Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

"Romperà la bottiglia!" "Guardatelo!" "Cinque minuti!" bisbigliò l'uomo con la dea sull'elmetto. "ha vinto!". Sucus teneva ancora la bottiglia su. "Cinque minuti e mezzo!" Ora gli uomini stavano a guardare senza aspettarsi nulla ma ancora più intensamente di prima. L'eccitazione della scommessa era finita, restavano la curiosità e il desiderio che niente si fermasse. L'evento era stato un po' una sorpresa ed erano felici di assaporarne ancora tra i denti la dolcezza. Senza rendersene conto Sucus stava gridando SSSU. "Sei minuti, Newborn !" Murat il turco, che lavorava con Sucus alla betoniera, si alzò in piedi dirigendosi verso Sucus, e delicatamente poggiò il palmo della mano sotto la bottiglia per reggerne il peso. "Hai vinto!" disse così piano che gli altri non lo sentirono. Sucus aprì gli occhi e fissò Murat. Murat portava il casco giallo calcato sulla fronte. Con la destra mangiava una mela mentre sulla sinistra portava ancora un guanto da lavoro. "Al lavoro", urlò quello con la dea sul casco, "Cato è uscito dall'albergo!". Cato, il responsabile del personale sul cantiere, faceva colazione da solo in una baracca con dei quadri alle pareti. Arrivava al lavoro con una Volvo. Basso di statura, era calvo come un uovo quando si levava il casco giallo. Il casco era obbligatorio per tutti, diceva il regolamento. Quelli degli operai erano tutti scheggiati e ammaccati, quelli degli architetti o dei funzionari della Mond Bank, cui era destinato l'edificio in costruzione, erano intatti. Cato aveva volutamente scelto il casco più malridotto che poteva trovare. Non vi era più traccia di pittura gialla. Il casco doveva dimostrare che lui era il più duro in circolazione. Per manovrare la gru, Yannis aveva bisogno di pochissimi movimenti, non più di quelli necessari a ricamare un bavaglino da neonato. In ciascuna mano teneva una tastiera rossa con i bottoni neri, e sedeva sul suo trono come un giudice. Guardava in basso dai vetri della cabina. Cato stava dando ordini e gli uomini tornavano al lavoro, così lui puntò a est, verso il sole del mattino e verso la betoniera. Il braccio della gru fendeva l'aria come un cormorano. La betoniera era la cucina del cantiere. Il cemento era tenuto in due contenitori, ciascuno alto come una casa. Il cemento doveva stare all'asciutto, come la farina. Sotto i contenitori c'era un recipiente in cui il cemento veniva versato secondo la quantità necessaria. Murat mandava la gettata con un comando elettronico. La quantità dipendeva dalla destinazione del calcestruzzo. Erano tre anni che Murat lavorava con le betoniere. Le conosceva bene con tutti i loro inganni come il prete conosce il catechismo. Dal recipiente che si trovava sotto i contenitori il miscuglio veniva portato su una cinghia nel tamburo. Dentro questo grande tamburo girevole l'acqua cadeva sul miscuglio asciutto e lo trasformava in una pasta. Il movimento rotatorio seguiva il senso orario fino a quando Murat non aveva bisogno di riempire una tramoggia. Allora lui capovolgeva i comandi e il grande tamburo si metteva a girare in senso antiorario, mentre le alette metalliche penzolavano lateralmente lasciando venir fuori l'impasto. Quando Murat voleva far sapere a Yannis lassù che la tramoggia era piena, si levava il casco giallo e lo portava in alto. Yannis allora sollevava il carico e la tramoggia di qualche centiSTORIE/ BERGER 27 Foto di Guy Herson1/Réo/Contros10. metro sopra il suolo. Poi, pigiando i bottoni neri, spostava la benna che era sospesa a dei cavi lungo il braccio, la portava avanti di qualche centimetro e poi bruscamente indietro di qualche centimetro. Lo sbalzo che ne risultava faceva dondolare la tramoggia e i cavi. Quando si allontanavano dal tamburo, lui tirava su il carico. In questo modo, quando la tramoggia lasciava il terreno, non sfiorava mai la bocca del tamburo. Quando era pronto, Murat gli faceva un segno come se lanciasse un uccello in cielo, e la tramoggia si levava in aria, sgocciolando la sua pioggia grigia. Sucus spalava verso le benne, che funzionavano come una draga che portava la zavorra verso il recipiente dell'impasto. La sera prima, un camionista sconvolto perché un figlio gli era morto di meningite, aveva scaricato un carico di ghiaia lontano dalle benne e se ne era andato senza neppure voltarsi indietro, piangendo "Gesù! Gesù!". "Sposta questo carico!" Cato aveva chiesto a Sucus. "Si farebbe prima con una spalatrice." "Fottiti tu e la spalatrice!" Sucus si drizzò a guardare la tramoggia per aria mentre sorvolava sul cantiere. Il sole era alto e faceva molto caldo. Si levò la canottiera. Aveva la pelle più chiara degli altri uomini perché aveva cominciato da poco questo lavoro. Penso alla pelle chiara dei contadini e dei soldati nelle rare occasioni in cui si spogliano. Un biancore che è fatto per la notte più che per il giorno, e per il letto non per i campi.

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