SO VEDEREL, EGGEREA, SCOLTARE respiro più corto e a volte congestionato, la tradizione dei Cassala e dei Bassani. Basti per tutti l'esempio di Rosetta Loy e delle sue "strade di polvere", implicitamente contrapposte all'assenza di nostalgia e del bassaniano "caro, dolce, pio passato" di altre strade, di altri scenari. Ma lo si avverte anche in alcuni esordi non privi di ambizioni come I dimenticati (Feltrinelli, Milano, 1993) di Laura Bosio dove il fantasma della metropoli è presente, ma come antico paradigma negativo, che viene significativamente ribadito: "Grattacieli fatiscenti oppressi da giganteschi cartelli pubblicitari si alternavano a lugubri supermercati circondati da piazzali di cemento e da case uguali che si innalzavano, come per caso, in mezzo a orti, a macerie e ad accampamenti di zingari. Le parve quasi comico ammettere che, a dispetto della diffusa certezza di vivere in un mondo privo di differenze, dove a ogni latitudine si consumano identici hamburger e riti televisivi, l'ingresso di un provinciale nella grande città è eternamente accompagnato da sensazioni di rifiuto e insieme di stupore". Al di là del1' ingenuo taglio prospettico della descrizione, sorprende, in un contesto narrativo che forse le è estraneo, la consapevole visualizzazione del rapporto fra omogenizzazione culturale e "stupore" provinciale, e, ancor più, di quello fra città e cintura metropolitana (il "rifiuto" è relativo ali' "ingresso" nella grande città, non alla frequentazione del suo centro - legato invece, come si dice eoche righe più sopra, al ricordo di una mostra di Henry Moore). E così che l'avvicinamento italiano alla metropoli (per lo più Milano, spesso Torino, ma non manca la Bologna tondelliana) avFotodi MarcoPesaresi/Contrasto. viene o isolando il centro o isolando la cintura. Da una parte s'avverte la tendenza alla generica evocazione di una "grande città" che poi si rivela essere, per lo più, il suo "centro", illusorio ma ancora riconoscibile (coi suoi bar, i monumenti, i teatri, le piazze, in una parola, con la sua "storia", con la sua identità urbana), dall'altra, complice l'eredità dei movimenti giovanili dei tardi anni Settanta (e dei narratori che hanno continuato a nascere esprimendo un malessere certamente "metropolitano" ma sempre più vago), si assiste a un netto privilegiamento della cintura, delle periferie, insomma di quei non-luoghi che sono il fenomeno più immediatamente visibile del fenomeno-metropoli. Il fatto è che, sia nell'uno che nell'altro caso, la minimalizzazione (vuoi della scrittura, vuoi della stessa divaricazione centro/cintura) finisce per attribuire a entrambi gli scenari un valore ineluttabilmente "provinciale". Torna allora, per quanto segnato da irreversibili trasformazioni, il fantasma del "quartiere", non più celebrato - va da sé- secondo le passionali traiettorie pratoliniane né illuminato dalla truce luce barocca di un Testori, ma comunque tentato, alluso, intravisto, di sguincio, attraverso le microesistenze affastellate nelle loro anonime cimiteriali macroresidenze. Due sono in particolare i romanzi che hanno, a mio avviso, lasciato emergere il duplice volto di questa provincializzazione della metropoli: Tutti giù per terra (Garzanti, Milano, 1994) di Giuseppe Culicchia e Due per tre (Donzelli, Roma, 1994) di Oreste Pivetta. Culicchia gioca la carta generazionale: imbastisce un personaggioche-dice-io sburattinato fra l'opacità della famiglia e l'evasiva realtà del mondo del lavoro, raccontandoci tragicomiche avventure di quotidiana desolazione. È, non c'è dubbio, un giovane metropolitano, ma la sua Torino è quella di "Via Po piazza Ca-
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