VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 49 LANOTTEOSCURA DELLAMETROPOLI CITTÀEROMANZO Alberto Rollo Non meraviglia il fatto che il "tema-metropoli" (se ha qualche senso parlare di "temi" ) torni a ondate successive a reclamare la sua impervia identità, ogni volta rimodellata dalla storia. L' aspetto sorprendente di questa continuità è che a ogni nuova generazione che fa del "tema" il proprio stimolo, la propria ragione, esso appare, per così dire, "nuovo". Si ha l'impressione di trovarsi dinnanzi all'obsoleta scoperta di una silente disumanizzazione - "alienazione" appartiene a una terminologia tramontata - di una parcellizzazione dell'esistente, di uno sbriciolamento della compagine sociale, di un incuboso destino di solitudine che, ahimè, nuovi non sono affatto. Si ha l'impressione che l'evidenza, per così dire, materiale della "realtà" preceda o scantoni la monumentale evidenza storica del "tema" in base al non mai defunto "privilegio" della contemporaneità. Col risultato che, scremata via la materia oscura del tempo, si viene restituiti al presente più ottusi che desti, più disarmati che abili a capire, più nevrotici che folli. La "città globale" della narrativa italiana (e non solo italiana) degli ultimi vent'anni è certamente più afflitta dalla "letterarietà" che dalla letteratura, e certa diffusa cautela (quella stessa che si traduce nell'analisi magari pertinente, magari incisiva dell'attualità), certa sua approssimazione fanno pensare che l' avvicinamento a questo paradigma contemporaneo avvenga come se Baudelaire non avesse mai scritto Les fleurs du mal, né Rilke i Quaderni di Malte Laurids Brigge, come se Walter Benjamin non avesse tentato di edificare il suo Parigi capitale del XIX secolo, come se insieme alle provocazioni (e involuzioni) delle avanguardie degli anni Venti e Trenta non fossero punto esistiti tentativi più grossolani ma non meno generosi in USA (il Dos Passos di Manhattan Transer, le stupende intuizioni del cinema poliziesco degli anni Quaranta e la grande letteratura d'anticipazione degli anni Cinquanta, Dick e Sturgeon, tanto per fare dei nomi), nonché quelle vere e proprie sonde del linguaggio che sono stati e sono tuttora alcuni scrittori della cosiddetta postmodern fiction (Coover, Pynchon e Vonnegut in particolare). In quanto legato allo sviluppo o comunque ai terremoti e ai progressivi assestamenti del sociale, il tema-metropoli ha, certo, ben più d'una ragione per sfuggire a una colta esibizione di letture e per chiedere prospettive diverse e strumenti pertinenti, ma è quantomeno ingenuo credere di poter ricominciare da zero. Un orientamento, in realtà, si è fatto sentire, negli ultimi dieci anni, nella narrativa italiana. Un orientamento legato a un orecchiamento di modi piuttosto che a una vera e propria influenza di autori, ma non per questo meno decisivo. Per dargli un nome è necessario ricorrere a una etichetta giornalistica, usata ed abusata, e da tutti ricusata (ivi compresi gli ormai non più giovani american writers che attraverso quella hanno ricevuto il loro battesimo): minimalismo. Il minimalismo americano è un esempio eclatante della assenza di memoria di cui si è detto sopra, ma è anche stato una "occasione" per riconoscere una forma di scrittura (anzi un'etica della scrittura) non necessariamente confinata agli Stati Uniti. Incomprensibili fuori dall'orizzonte metropolitano, le opere più significative dei Brett Easton Ellis, dei Mclnerny, dei Jonathan Ames ne celebrano il fondo e i fondali, le ombriciattole della notte e le bright lights reaganiane. La città minimalista è per l'appunto una città: una città ricca e disomogenea, ma nient'altro che una città dentro la metropoli, anzi il luogo del successo e del1'insuccesso, allo stesso modo in cui la Parigi di Maupassant è stata la terra degli arrampicatori sociali. Alla diurna monumentalità degli esterni - e al mito della "città fabbrica" così cara a poeti e narratori dei primi vent'anni del secolo - si sostituisce la scena notturna e abbagliante della città improduttiva e soprattutto l'esaltazione degli interni, del design morale ed estetico di una generazione "firmata" come tutto il campionario di parafernalia della sua sopravvivenza sociale. Anche quando si esce dagli appartamenti costosissimi di Manahattan e si battono le strade del Lower East Side (penso alle Notti newyorkesi di Jonathan Ames) la prospettiva non cambia: la metropoli si rattrappisce intorno all'"io" della confessione, o si fa didascalia scenografica di avventurose educazioni erotico-sentimentali. Per trovare la città-personaggio, vale a dire l'apparire del "mostro", la percezione barocca della fisicità della metropoli bisogna uscire dall'area minimalista e accostare un autore colto, di salda formazione europea come Paul Austere la sua Trilogia di New York, che però rappresenta un caso a sé e andrebbe diversamente auscultato. Quel che mi preme mettere qui in risalto è la ben più ampia - e a suo modo suggestiva- "invenzione" di un universo contratto, strappato sia alla sua complessità sociale che alla sua dirompente e brutale vitalità estetica. La scrittura minimale privilegia il gioco relazionale, la morfologia degli interni, il rapporto fra la figura e i suoi oggetti. Il "grande" è dato per scontato, ed è infatti la premessa di ogni forma di minimalizzazione che si rispetti. Semplificando, le giovani generazioni americane degli anni Ottanta organizzano - chi più chi meno all'ombra di Raymond Carver - il patrimonio retorico e figurale di una nuova piccola borghesia "universale", dei suoi tormenti e delle sue malizie, della sua volgarità e della sua violenza (in tal senso andrebbe in qu~lche modo riletta quella "conversione" di yuppie post-reaganiano che intorbida l'infelice ma potente American Psycho di Brett Easton Ellis). Si direbbe che alle fasi in cui un forte ceto piccoloborghese cerca stabilità e identità corrispondono miti inevitabilmente bifronti con uno sfondo puntualmente urbano-metropolitano: vedi la Londra di Stevenson, vedi la Roma dannunziana di Sperelli/Hermil (non si dimentichi la celebrazione, nei versi di Maya, delle "città terribili") e la New York di Easton Ellis. Il "piccolo" promosso dalla scrittura minimale americana è un "piccolo" che suona di volta in volta come un rifugio, o come un destino, come un'allergia o come un ristoro, una misura che, nell'area extra-best seller, è anche apprezzata dagli editori. Nel bene e nel male, il giovane romanzo americano, col suo sentore di laboratorio esistenziale e stilistico (alle spalle incombono gli ineffabili corsi di creative writing) ha espresso comunque un'istanza sociale: ha "descritto", senza farvi i conti, un micro-ambiente incistato come un cancro al neon sulla pelle della metropoli. L'esempio americano non ha prodotto un'equivalente sensibilità sociale ("minima" ma d'effetto) in Italia - e dunque non abbiamo avuto un romanzo della "città craxiana" - ma nondimeno abbiamo assistito a una progressiva "reductio" del tema e a una riviviscenza del romanzo "di provincia". La minimalizzazione della scrittura (e dell'etica che ne consegue) ha consentito di chiudere i confini intorno a realtà molto "domestiche", a una riconoscibilità di luoghi, gesti e lessici che in fondo continua, con un
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