Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

36 STORIE/ TREMAIN "Mi spiace Signore" dice "ho spiegato al re quanto siamo più numerosi, ma ..." "Ma cosa?" "Si rifiuta di offrirsi in riscatto. Sembra disposto a battersi." Il Delfino prende un merlo e ne stacca la metà con un morso, sgranocchiandone gli ossicini. Parla a bocca piena. "Gliel'hai spiegato bene? Cinque contro uno. Gliel'hai fatto vedere?" "Non ne ho avuto l'opportunità signore. Aveva già deciso." "Bene. Allora è un pazzo. Un pazzo presuntuoso. Significa che morirà. Non c'è alcun dubbio. Moriranno tutti." Il Delfino mangia l'altra metà del merlo. Sputa un ossicino e si pulisce la bocca. "Vai a chiamarmi il Conestabile di Francia, Montjoy" dice. "Voglio che domani sia tutto finito. Sono stufo di stare qui. Il cibo è spaventoso. Su, va"'. Senza voltarsi, Montjoy lascia la tenda del Delfino. È stanco. Sente che riuscirebbe a sdraiarsi oynque ed addormentarsi. La Vallée. Aprile 1412. Per educazione prima di andarsene dovette andare a salutare i genitori di Cecile. Gli dissero che già in gennaio il Duca di Granvilliers aveva accennato all'intenzione di sposare Cecile. La madre di Cecile disse: "Siamo molto lusingati. È un buon matrimonio". Montjoy avrebbe voluto dire: "Io l'amo di più del Duca. Lei trasforma il mio mondo. Dormirei tenendola tra le braccia. Le comprerei tutte le scarpe che vuole". Ma rimase in silenzio e annuì con la testa. Poi ritornò a casa per la stessa strada da dove era venuto. Il sole stava tramontando e, riflettendosi nel ruscello che scorreva veloce, lo tingeva di rosso. Cercava di non pensare a niente. Quando giunse al tappeto di fiori gialli, si voltò dall'altra parte. Il cavallo inciampò su una pietra e Montjoy desiderò di potersi trasformare in quella pietra per non provare più niente. I suoi genitori stavano cenando quando arrivò a casa. Sollevarono lo sguardo carico di attesa dalla zuppa e misero giù i cucchiai. Montjoy si fermò sulla soglia e restò a guardarli. Perla prima volta nella vita li invidiò con un'invidia lacerante e infinita. Erano trentuno anni che vivevano insieme felici, l'uno accanto all'altra, e dormivano ancora nello stesso letto. Alzò un pugno alla bocca. Attraverso il pugno chiuso disse: "Cecile non fa più parte della mia vita. Così per favore non nominatela più. Appartiene al passato e non voglio parlarne. Né del passato, né di lei. Mai più. Non voglio parlarne più. Mai più". Si voltò e lasciò la stanza prima che il padre o la madre potessero proferire parola. Agincourt. Ottobre 1415. È stato convocato dal re inglese, che è più giovane di lui di tre anni. Si sta facendo buio. La pioggia delle prime ore del mattino è cessata e si sta alzando una luna pallida. E sotto la luna pallida giacciono i caduti francesi. Montjoy e il cavallo devono procedere con cautela tra i cadaveri. Su di loro, sulla terra sporca ove giacciono, c'è un certo bagliore. Per la seconda volta nella vita Montjoy si domanda, mentre cavalca verso l'oscurità che si fa sempre più fitta: "Perché non sono stato capace di prevedere una cosa così terribile?". Rammenta lo scherno del Delfino: "Non resisteranno nemmeno mezz'ora!". Rammenta le parole immaginarie rivolte a Roland: "Non si può chiamarla una grande battaglia. È stata troppo impari". È un araldo. Gli araldi precedono gli eventi. Annunciano, guardano e valutano. Prevedono le cose. Ma non lui. Malgrado il suo valore, malgrado il suo nome di buon auspicio, l'imprevedibile lo segue come un'ombra. Non sa di preciso come è stata persa questa battaglia. Aveva cercato di seguire quello che accadeva. Si era spostato continuamente dal bosco al campo di battaglia cercando di vedere, di farsi un'idea. Aveva visto saettare le frecce inglesi. Aveva visto una nuvola di frecce cadere sulla prima linea della cavalleria e le aveva udite schiantarsi sugli elmetti e sugli usberghi, come grandine su una cucina da campo. Aveva visto cadere akuni dei cavalli ed i cavalieri disarcionati, intrappolati ed inermi nelle armature, presi a calci o calpestati dagli zoccoli. Poi, nel momento in cui era avanzata la prima linea, aveva visto gli inglesi ritirarsi. Si erano ritirati in modo spettrale, proprio come poco prima erano emersi dal bosco - un attimo lì ed il momento dopo non più. E nel luogo esatto dove si erano scontrati con la cavalleria francese ora c'era una linea di pali appuntiti di fresco che spuntavano fuori dal terreno. Ce n'era una palizzata di un migliaio e più che si stendeva per tre o quattro file così fitte da lasciare spazio solo agli uomini più magri. Sapeva che i cavalli avrebbero indietreggiato, avrebbero provato a girare e fatto qualsiasi cosa pur di non essere scaraventati sui pali. Ma non tutti vi erano riusciti perché, ammassati l'uno contro l'altro, erano avanzati troppo velocemente e così erano precipitati sulla stecconata, scaraventando i cavalieri in avanti, nelle braccia del nemico. Ali' alba uno degli altri araldi gli aveva detto: "Gli inglesi stanno ingoiando tanta polvere. Significa che ormai accettano la morte vicina e la sepoltura". E aveva provato pietà per loro, una pietà violenta quanto l'amore. Ora ilcavallo losostiene a fatica, scivolando e vacillando nel fango, attraverso il campo dei caduti francesi. ALia luce della bianca luna che proietta ombre gigantesche, i morti sembrano enormi. Montjoy si copre la bocca con il guanto blu, piega latestaali' indietroecerca le stelle.Cen'è unaaoccidente che sbadiglia e l'araldo pensa di nuovo a Roland nella sua casa sull'albero, e poi a tutte le anime dei francesi che si affollano nella volta del cielo. Non farà un resoconto della battaglia a Roland, altrimenti dovrebbe rispondere a troppe domande a cui non è possibile dare una risposta. Perché la prima linea della cavalleria francese si trovò a scontrarsi con i soldati che avanzavano? Significa che alcuni soldati francesi morirono ancor prima di raggiungere la linea inglese? E quando l'ebbero raggiunta, come mai ne morirono tanti così velocemente? Erano forse così ammassati da non riuscire a combattere? I soldati ammucchiati, spaventati e confusi, che gridavano e spingevano, furono intrappolati dietro i loro stessi morti? Durante tutta la battaglia era piovuto così tanto che l'araldo non era riuscito a guardare. Tutto quello che Montjoy ora può sperare, mentre si avvicina ali' accampamento inglese e ode delle voci cantare, è che il tempo lo aiuti a capire. Cavalca. Deve portare un formale riconoscimento di sconfitta al re Enrico. Spera che la sua voce sia forte, ma ha paura che possa suonare debole ed esile, come la voce di un cervo volante dentro una scatola d'avorio. È esausto. Nella sua stanchezza si strugge dal desiderio di non essere più un uomo solo ma un uomo che, tornando a casa dalla moglie, le reca in dono un paio di scarpe scarlatte. Copyright Rose Tremain 1994.

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