VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 23 altro, lo spazio libero per eccellenza, l'eterna frontiera del cinema western e il luogo dell'iniziazione, in cui lo stesso Oliver Stone aveva mandato Jim Morrison a fare esperienza delle visioni nel suo The Doors. Ma il deserto si è ridefinito, dagli anni Sessanta in qua, anche come luogo paradossalmente chiuso, come spazio negato, terra di nessuno in cui può vagare liberamente la violenza dei "coniugi" Knox. Spazio in cui la visione e il sogno lasciano il posto all'incubo e alla vertigine e la vertigine, il salto nel vuoto, la perdita di riferimenti sicuri è forse il tema di fondo di NBK. Fondamentalmente due sono le critiche mosse a Stone: l'aver usato la violenza come forma di spettacolo esattamente come i media che si volevano criticare e l'ambiguità del giudizio sui due serial killer. Soprattutto nella seconda parte del film, all'interno del carcere, quando si verifica che poliziotti, direttori di case di detenzione e giorna]jsti non sono moralmente tanto meglio dei due assassini, questi ultimi, si è detto, rischiano di apparire "positivi". Sul fatto che il film sia strapieno di scene di violenza non esistono dubbi, ma esse appaiono molto diverse da quelle di un gran numero di film americani in normale circolazione ed è una violenza che, in un certo senso, attraverso la messa in scena, diventa "astratta", diventa discorso sulla violenza. Non è casuale, per altro, che il film in Italia abbia poco successo se si fa il paragone con gli incassi di film come True Lies che presentano una visione della violenza molto più "realista" e, paradossalmente ma non troppo, più facile da consumare. Dalfilm NaturalBornKillers di OliverStone. Tutto il film, per altro, assume i contorni di una narrazione di (nera) "morale" e giustamente Tommy Lee Jones, splendido interprete dell'assurdo direttore del carcere, ha citato Swift, in un'intervista, per cercare di spiegare NBK. L'umorismo nero cola da tutto il film e anche il finale, per molti intollerabile, con l'improbabile quadretto di Mick e Mallory felici, liberi e con tanti bambini, appare come l'unico conseguenziale in un film che si è atticolato come una favola nera sullo stato dell'Unione. Attraverso tale articolazione Oliver Stone arriva a cost:mire un suo ritratto dell'America contemporanea. È, per l'appunto, un'America in preda alla vertigine, alla deriva, divorata da una sorta di caos morale in cui è impossibile prendere posizione. Gli anni Sessanta e Settanta, con tutti i loro contrasti, avevano un' "America buona" e un' "America cattiva" ("Non importa soltanto aver dato la parola, ma importa anche a chi l'hai data", si diceva più o meno nel Mucchio Selvaggio), se così si può dire, e pur con tutte le ambiguità che l'americanismo si è sempre portato dietro c'era sempre una parte da cui schierarsi (e Oliver Stone, notoriamente, questo lo ha vissuto sulla propria pelle più di ogni altro regista della sua generazione); ora, i valori azzerati, non ci sono più opzioni morali possibili e di America c'è n'è una sola, pessima. In questo Stone mostra, ancora una volta, di appartenere a una genìa tutta americana di cineasti e di narratori che arriva sino a Pechinpah, spesso accusati di essere rozzi, vitalisti, individualisti, ma capaci di imporre le loro ambigue e radicali verità, proprio perché esse affondano nell'anima oscura e profonda dell'America, e nella nostra, comune realtà medio logica.
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