34 STORIE/ TREMAIN io e te potremmo diventare padroni, o meglio, padrone e signora di uno splendido destino!". Pensava che, a questo punto, sarebbe stato più saggio, o almeno più diplomatico, chiedere a Cecile se anche lei sentiva il mondo trasformato dalla presenzadi lui al suo fianco. E immaginava che lei si voltasse e, dalla finestra, corresse verso di lui e lo facesse rialzare dicendo: "Sì Montjoy! Sì. Sento il mondo trasformato!". A questo punto lui la baciava. Il bacio era così divino che Montjoy, solo presso il ruscello, lo fece durare parecchi minuti. Gli occhi erano persi nel vuoto; non vedevano nulla. Tordi e fringuelli volavano sopra di lui. Nell'acqua branchi di pesciolini gli passavano davanti. Quando il bacio ebbe fine, Montjoy si guardò intorno. Al tramonto, avrebbe ripercorso la stessa strada con la promessa di Cecile di diventare sua moglie custodita dentro di lui come fosse denaro chiuso a chiave in una scatola. E sempre, in futuro, passando per questa strada, il terreno gli sarebbe sembrato sacro -1' erba soffice, i fiori gialli, il ruscello ghiacciato - perché qui il futuro gli era venuto incontro. Un'ape gli ronzava intorno. Si alzò in piedi per dirigersi, insieme all'ape, verso la stessa incantata, profumata meta. Agincourt. Ottobre J 4 J 5. Una delle squadre di corvée, mandata a raccogliere noci, bacche e legna da ardere, lo vede arrivare da lontano con lo stendardo svolazzante. Due soldati si fermano e lo guardano a bocca aperta, altri due tornano di corsa ali' accampamento inglese. Questi inglesi insozzati di fango e carichi di fascine di legna lo fanno sentire elegante. Il suo cappello blu non è più ridicolo, ma vagamente alla moda. L'araldo rimbalza violentemente sulla sella. Ripete a mente gli ordini del Delfino: "Senti Montjoy, la cosa è semplicissima. Gli inglesi non possono vincere in alcun modo. Li superiamo di cinque a uno. Se non riescono a capire questa semplice operazione aritmetica, dimostraglielo con dei sassolini o delle monete o con qualsiasi stramaledetta cosa che ti capita tra le mani. Stanno per essere sopraffatti. Che parola meravigliosa! Sopraffatti. L'adoro, chiaro?". Ed ora, mentre la foschia si dissolve, riesce a intravedere l'accampamento inglese. È nascosto tra alberi esili. Proprio come si era immaginato, gli inglesi si sono costruiti delle baracche con rami e felci.C'è qualche tenda logora. Il fumo sale da una dozzina di falò. Ci sono dei soldati raggruppati intorno al fuoco che cercano di scaldarsi. Girano i volti pallidi verso di lui. Montjoy non è mai stato in Inghilterra. Gli hanno detto che da un lato è sommersa sott'acqua, ma che altrove ci sono grandi foreste, più vecchie del tempo. A Montjoy questi soldati sembrano come annegati o, visto il loro pallore, uomini che vivono eternamente nell'oscurità dei boschi. Rallenta il cavallo. Come fantasmi grigi, gli inglesi sono sgattaiolati fuori dal bosco e ora lo fissano. Che onore può mai esserci per la Francia nel massacrare delle persone per metà già morte? Che onore per gli araldi nel sovraintendere a questo massacro? Pensa a Roland. Un giorno, protetti dall'intimità della casa sull'albero del ragazzo, Montjoy gli aveva detto: "Roland, due cose contano nella mia vita, ed una è l'onore ...". I suoi pensieri vengono interrotti perché un gruppo di soldati si sta avvicinando. Si sono disposti a quadrato. Al centro del quadrato Montjoy intravede qualcosa di luminoso. È la corona del re. Montjoy si toglie il cappello e smonta da cavallo. Avanza a piedi reggendo lo stendardo e tenendo il cavallo per le briglie. In questo preciso momento (non sa il perché) un frammento delle sue antiche paure dimora nel suo cuore e, come in un sogno o una visione, vede avvicinarsi non Enrico d'Inghilterra, ma la sua amata Cecile, con una ghirlanda di fiori gialli intorno ai capelli. Barcolla. Poi avanza. Si è accorto che centinaia di fantasmi inglesi sono usciti dagli alberi e lo stanno fissando. Si inchina innanzi al re. Quando alza lo sguardo vede un viso ossuto, squadrato e una carnagione meno pallida di coloro che lo circondano. Lo sguardo è affabile e la voce, quando la sente, è delicata. "Allora araldo?" "Signore", dice Montjoy, "vengo da parte del Delfino. Il Principe e tutti i nobili insieme a lui Vi esortano a considerare la Vostra posizione. Ritengono che il Vostro esercito sia in una condizione di inferiorità di cinque contro uno e credono che per salvare i Vostri uomini da una morte sicura la miglior decisione che possiate prendere è di offrir Vi in riscatto ...". Montjoy vede uno dei soldati ruttare silenziosamente. Ora capisce che due cose impediscono a questi uomini di far ritorno a Calais: l'alcool e la presenza del re. "Come ti chiami araldo?", domanda il re. "Montjoy, Signore". Il re sorride. I soldati sembrano fissare un punto al di là di Montjoy, in direzione del campo che l'araldo ha appena attraversato. Sempre sorridendo il re dice: "Montjoy, riferisci questo al Principe Delfino. Vorremmo ricordargli che ci sono pochissime certezze sulla terra. Incredibilmente poche. Quando ero ragazzo, tenevo un cervo volante in una scatola d'avorio. Avevo l'abitudine di parlargli. E una sera mi rispose. Fino a quel momento ero stato assolutamente certo che i cervi volanti non potessero parlare". Il re ride. I soldati distolgono lo sguardo inquieto dal campo e guardano il re. "Come vedi," dice il re, "non si può mai sapere". "Cosa disse il cervo volante, Signore?" chiede Montjoy. "Oh, non ricordo. Solo una parola o due. È stata l'imprevedibilità che mi ha colpito. È proprio questo il punto. Il Delfino può fidarsi delle sue certezze, se crede. Per noi non cambia nulla. Non ci arrenderemo." Le facce spettrali si sono raccolte intorno al re e cercano di ascoltare cosa dice. Hanno lo sguardo fisso e strizzano gli occhi al sole così estraneo a loro. Si grattano i corpi attraverso i vestiti. "Che Dio sia con te, Montjoy", dice il re. Montjoy si inchina. Il re e i suoi soldati si voltano e si allontanano. Montjoy si rimette il cappello azzurro sui capelli scuri. La Vallée. Aprile 1412. Ecco la casa. Colombe sul tetto come pensieri alati. Il fumo saliva da uno dei camini di pietra. Mentre smontava da cavallo e porgeva le redini ad un servitore, Montjoy stava ancora provando la sua richiesta di matrimonio. Poi il servitore informò che la signorina Cecile e i suoi genitori erano andati a trovare un cugino che era stato ferito da un segnavento che gli era caduto addosso. Il loro ritorno era previsto per il tardo pomeriggio. Nella fantasia che Montjoy si era fatta, mentre si dichiarava, c'era la luce del mattino che filtrava dalla finestra presso la quale si trovava Ceci le. E a lui piaceva che le cose andassero come le aveva immaginate. Perciò ora era indeciso: doveva andarsene o aspettare?
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