteraria, che parte da una vicenda e da un personaggio reali (Madame Sicot, alias Marie-Sophie Laborieux e la costruzione di Texaco) per lanciarsi in un'invenzione romanzesca assai sofisticata nell'apparente spontaneità: il racconto alterna e assembla con la "trascrizione" delle parole di Marie-Sophie una folla di documenti scritti (le lettere del "tracciator di parole", gli appunti delJ'urbanista, i brani tratti dai quaderni di Marie-Sophie - e ci sono anche le note a piè di pagina che integrano la narrazione), creando una rete di rimandi, di possibili interpretazioni, di commenti, che avvolgono il lettore nel gioco della finzione che si vuole realtà. E poi c'è l'invenzione linguistica (che ovviamente va in buona parte perduta nella versione italiana, dovuta all'encomiabile tour de force del traduttore Sergio Atzeni), che affida alla narratrice una lingua francese trasformata dall'eco del creolo, non un miscuglio tra le due lingue, ma una lingua nuova, creata da Chamoiseau per raccontare la creolità. Una lingua duttile e libera in cui la parola scritta rende omaggio alla Parola, quella che il Mentor, il negro detentore di una forza arcana, non dice ma modella, quella "che ti guida, ma non t'illude neanche un po"'. Ma anche alla comune parola parlata, delle cui immagini, delle cui iperboli, della cui sapienza popolare si nutre e si feconda. Per dar luogo a una lingua davvero capace di dare un nome a ogni cosa. (Un'operazione diversa, ma non poi lontanissima da questa, nel creare un linguaggio letterario che si immergeva in un parlato che corrispondeva a un mondo detentore di un sapere antico, antiborghese in quanto pre-borghese, fu quella compiuta da Pasolini. Le differenze sono ovvie, a partire dalla peculiarità del dato coloniale. Ma forse un qualche raffronto è possibile. E viene da chiedersi se la ipostatizzata autonomia del mondo creolo evocato da Chamoiseau saprà sottrarsi all'assimilazione.)

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