Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

22 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE a qualche cosa. Chi prova ad attraversare il mare, resta aggrappato alle spalliere, alle scalette e alle torri di una nave, sognando l'America che non c'è, l'America che si allontana, che si difende arcigna, come stesse temendo l'invasione dei barbari. Mentre i barbari sono solo straccioni accompagnati dai loro figli in lacrime. La storia comune di Placido e Lo Verso si scontra con alcune anomalie: il ministro corrotto viene smascherato e l'affare va a monte (quante volte è accaduto?), ma questo è assolutamente marginale (spiega solo il ritorno del giovane tirapiedi sulla stessa nave degli immigrati); il prestanome, fasulla garanzia per la fabbrica fantasma, pescato in un ricovero di 'vecchi pazzi, nero e fangoso, vive la libertà e il sogno di una propria traversata per un altro mare verso l'America vera. Spiro, il siciliano inghiottito dall'Albania e dalle sue prigioni alla fine della guerra (e il film si apre splendidamente con le immagini dai Film Luce di quella invasione fascista: a futura memoria), ha cancellato cinquant'anni d'esistenza e rivive la sua storia e il suo miraggio, pensa su quella nave che sta per raggiungere la costa italiana di lasciare la sua isola e di solcare l'oceano. Felicemente morirà, la sorte gli lascerà almeno quella illusione, perché le illusioni sono l'unica ricchezza di quei poveri. Questo tutti lo sanno e sanno anche che l'Italia non è l'America e che d'altra parte l'America non è l'America, perché l'America, anzi Lamerica, è un'idea di giustizia e di libertà, che oltre il mare verrà frustrata. Come è andata agli immigrati albanesi lo sappiamo e conosciamo pure la storia di quanti hanno preceduto Spiro. In questo caso sembra che tutto ci precipiti addosso: siamo noi l'America, con il suo carico di sogni e con le sue porte sbarrate e frontiere chiuse, con i suoi ladri e i suoi affamatori, dall'epoca del cosiddetto impero. Amelio ci chiama in causa nella responsabilità e scopre l'Italia d'oggi. Per questo si è detto che il film non è sull'Albania ma sull'Italia e non solo per una piccola, in fondo, anche se ripetuta e ripetibile, vicenda di speculazione e corruzione. C'è un'Italia che si intravvede e si può immaginare, che si scopre oltre le lacrime e i sentimenti, un'Italia feroce ed egoista di un film mai fatto e a cui continuamente si allude. Lamerica si dovrebbe definire un film splendido, tutt'altro che semplicemente o piattamente documentario (anche se lo è "documentario": le fabbriche, il manicomio, gli ospedali, i paesi della campagna, l'interno aspro e sassoso costruiscono un "paesaggio" ignorato), un film che sa inventare in continuazione personaggi, situazioni e toni, corale nella tragedia, ma capace anche di tratti ironici (pensate a certi momenti nel viaggio di Lo Verso o alla figurina del bambino storpio che ritrova la gamba appena finita la questua o agli "interni" con televisione accesa sui programmi italiani), un film ricchissimo e generoso, che non risparmia energie, che sa raccontare una storia e proporne tante altre, che si incrociano lungo il cammino principale. Lo penso anche come un film "anacronistico", lontano dal nostro tempo. Uscendo dal cinema, osservando i miei compagni di sala, mi sono chiesto come era possibile di questi tempi un film del genere. Non pensavo ai soldi per realizzarlo. I soldi si trovano sempre e lo stesso Amelio mi pare spieghi nell'intervista raccolta da Goffredo Fofi (nel libro pubblicato da Donzelli) che i problemi con il produttore non sono stati grossi. Dico "possibile in questa Italia", violenta e idiota, ispirata da Berlusconi e dai berluschini, fascista senza esclusione di colpi nel la corsa al potere, arrogante e superficiale, incapace di parlare e di raccontare, indifferente ... Mi chiedo come sia stato possibile un film così limpido, se non suonasse male direi "manicheo", nel distinguere tra bene e male, tra buono e cattivo, giusto e ingiusto, così pedagogico nel proporci le sue verità, così di parte, così sincero, così vicino al cuore ... ILCOMUNESENSODELMEDIUM GLI«ASSASSINIATI»DISTONE EnricoVerra L'America è da sempre il punto cardine, il tema centrale, su cui lavora il cinema di Oliver Stone, ma mai suo film è stato capace, come Natural Born Killers, di essere così incollato alla contemporaneità e di coglierne con spietatezza i nessi più profondi. Fin dalla prima sequenza, bellissima citazione da Pechinpah e prima ampia dimostrazione della furia omicida di Mickey e Mallory Knox, serial killers e diabolici amanti che sembrano usciti da un road-movie anni Settanta, abbiamo la percezione di essere obbligati, in quanto spettatori, a fare i conti con un uso delle immagini, con un linguaggio filmico insomma, che sta fuori, e probabilmente in qualche punto molto avanti, dalle categorie con cui siamo soliti rapportarci al cinema. Siamo abituati a considerare l'immagine filmica come unica, diversa se non opposta alla molteplicità dell'immagine televisiva e dobbiamo, improvvisamente, relazionarci con un film che sembra il frutto di uno zapping condotto sotto l'effetto degli allucinogeni. Numero di inquadrature che sembra infinito e montaggio ultra rapido raccordano tra di loro materiali e soluzioni visive di ogni tipo e specie: 35 mm, 16 mm, video, super 8, cartoni animati, sit-com, diretta televisiva, video clip, bianco e nero, colore, alterazione dei colori, dissolvenze, sovraimpressioni, esposizioni multiple, flash, musical e documentario: il tutto con una colonna sonora che non lascia un attimo di tregua e che va dai Carmina Burana al punk, passando attraverso Patty Smith, il Woyzech, Leonard Cohen e altri mille suoni.L'apparenza è quella del video clip ma la sostanza è piuttosto quella del "sampler", o lavoro al campionatore che dir si voglia. La campionatura è il riutilizzo di ritmi e frasi musicali preesistenti per ottenere una composizione assolutamente nuova ed è la pratica che ha reso possibile l'esistenza del rap, il genere musicale che ha rinnovato più profondamente di ogni altro la musica, e non solo afro-americana, di questi ultimi anni. NBK sviluppa la sua analisi sul potere dei media lavorando sui linguaggi e sulle immagini che la televisione usa, crea e/o trasmette. Non è solo questione di citazioni, ma anche e soprattutto di uso di interi frammenti di pellicole (IlMucchio Selvaggio, Scaiface ...) e di specifici modi di narrazione (la sit-com, la diretta e le ricostruzioni televisive ...) utilizzati per articolare il discorso registico. La storia di Mick e Mallory è, almeno fino all'arresto dei due, un road-movie costellato di assassinii. Film di viaggio che sembra, visivamente, un viaggio sotto l'effetto dell'LSD e un percorso attraverso le visioni del cinema americano. E non è un caso che le visioni prendano corpo nel deserto che è lo spazio che sta al centro della finzione americana. II deserto è lo spazio

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