Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

ARTISTIVS. POLITICIVS. ARTISTI 39 Wystan Hugh Auden IL PROLIFICO E IL DIVORATORE a curadi FrancescoBinni traduzionedi FabioMacherelli 1939: Wystan Hugh Auden fa la sua più famosa dichiarazione di poetica (e di estetica) nell'elegia in morte di Y eats - La poesia non fa accadere nulla - e la replica, solo più elaboratamente, nel saggio coevo Il pubblico contro il defunto William Butler Yeats: "L'arte è un prodotto, non una causa, della storia. A differenza di altri prodotti ... non rientra nella storia come agente effettivo, con la conseguenza che la questione se l'arte debba o non debba essere propaganda è irreale. Il capo d'accusa poggia sul credo fallace che l'arte faccia mai accadere qualcosa, quando la verità vera, W.H. Audennel 1939 _ signori, è che, non fosse mai stata scritta una poesia, né dipinto un quadro, né composta una battuta musicale, la storia dell'uomo sarebbe materialmente immutata". Si tratta ovviamente di un ripudio del pensiero engagé convenzionale degli anni Trenta la cui punta provocatoria è evidenziata dal fatto che Auden non dice semplicemente che l'arte non tocca la politica: è un evento nullo, in nessun senso può dirsi agente nella realtà. Non solo questo. In Mimesi e allegoria (1940) Auden smonterà un'altra delle difese convenzionali dell'arte: "Uno dei sintomi romantici è stato l'enorme esagerazione dell'importanza dell'arte come guida della vita". Per mettere a fuoco più precisamente questo conflitto teoricoideologico Auden ricorre a un discorso critico aforistico adattato dal mentore della sua prima saggistica critica, Blake, e al suo poema centrale, Il matrimonio del cielo e dell'inferno. Il risultato è un manoscritto critico, The Prolific and the Devourer, iniziato a New York nell'autunno del 1939. Questo insolito zibaldone autobiografico illumina un momento storico che è l'emblema stesso degli interessi poetici di Auden: uno straniero sulle sponde di un ignoto nuovo mondo (I' America come collage di discorsi diversi) e, sullo sfondo, l'ombra di un incombente destino, la deteriorata situazione di un'Europa praticamente in guerra. Data questa crisi, il manoscritto definisce il compito del poeta articolare le forze elementari che lottano nel linguaggio, forze rappresentate dalle potenti forme blakiane che Auden prende a prestito per l'epigrafe del proprio manoscritto: in essa l'artista e il politico sono caratterizzati rispettivamente come il "prolifico" che crea e il "divoratore" che consuma. Anche se sia prolifico sia divoratore sono, nei termini del discorso blakiano, anche qualcosa di più; soprattutto il secondo, che include la maggior parte dei demoni di Blake: ragione, consenso, moralità, astrazione, autorità, legge-e anche il potere della violenza e della repressione che, tuttavia, serve solo a provocare e animare il prolifico, incitandolo ad ulteriore creatività. Auden non completò mai il manoscritto, delle cui quattro parti si traduce qui la prima e più interessante. Le sezioni più rilevanti della prima parte sono quelle che riguardano direttamente la disillusione audeniana nei confronti del proprio impegno politico nel decennio appena trascorso. Vi si ammette candidamente che la propria attività politica è stata largamente motivata da "un elemento di antiquato arrampicamento sociale", dal desiderio di "ricevere l'approvazione sociale, di essere applaudito per la propria opera, anche per le ragioni sbagliate". li discorso si allarga alla futilità del coinvolgimento degli artisti nella politica e alla realizzazione che "Pro I ifico" e "Divoratore" abitano due mondi di versi e costantemente inconciliabili. Si può essere sconcertati dal franco pragmatismo audeniano, forse dal suo opportunismo che, fallito un dio, si appresta a convertirsi a uno più ortodosso, anche se mai scomparso dall'orizzonte enigmatico dell'universo poetico audeniano. Ma non si può certo imputare alle ragioni di un artista, solo caducamente e malintesamente propagandista ideologico gli orrori di un divoratore di fedi di professione. Con questo spirito vanno lette queste pagine, più necessarie e istruttive di quanto lo stesso Auden non pensasse quando ritenne meglio non pubblicare questi suoi "pensées". In questo senso l'intervista con Stephen Spender che presentiamo serve bene a contestualizzare, alla luce dell'esperienza odierna di questo sopravvissuto del "gruppo di Auden" e del decennio "rosso", idee e prese di posizione che possono tornare molto attuali nel presente clima di giuliva e banale liquidazione di conflitti politici anche personali che la storia di Auden registra. Di W.H. Auden "Linead'ombra"hagiàpubblicatoi saggi Vocazione e società (n. 39, giugno 1989), Leggere (n. l:1-3, novembre 1989) e Puramente soggettivo (n. 62, luglio 1991). Al Divoratore sembra di tenere il produuore nelle sue catene, ma non è così. Egli cauura soltanto alcune parti di esistenza, e le crede il tulio. Il Prolifico cesserebbe tullavia d'essere Prolifico se il Divoratore, come un mare, non accogliesse l'eccesso delle sue gioie. Ci sono sempre state queste due classi di uomini sulla terra, e nemiche dovrebbero rimanere: chiunque cerchi di riconciliarle persegue la distruzione dell'esistenza. (William Blake, Il matrimonio del cielo e dell'inferno) L'uomo crea il mondo a sua immagine; non solo: diversi tipi di uomini creano diversi tipi di mondo. Cfr. Blake: "Uno stolto non vede lo stesso albero che vede un savio". La lotta della vita è una lotta volta a trascendere il dualismo e a instaurare l'unità o la libertà. Questo desiderio di essere liberi è la Volontà, l'Inconscio. I nostri bisogni corrispondono alla nostra concezione dei dualismi esistenti, cioè a dire di quali ostacoli si pongano alla nostra volontà. Noi siamo liberi di non voler essere liberi. Freud ci ha messi fuoristrada opponendo il Principio del Piacere al Principio della Realtà. Questo è Puritanesimo masche-

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