30 STORIE/ BERGER inferiore in direzione nord, e mentre girava allentò la benna e abbassò i cavi. Gli ci volle un po' per agganciare le catene ai ganci dei cavi, poi lasciò vagare lo sguardo dove passavano le navi. Ogni volta che guardava il mare sognava di tornare a casa. Un montatore, di sotto, alzò le mani al cielo, unendole come se pregasse. Era il segnale che Yannis doveva sollevare. La gigantesca cassaforma di metallo, che doveva contenere l'impasto di calcestruzzo finché non sarebbe diventato un muro, si sollevò da terra. Yannis girò la gru come fosse la lancetta di un immenso orologio, sopra le baracche, il portico, lo spiazzo dove Zsuzsa aveva ballato, i blocchi centrali, fino al punto più a sud della sua orbita. La cima dell'albero della gru, mentre trasportava il carico, ondeggiava come la cima di un albero. Solo gli occhi di Yannis erano fermi. Con la punta delle dita sulla tastiera nera, doveva lasciare cadere dodici tonnellate di metallo, dolcemente, come le parole che Gabriele posò ali' Annunciazione. Lentamente mollò i cavi. Riportò il braccio indietro di una ventina di centimetri. Continuò ad abbassare. Poi si fermò per togliersi gli occhiali da sole. Mollò nuovamente i cavi. La cabina ondeggiò in avanti come se fosse a sua volta ansiosa di guardare, mentre di sotto dieci operai minuscoli come api maneggiavano l'enorme cassaforma, ancora galleggiante nell'aria estiva, guidandola perfettamente verso il suo posto, in modo che ciascun bullone cadesse nel suo foro. "Bull !" urlò uno di loro e abbassò le braccia lungo i fianchi. Yannis allentò i cavi. La cassaforma poggiava su se stessa. Dodici tonnellate. "Tu, Newborn, pensi mai alla giustizia?" chiese Murat. "Mi tengo alla larga dalla legge." "Non stiamo parlando della loro giustizia." "E quella di chi allora?" "Parlo di ciò che accade a noi." "Tutti dite noi quando cominciate a invecchiare. Io parlo per me. Chi è noi?" "Ogni giorno la legge dell'imbuto si diffonde sempre più", disse Murat. "Che cos'è la legge dell'imbuto?" "L'imbuto della ricchezza, Newborn, è largo per certi e stretto per altri." Arrivò una tramoggia che doveva essere riempita. Sucus la spinse dirigendola verso il tamburo. "Bull !" gridò Murate abbassò le braccia allungate. Nessuno più si ricordava perché quando si urlava la parola bull si voleva dire molla, va bene! Era una specie di bestemmia. Raramente i gruisti riuscivano a sentirla e perciò dipendevano per le manovre dai segni manuali e da ciò che vedevano con i propri occhi. Il grido era allo stesso tempo una imprecazione e una muta preghiera. Il gigantesco tamburo si mise a girare in senso antiorario, le alette penzolarono da un lato lasciando uscire l'impasto. Murat si levò il casco e lo sollevò in aria. La tramoggia con la sua grigia pioggia salì più in alto di quanto volano i piccoli uccelli. "Non ti sei mai immaginato il mondo diversamente?" chiese Murat. "Sì, può darsi che lo faranno saltare in aria." "E noi con lui." "E allora dov'è la tua giustizia?" chiese Sucus guardando fisso nei calmi occhi neri di Murat. "Prendi le mani di un neonato", disse Murat pulendosi la fronte col dorso del guanto, "così delicate, così ben fatte. Le unghie sono come piccoli petali di rosa, ciascun dito in grado di muoversi. Pugni perfetti, la grandezza di un'albicocca! Perché sono così le mani di un bambino?". "Non lo so." "A cosa servono?" "A pulire la merda." "No, a prendere quello che ci appartiene." "Niente ci appartiene." "Un giorno ci apparterrà." "Mai." Murat spostò un piccolo tasto e un altro getto di cemento si riversò nell'impastatrice. "Se teniamo in vita l'idea di giustizia sotto i nostri caschi", disse Murat, "se la teniamo in vita tutti insieme, un giorno il mondo ci apparterrà". "Sei un sognatore come mio padre." "E perché allora le mani dei neonati sono così perfette?" "Non lo so." Ora Murat chiese sabbia e pietrisco. "A quale sindacato apparteneva tuo padre?" "Nessuno." "Hai detto che era un sognatore." "Mio padre sognava il paese che aveva lasciato, e tu, tu sogni il futuro. Nel frattempo eccoci qua tu e io a impastare calcestruzzo per la Mond Bank." Un'ombra cadde sulla terra. Alzarono lo sguardo. Dal cielo arrivava un'altra tramoggia. Sucus andò ad aggiustare il monticello di sabbia in modo che le benne potessero raccoglierne di più. I piedi nelle scarpe di tela erano bagnati per via dell'acqua dei tubi. La tramoggia toccò terra. "Bull!" gridò Murat. "Bull!" I cavi si allentarono. L'impasto fuoruscì dal gigantesco tamburo. Murat si levò il casco e lo sollevò al di sopra del capo. Cento metri più in alto Yannis spostò i cavi, così che la tramoggia si liberò dalla bocca del tamburo sollevandosi per aria mentre la grigia pioggia cadeva. "Dovresti leggere la storia", disse Murat. "L'unico libro che leggo è il vocabolario." "Nella storia spesso le cose accadono quando sembra non stia accadendo niente." "Come certe notti." "Sì, la storia ha le sue notti e i suoi giorni", disse Murat. "È notte ora?" "Ora è notte, lo è da molto tempo." "E tu dormi?" chiese Sucus. "Sono impaziente, e a volte al buio la mia impazienza ha la voce di un angelo." Mentre diceva queste cose, Murat guardò le nuvole che spesso a luglio ricoprivano il cielo nel tardo pomeriggio lungo la costa, come animali che venivano a bere. "Che ti dice il tuo angelo?" "Mi dice sempre la stessa cosa. Se penso solo a me, chi sono gli altri?" chiede. "Se gli altri pensano solo a se stessi, chi sono io? Se non ora, quando? Se non qui, dove?" "Dove l'ha imparato?" Tutti e due alzarono la testa. Arrivava un'altra tramoggia da riempire. Quando Yannis l'ebbe sollevata, piena, Sucus disse: "La mia donna non è un angelo. Sai quello che mi dice?". "No."
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