Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

24 MERRYENGLAND John Berger CALCESTRUZZO traduzionedi PaolaSplendorecon unanotadi DanielaCorona Sotto la prosperità dell'Occidente A chi gli chiede di definirsi John Berger risponde che "anche quando scriveva d'arte ... era in realtà un modo di raccontare", si dichiara un "narratore" e dice di sentirsi "scrittore europeo". "Narrare è dare senso all'esperienza" e "lo scrittore è il testimone" che, dalla sua prospettiva, lega gli eventi nel racconto. Il suo "mestiere" è raccontare le "vite sepolte sotto la prosperità dell'Occidente" in base all'evento separatorio che le marca: l' esi !io, ci fra della modernità. Raccontare oggi è dunque cogliere l'esperienza "globale" dello sradicamento. Narrare allora come responsabilità sociale, come rimessa in gioco di uno sguardo atrofizzato dai mass media e di una memoria resa sterile dalla tensione al progresso, come rifondazione di una storia.collettiva. "Sradicamento" "contesto" e "memoria", le parole chiave di una scrittura di resistenza "contro una minaccia di cancellazione storica che riguarda tutti", resa ancora più urgente dagli avvenimenti internazionali. Un narrare come scambio dell'esperienza, nel senso di Benjamin, ma che, senza utopie né controverità, mette a nudo i segni della "distanza" del narratore. Se intende infatti il narrare come l'antico "mettersi nei panni altrui", Berger reputa fuorviante affermare "che sia possibile entrare nell'esperienza dell'altro". Solo di quest'ultimo infatti "rimane quella 'storia' particolare", e ciò perché "diversa è, nella realtà, la costellazione di fatti di cui 'l'altro' è il centro ... e che ne orienta gli atti". Si può solo, nel testimoniarne la presenza, tentare di "cogliere i I senso di quella storia" mettendo a lato leesperienze contrapposte. Ed è nell'articolazione di questa distanza che si situano le fasi della narrativa di Berger, o, com'egli le chiama, i "nuovi inizi", determinati dallo spazio politico-sociale in cui vengono a situarsi. Due le grandi tappe della sua carriera, con alcune tensioni costanti: il realismo e la giusta opposizione dei contrasti. Se da un lato infatti egli afferma che "il realismo non risiede nella tecnica ma nel modo di leggere e dare risposte alle circostanze specifiche in cui si vive". Dall'altro ritiene che "l'unità della narrazione non sia data dalla coerenza degli eventi, bensì dalla 'incoerenza' dei fatti, degli spostamenti di tono e dei livelli del discorso ... che convergono tutti verso la 'storia"'. Il tentativo è quello di stabilire una unità del racconto non legata a "una fine". Nella prima fase (fino al 1972 circa) della sua narrativa il tema è il dislocamento (dell'artista, dell'intellettuale, dell'uomo comune) in quanto scelta di uno spazio di possibile ridefinizione dell'identità in relazione all'altro, e la narrazione articola l'interrogazione dell'io. Nella seconda (dal 1975 circa) è lo sradicamento specifico del contadino-migrante: uno spostamento forzato, che è differente dal primo per ragioni storicosociali e condizioni politico-economiche, e la narrazione mette a fuoco la perdita dell'identità. Dopo il dibattito sul realismo, Berger avvia nel 1958 il progetto narrativo con A Painterof Our Time (Bompiani 1961), sulla figura di un pittore in esilio; seguiranno The FootofClive (1962) e Corker's Freedom (1964), di ambientazione inglese, e infine G.: A Nove/ (1972, Garzanti 1974), romanzo modernista sulle tensioni inEuropa tra il 1880e la Prima guerra mondiale. Dopo la prima metà degli anni Settanta, avviene la svolta. Per Pig Earth (1979, Le tre vite di Lucie, Gelka 1992), primo libro della trilogia sull'universo contadino Inta Their Labours, sarà "necessario trovare uno stile molto più tradizionale". Bergersi ispira a Pirandello, Verga e Capuana, per "le tante voci di un mondo complesso", e a Marquez, per l'uso che fa della "cronaca": narrazione pubblica per ecce! lenza. Con gli altri due I ibri, Once in Europa ( 1989) e Lilac and Flag ( 1990, da cui sono tratte le pagine che pubblichiamo), continua a narrare lo spostamento del contadino, dal villaggio alla metropoli, ricorrendo a stili e tecniche che vogliono "violentare" le "separazioni". "Tento di diisolare gli specialismi ... le immagini frammentate della realtà ... l'esperienza di una classe". La complessità del progetto estetico-politico non rende facili le classificazioni di "genere" dei romanzi e dei racconti di Berger che ricercano, insieme ad altre sue "forme del narrare", i modi idonei a dire una "storia" nella situazione ideologico-linguistica del presente. Da qui l'esame del rapporto tra parole e immagini nonché l'uso della fotografia. Da qui il ricorso alla poesia, perché anch'essa trasmette storie dicendo dell'esperienza "cose che la prosa non dice" e perché oggi, più d'ogni altra forma, "sa parlare alla disperazione del mondo". "Sono un "marxista romantico" osserva Berger. Il primo romanzo, A Painter of Our Time, s'apre con la scomparsa del protagonista. Unica sua traccia il diario. Si è subito immersi nella materialità routinaria della vita del pittore, la cui pratica è assimilata "a quella di un barbiere". È un romanzo sul ruolo sociale dell'artista, visto in termini di successo o fallimento, ed innesca il tema dell'esilio, fissandolo allo specifico storico. Sapremoallafinecheil pittore è tornato inUngheria a combattere. L'arte ha ceduto all'urgenza degli "obiettivi immediati". Il rapporto tra l'artista "mediocre" e la sua produzione è ripercorso dall'amico, critico di sinistra, attraverso la "traduzione" del diario, operazione che accentuerà la distanza del critico da quell'esperienza. Il tema dell'identità sarà diversamente affrontato in The Foot of Clive e in Corker's Freedom, che mettono a nudo la natura delle relazioni nella società borghese. La visione del presente che ne emerge è desolata, e la totale assenza di alternative è divenuta per alcuni elemento di giudizio: "romanzi interessanti ma... aridi". Ambientato nella corsia di un ospedale inglese che prende il nome da "Cli ve oflndia", The Foot of Cli ve è metafora del corpo della società imperialista. Il "piede" di quel corpo ("città di parole", mentre fuori "le notizie cadono dappertutto come neve") è luogo di malattia e di morte. L'arrivo, tra i pazienti, del criminale Jack annulla il confine di sicurezza tra interno e esterno. Simbolo del vuoto morale, Jack rompe le coscienze, fa esplodere le contraddizioni, fa affiorare le colpe, mette in scena processi. L'io ne esce moltiplicato, ma non trasformato, giacché l'ordine delle cose è rimasto immobile. Jack, più che immagine della devianza, è incarnazione della disumanità dell'ordine sociale fondato sullo sfruttamento, la guerra, la fame, la barbarie. Neanche in Corker's Freedom ci sono possibili futuri sé. Il tema è la separazione tra identità pubblica e privata. Il testo

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