la foresta pietrificata e silenziosa, si sente confuso e mezzo impaurito. Ferma il cavallo guidandolo verso il' bosco, poi smonta. Appoggia il pesante stendardo a una quercia e lega il cavallo ali' albero. Si toglie il cappello e si passa una mano tra i riccioli. Tutt'intorno c'è traccia del gelo notturno, palpabile ovunque. Si domanda: "Perché hai paura, Montjoy?". Ha trent'anni, tre anni più di Enrico V d'Inghilterra. Quanti si trovano su quel terreno hanno forse paura di una battaglia alla quale tutti, indistintamente, pensano e, allo stesso tempo, non pensano? Dell'imminente battaglia che sta per scoppiare e che forse non scoppierà mai, tangibile eppure distante, come un amante in fuga o una febbre che torna? Il Delfino non ha paura. "Paura? Sciocchezze!" Poi si guarda la gamba. "Gli inglesi non resisteranno più di mezz'ora. Seppure". Dai suoi ordini traspare indifferenza: "Devi solo dire al re di arrendersi e offrirsi in riscatto, chiaro Montjoy? Poi quell'ammasso di ossa che lui chiama esercito può tornarsene a casa a insudiciare Southampton". Il re gli ha ordinato di cavalcare il più velocemente possibile e far presto ritorno. La lunga attesa sta spazientendo il Delfino. Montjoy non ha mai disobbedito a un ordine in vita sua, eppure ora è fermo nel bosco e si sta grattando la testa mentre fissa gli alberi. Sente di non farcela ad andare avanti, ma non sa perché. La Vallée. Aprile 1412. Quella mattina d'aprile si sentiva leggerissimo. Aveva la sensazione di poter balzar via dal cavallo e librarsi in aria. Indossava una giubba azzurro cielo. Il sole brillava sui suoi soffici riccioli. Stava andando a La Vallée per chiedere la mano di Ceci le. Suo padre e sua madre l'avevano salutato sorridendo quando era partito: "Una ragazza così bella, figliolo! Così straordinaria! Che tu possa avere fortuna e felicità". I suoi pensieri, come sempre, si erano già posati su Cecile. Le accarezzavano le spalle. Giacevano intrappolati come farfalle sotto il suo mantello color lavanda mentre lei usciva di casa recando in mano un cestino. Cosa ci avrebbe messo dentro? Rm-ni in fiore? Raramente un pensiero resta intrappolato a lungo. Può dirigersi ovunque. Può prendere delle decisioni. I pensieri di Montjoy non restarono nascosti sotto il mantello. Camminarono insieme a Ceci le sull'erba umida. Si insinuarono nell'ombra delle gonne e salirono più su, nel buio fra le gambe. Ad ogni passo venivano accarezzati dolcemente. A quel punto Montjoy dovette frenare il cavallo, smontò, camminò fino ad un ruscello per potersi schiarire le idee. "Stai correndo troppo", si disse. "Non sei ancora suo marito." Si chinò sul ruscello, unì le mani a mo' di coppa, raccolse un po' d'acqua gelata e si sciacquò il viso. Rimase senza fiato. Nella vita c'erano giorni così importanti da riuscire a stravolgere la dimensione del mondo. Il battito del suo cuore era così forte da sembrare il verso di un cuculo. Il cielo sopra di lui, ancora chino sul ruscello, si espandeva a dismisura, in lunghezza e in larghezza, più vicino al paradiso di quanto non fosse mai stato. Si sedette sull'erba. Il cavallo stava pascolando e scacciava con la coda le mosche di primavera. Ci sono delle vite splendide, pensò. C'è coraggio e c'è fortuna. C'è ingegno. La scarpa di una donna può essere gialla ... C'erano dei fiori gialli sulla sponda del ruscello. Montjoy non STORIE/ TREMAIN 33 conosceva i nomi dei fiori ma per un po' di tempo rimase lì seduto ad ammirarli. Agincourt. Ottobre 1415. Nel bosco deserto, Montjoy è alla ricerca di qualcosa di verde, di qualcosa che sia soffice al tatto. Questa paura alla quale non riesce a dar nome gli è scivolata via dalla mente pervadendolo completamente, fino a toccargli il cuore come un fantasma, e poi arrivare allo sfintere, e oraMontjoy si è accovacciato e sta defecando sulle umide felci. Non riesce a vedere niente di verde, niente di soffice con cui pulirsi il culo. Deve raccogliere una manciata di felci ruvide e di foglie cadute e si pulisce con queste. Mentre si tira su le calze, gli viene da piangere. Il bosco lo opprime. È venuto per trovare un momento di pace prima di arrivare all'accampamento inglese. Ma il bosco è come morto. Lascia il cavallo legato e lo stendardo appoggiato ali' albero e se ne torna indietro verso il campo arato, sotto una cortina di nebbia. Avanza a passi incerti fra i solchi gelati. Ora ha la sensazione che la nebbia si stia dissolvendo e che la giornata, malgrado tutto, possa diventare bella. C'è già più luce sul campo. Osservando la terra, si domanda chi la lavora e che raccolto si aspetta per l'anno prossimo. Gli alamari del cappello blu di Montjoy gli ricadono davanti agli occhi. Ora è fermo nel punto in cui avrà luogo il cuore della battaglia. Proprio dove sono i suoi piedi cadrà un inglese, i polmoni trafitti da una lancia, il sangue che zampilla dalla gola.Tutt'intorno giaceranno i suoi sfortunati compagni, le anime disperse nell'aria. Sarà il prossimo raccolto: in un'estate di morte questa terra sarà seminata di inglesi. Spetterà a lui contarli-a lui e agli araldi inglesi-fare un calcolo preciso, anche se gli arti o le teste mozzate saranno finite lontano dai corpi. Gli araldi devono essere precisi. Non devono distogliere lo sguardo. Quando tutto sarà finito, racconterà a Roland, suo nipote: "Io c'ero. Ha avuto luogo presso il çastello di Agincourt. Ma non si potrebbe definirla una gran battaglia. È stata troppo impari". Improvvisamente si rende conto che è passato molto tempo da quando è partito. Ode gli inglesi, in lontananza, ricominciare il loro mesto martellare. E questo in qualche modo lo rincuora. Ha meno paura di prima. Procedendo a grandi passi ritorna nel bosco e slega il cavallo che trema dal freddo. Gli dà grandi pacche per riscaldarlo. Monta a cavallo e riprende lo stendardo. Gira il cavallo in direzione della luce che filtra attraverso la nebbia che si dissolve e riprende la cavalcata. La Vallée. Aprile 1412. Seduto presso il ruscello mentre il sole gli scalda il naso, Montjoy provava la dichiarazione e la richiesta di matrimonio. Immaginava Ceci le in piedi, girata di spalle, intenta a guardare fuori dalla finestra. Si inginocchiava senza che lei se ne accorgesse. Cecile restava immobile. Le diceva: "Cecile, dovresti aver capito che da un po' di tempo ti considero il centro del mio universo ...". Immaginava che Ceci le sorridesse-finalmente si sta dichiarando! - tentando però di nascondere il sorriso. Continuava: "È proprio così. Anzi, è più di questo: hai davvero cambiato il modo in cui vedo il mondo. Prima di incontrarti la mia vita era così misera, così limitata. Ma insieme
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