Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

28 STORIE/ BERGER Costruzione, dal latino struere, ammucchiare, con-struere, mettere insieme. Sucus spalava la ghiaia. Quando raddrizzava la schiena e si fermava aveva l'abitudine di toccarsi i baffi con tre dita della mano destra. Mural si diresse verso il cumulo e i due uomini si fermarono fianco a fianco, senza parlare, godendosi l'ozio, pulendosi via la polvere dalle labbra. "Come spostare una fottuta montagna", disse Sucus alla fine. "Se fai di nuovo il gioco della bottiglia, ti dico io il segreto", disse Mural. "Devi immaginare di stare camminando. Chiudi gli occhi, torna a casa tua e cerca di ricordare tutto quello che vedi sulla strada quando arrivi. È tutto qua!" Si diede un colpo sul casco giallo. "Qui dentro c'è tutto il mondo! Immagina che stai camminando verso casa invece di star fermo! Se fai così puoi reggere il peso per dieci minuti." Sucus si sputò sulle palme e si rimise a spalare. Il lavoro veniva in suo aiuto. Succede a volte. Solleva la pala, smuove la terra, tiene dritto il chiodo, dirige l'ascia, tiene il carico in equilibrio sulle spalle. Soprattutto, i lavori appaiono piccoli. Cessano di essere giganteschi. Si frazionano. Ogni volta che raddrizzi la schiena e respiri, un altro pezzetto del lavoro è fatto. Finalmente suonò la sirena di mezzogiorno. Quando Zsuzsa si avvicinò al vecchio portico che portava al mercato dell'argento, gli uomini smisero di mangiare. Aveva un vestito azzurro chiaro, la gonna lunga, le maniche corte e aderenti. Era scalza. Cato sbirciò dalla finestra della sua baracca. Era una persona non autorizzata, ma tenuto conto dei venti uomini ipnotizzati, decise di non dire niente per questa volta. "Ciao bella!" gridò quello col fazzoletto rosso, tenendo il coltello con sopra un pezzo di formaggio sospeso per aria. "Sto cercando Flag. Lavora qui?" "Flag? Non conosciamo nessun Flag, è vero? Da quanto tempo sta qui?" "Sta qui da una settimana." "Ah. Allora è Newborn. L'ho appena visto. Vieni a sederti. Ora torna. Un po' di birra? Di dove sei?" "Non sono di queste parti." "Non è di qua, dice. E chi è di qua? Lo sai come si nascondono gli elefanti, bella?" "Dietro barzellette come le tue!" disse l'uomo con la dea sul casco. "No. Si mettono un paio di occhiali." "Che dio ci scampi!" "Bene, hai mai visto un elefante con gli occhiali?" "Falla sedere su quella scatola." "Non l'hai visto? E questo dimostra che quando si mettono gli occhiali gli elefanti sono invisibili!" Zsuzsa si sedette sulla scatola come se stesse seduta in treno, guardando distrattamente fuori dal finestrino. "Newborn lo sapeva che venivi?" chiese Mural. "No, è una sorpresa." "Ah, se tutti avessimo una sorpresa come te!" disse l'uomo della dea. In questo momento arrivò Sucus correndo. "Sembri uno scemo con quel casco, Flag. Perché tutti mangiate col casco in testa?" "È il regolamento. Anche tu avrai qualche norma di sicurezza." In molti risero. Sucus si levò il casco e la portò lontano da tutti. "Ti piacciono i miei orecchini?" chiese lei. Erano dorati e dentro poteva passarci un limone. Quando si muoveva si inclinavano come ruote di un carretto nano. "Non male." "E il vestito azzurro?" "Sì." "Volevo far colpo su di te." "Ci sei riuscita. Chi ti ha dato gli orecchini?" "Così, avrà venti piani il tuo palazzo!" Alzò la testa per guardare le gru, e mentre era con la testa all'indietro lui le baciò la gola. "Chi?" "Chi che cosa?" "Dato gli orecchini?" "Ho i buchi alle orecchie da quando avevo tre anni. Me li fece mia nonna. Perciò devo portare gli orecchini. È una cosa logica, no?" "Chi è stato?" "Sei geloso, Flag! Geloso!" "Come li hai avuti?" "Faresti meglio a pensare al tuo povero padre." "È morto." "Tutti dobbiamo morire un giorno, Flag. Porto gioielli, così tutti possono vedere che siamo vivi. Io e loro. E voglio che mi prometti una cosa." "Che cosa?" "Quando muoio devi assicurarti che porto gli orecchini anche nella bara! Se non ce li ho, me li dovrai mettere. Promettimi che lo farai!" Guardò di nuovo verso le gru. "Sei mai stato lassù in cielo? Deve essere bello lassù, sulla gru - come Dio." li". "Chi te li ha dati?" "Forse li ho rubati." "Veramente!" "No. Mi vuoi picchiare, Flag?" "Sì." "Allora picchiami!" "No." "Picchiami!" "Vaffanculo!" "Ho vinto io! Sono riuscita a farti arrabbiare! Ecco, prendi- "Sono d'oro?" chiese Sucus mentre li guardava. "Sì, sono d'oro." "Te li ha dati un uomo?" "Vuoi sapere la verità? Li ho rubati." "Prima hai detto di no." "Sono d'oro. E tu non mi hai dato niente d'oro, Flag!" Gli rideva in faccia. "Ahi! Ora mi hai picchiato! Dammeli!" "Non dire più queste cose!" "Voglio che me li ridai subito." Sucus teneva gli orecchini sul palmo della sua mano color cemento. Non pesavano niente ma poteva sentirne il calore. "Dammi gli orecchini. Così sei tu che me li hai dati. E poiché me li hai dati tu, Flag, non me li toglierò più per nessuno." Con una guancia rossa dove Sucus l'aveva schiaffeggiata, Zsuzsa cominciò a ballare accanto a un fascio di ferri arrugginiti alti il doppio di lei che si usavano per rinforzare il cemento. Non ricordo la prima volta che l'ho vista, è stato troppo tempo fa. Si trova in alta montagna dove resta sempre la neve: è la luce in cima ai ghiacciai e c'è solo a quell'altezza, mai più in basso. Mi ha sempre fatto pensare al paradiso. Il sole colpi-

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