VEDERE,LEGGEREA, SCOLTARE 51 stello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po". Una cittàgabbia, come ha modo dire in apertura, che gli consente di dare dei nomi - degradati quanto si vuole a pure icone di sabauda saldezza - al proprio micro-deambulare con svagata irresolutezza. Come in Tondelli la metropoli non è né interiorizzata né impressionata dal linguaggio delle cose, è semmai presente in certi tic, in certe gag e smorfie del personaggio. E in questo pinocchietto malinconico, martellato da un Geppetto cattivo e teledipendente, si esaurisce la carica del romanzo. L'irriconoscibilità di sé non dialoga con la morfologia di un paesaggio sconnesso, interiore o esteriore che sia. Paradossalmente la dimensione della riconoscibilità passa in Tutti giù per terra attraverso quella Torino di portici e ville che l'autore si preoccupa di nominare spesso, come a delimitare il luogo, a minimalizzare il teatro della propria sgangherata difformità. Il pinocchietto di Culicchia potrebbe essere la maschera del giovane metropolitano o se si vuole, internazionalizzando un po', di quella "generation ecch" (generazione voltastomaco), "twentysomething" (piùomeno ventenne), "senza eroi, senza inni, senza stile" di cui discettano spassosamente Jason Cohen e Michael Krugman in uno pseudo-saggio da poco uscito negli USA (Generation Ecch!, Simon & Schuster, 1994). Di fatto Culicchia riesce a sovraimporre questa fisionomia "universale" a una realtà locale, a ingianduiarsi quel tanto per far intravedere la vecchia provincia, cattiva quanto si vuole (come la padrona della libreria presso cui il protagonista finisce per lavorare) ma piena di pertugi. La metropoli, però, non è cattiva. È scentrata rispetto alle passioni. È semmai la negazione del luogo, o il paradosso del luogo. Nel bel libro di Giancarlo Con sonni, Addomesticare la città (Tranchida Editori, Milano, 1994) si dice: "L'uomo contemporaneo è spinto a una condizione di nomadismo anche se sta fermo. Il luogo è il punto da cui egli si sta allontanando e da cui rischia di escludersi definitivamente.( ...) Il nomadismo dell'uomo contemporaneo non si snoda da luogo a luogo. È solo un'accelerazione verso il nulla". Un assunto che può ben far da premessa a Due per tre di Pivetta: dopo l'incisiva polaroyd in forma di prosa di Candido Nord, dove fa i conti con una opulenta e torbida città di provincia (il volume si chiude con un agghiacciante "La piccola città è calma e convinta d'aver ragione") Oreste Pivetta prende la strada del romanzo facendo suo, ma con un'esitazione che chiamerei volentieri minimalista, il "tema" metropolitano. L'"accelerazione verso il nulla" di cui parla Consonni è come congelata sopra il piccolo teatro Ùmanodi un centro commerciale dove un misterioso fatto di sangue catalizza la prensile fantasia di una commessa e la paranoica immaginazione di un pensionato. Per auscultare il deserto interiore di queste due desolate e minute presenze - o forse per confermare la muta catastrofe socio-esistenziale di un contesto non più urbano, e neppure suburbano- Pivetta prosciuga il macrocosmo metropolitano a misura d' uomo, incorrendo fatalmente nel fantasma del quartiere sia pur corretto dall' omologazione indotta dalle indagini di mercato ("Non era il mondo quello grande, era il mondo piccolo del quartiere. Però era la stessa cosa che per i sondaggi. Anche il suo campione dava tanti numeri"). Emerge così un'altra "calma" - piatta, levigata- dove è assente il brusio della convinzione "d'aver ragione", ma dove, complice il troppo governo del repertorio figurale e mimetico-linguistico, si spengono anche le luci-spie puntate sullo spettro metropolitano. Le smorzature e Io stesso ricondurre i personaggi al formicolio dei loro gesti "umani" finiscono per "ridurre" lo spettro a una sorta di provincia, per altro illeggibile con gli stessi strumenti che la provincia vera consente. Troppo pretendendo dal catalogo delle virtù analgesiche del centro commerciale e troppo poco dalla reinvenzione, magari brutale, della sua paradisiaca alterità rispetto al "quartiere" di torri e rottami, Pivetta si lascia sfuggire la truce "calma" prodotta da quella assenza di "sentimento dell'abitare" (cito ancora Consonni) di cui la grande città è significativamente afflitta. Quello di Pivetta sembra il contraltare del vociante, violento "realismo urbano" di marca anglosassone, in particolare quello di Alexander Stuart (Tribù, Theoria, Roma, 1993), dove la cintura suburbana - e lo scontro cieco fra bande e bande e fra bande e individui - diventa un vivaio di tribalità, un laboratorio crudele responsabile di una nuova fonna di barbarica identità, che, non a caso, finisce col postulare un senso della tradizione e della proprietà ancora piccolo borghesi (" ... il pensiero di lei che lo aspettava ... lo aveva fatto sentire parte di una famiglia ... lo aveva fatto sentire anche parte dell'Inghilterra e delle generazioni passate che vivevano in lui; parte della propria tribù"). Siamo anche qui nell'ambito di una sterminata provincia, o meglio, di una realtà che continua ad essere colta come una variante impazzita della provincia, come se la mancanza di un centro (di un centro urbano, sì, ma soprattutto di un centro tout-court) sospingesse ineluttabilmente lo sguardo verso ciò che è più immediatamente rappresentabile, verso il "minimo rappresentabile" che ha contribuito al successo dei giovani scrittori americani degli anni Ottanta. Va da sé che non è il "piccolo" di per sé a mancare di efficacia, e neppure il bisogno di misura, di studio, di penetrazione che esso può implicare. È semmai il timore che adombra, di parlare alto, di osare uno stile - e dunque un'etica - sbilanciati verso la reinvezione, verso la generosità intrinseca nel linguaggio. C'è forse bisogno di qualche intemperanza. Di un'intemperanza barocca, eccessiva, globale, così com'è barocca, globale, eccessiva la realtà metropolitana. Alla scentrata percezione di un universo franante, in cui impazziscono tutti gli orologi ideologici, non pare gratuito o di poco momento rispondere con adeguata scompostezza, con una furia del sentire che possa penetrare nella notte oscura, magmatica, comunque enorme, della sterminata metropoli planetaria. Umberto Eco, che la sa lunga, ricorda col suo nuovo puzzle letterario, L'isola del giorno prima, che abbiamo un'anima barocca. Ce lo rammenta citando il passato. E se invece si provasse a forzare il presente? L'ESILIOINTERIORE NUOVANARRATIVIRAlANDESE RiccardoDuranti Da qualche tempo in qua l'editoria italiana non ha potuto fare a meno di notare la vivacità e la ricchezza della produzione narrativa proveniente da una variegata generazione di nuovi scrittori irlandesi maturatasi in questi ultimi anni e, seppur in modo disordinato e svogliato, li sta pian piano proponendo a un pubblico che forse però non ha ancora avuto modo di cogliere in pieno la portata del fenomeno. Quel che salta agli occhi è soprattutto una gran voglia di raccontare un paese in trasformazione che comincia a fare i conti con la propria storia in modo meno impacciato del passato, cominciando a mettere in discussione certi miti e certi complessi che
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==