Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

(ancora il delitto alla Maso) senza troppi approfondimenti, senza una sceneggiatura e dialoghi credibili; sulle tante varianti di un'idea di medietà professionale (e di discorso) che sono sfilate nel "Panorama italiano" (ma su un paio di esse vaiTà la pena tornare quando usciranno in versione definitiva, e non in copia-lavoro, montata di corsa); sui più "ingenui" e sconnessi, ma a momenti "ruspanti", film andati/mandati allo sbaraglio nel "Salon des refusés". Un bel tono surreale si respira, invece, in Anime fiammeggianti di Davide Ferrario che può contare su un soggetto intelligente e "disperato", sulla diversità e sulla necessità di "essere semplici" e "in armonia" con i cinici "valori" di oggi. Il suo limite è in una certa povertà narrativa di sviluppi che sembra farne una sorta di mediometraggio dilatato. Una condizione comune nel cinema italiano, quando non si tratti di "corti" allungati. Come non capitava a quel cinema americano che alcuni di questi cineasti hanno studiato, frequentato e, a volte, rifiutato. Un altro reduce dagli States è Guido Chiesa che con Babylon fa il suo vero "primo" film, assai più personale di Il caso Martello nel suo impasto sperimentale di culture, lingue, tecniche, 16 mm e video, colore e bianco e nero, e soprattutto di stili musicali, reggae, rock, funk, punk e altro ancora. In questo sta la fascinazione di un film che regge, sinché regge, per virtù di stile più che non di personaggi e attori, per forza visiva (specie nelle fabbriche dismesse di Torino) più che non di racconto. Insomma, gli elementi positivi non mancano nel "giovane" cinema nostrano, ma assai parziali. Così, tra le cose più stimolanti ci sono due film non riusciti ma che osano l'inosabile: Oasi di Cristiano Bortone (altro "americano" di formazione cinematografica) che tenta il grande mélo, più erotico che sentimentale, a partire da un'idea della piccola borghesia come condizione totalizzante, e Annata di pregio di Egidio Eronico, faida familiare e rurale in una comunità italiana nell'Est europeo (ancora un Sud del mondo in un film di Eronico) che, tra gravi cadute, ha belle sequenze addirittura con echi da De Santis e Kubrik. Autori intravisti, dunque, con un loro stile ma forse non ancora con un loro mondo, in ogni caso non ancora espresso in opere compiute. C'è un ultimo filone, operaio, che a Venezia aveva i suoi estremi in Paolo Virzì e Daniele Segre. Nella commedia italiana l'operaio rischia di essere ciò che è la campagna nel film letterario inglese, un marchio nazionale elogiato e decorativo. Con La bella vita Virzì ripercorre con decoro la strada populista dello Scola di vent'anni fa: il dato esistenziale che è irriducibile all'impegno politico, l'amore che è un dramma e la vince su tutto. Certamente più complesso è il caso di Segre che persegue con cocciutaggine una sua indagine. Partitura per voci e volti, Crotone, Italia, Dinamite, trovando una sua "forma", anche se un po' rigida, più spinta a far "rientrare" la realtà in essa che ad "allargarsi" all'intera realtà, in ogni caso capace di dare brani umani e documenti sociali intensi. Il vero problema che tutti sembrano eludere è, però, un altro ed è il problema "politico" di questi anni: cioè, come mai, nonostante la sua straordinaria "soggettività", la classe operaia è stata in questi anni duramente emarginata, sconfitta, numericamente ridotta, mutata. Questo ci pare il punto su cui nessuno vuole interrogarsi, però un passaggio ineludibile soprattutto se si vuole fare un cinema d'intervento, non destinato alle sale. Questo cinema, tutto il cinema, avrebbe bisogno di una critica capace di dure verità, una critica invece, nei fatti, poco curiosa di ciò che è fuori schema, fuori formato, fuori norma, fuori concorso, soprattutto fuori orario. Tranne che per i piccoli, finti scandali, che prima crea e poi denuncia, come nel caso del mediocre Steadycam di Canale. Eppure, al di là del caso italiano, ci sono realtà davvero essenziali che una Mostra come quella di Venezia finisce per evidenziare. Per esempio, quella della "desortificazione" per cui il cinema, con un movimento opposto a quello dei "nuovi cinema" degli anni Sessanta, è scomparso da mezzo mondo, un tema che appena proposto da un critico francese è sembrato far piazza pulita di un profluvio di chiacchiere e di celebrazioni retoriche. LAMERICAA, NCORA OrestePivetta Vista Lamerica di Gianni Amelio, alle prime luci in sala, la domanda, cercando la risposta sulle facce degli spettatori, non è la rituale "è piaciuto, non è piaciuto". La domanda è piuttosto quanto è conciliabile questo film con l'Italia d'oggi e con il suo pubblico, quanto possa essere pensato il figlio di questo paese e non della luna o di marte, quanto mai l'idea che lo guida possa riguardare il nostro panorama quotidiano di pensieri, di aspirazioni, di progetti, quale traccia insomma abbia lasciato sui volti dei miei vicini. Non è un problema di comprensione. Il film è comprensibilissimo. La storia davanti a noi è semplice, probabilmente conosciuta perché ripete tante altre storie simili: due tipi, Michele Placido ed Enrico Lo Verso, sbarcano in Albania, per combinare uno dei grandi affari della loro vita, mettendo in piedi una fabbrica fantasma (che non pr,odurrà mai nulla), approfittando dei finanziamenti pubblici (italiani ed europei) e della corruzione politica (italiana e albanese). Placido e Lo Verso, il capoccia e il giovane tirapiedi, seguono le orme di schiere di mascalzoni legati a un qualsiasi carro governativo, socialista o democristiano: probabilmente in Somalia, in qualche altro paese del Terzo Mondo, Africa o America del Sud, sicuramente in Italia, tra le "cattedrali del deserto", porti senza navi, ponti senza strade, capannoni senza operai, che hanno foraggiato un sistema di potere mai morto. Il viaggio di Placido e Lo Verso procede in direzione opposta a quello di migliaia di disperati e affamati, laceri e sporchi, che tentano di lasciare la prigione albanese, paesaggio assurdo di rovine e di desolazione, attratti dal miraggio del benessere, conosciuto attraverso la televisione. L'Italia però non è il bel paese del Mulino Bianco. La cattiva coscienza e il senso di colpa lo ripetono all'infinito, per giustificare il rifiuto: loro, gli albanesi, credono sia così, credono sia il paese di Bengodi, ma anche in Italia la vita è dura per tutti, non si facciano illusioni. La vita è dura, non c'è dubbio, ma solo l'ipocrisia può occultare o mascherare le differenze, solo il "buon cuore" può respingere chi bussa alla porta, con la scusa di contrapporre un presunto Eden agro-pastorale alla brutalità della società industriale (che è brutale di sicuro, ma almeno dà il pane: in Albania, e lo si vede, non c'è neppure il pane). La ricchezza del mondo occidentale esclude gli altri e tra i ricchi vince la paura di dover dividere qualcosa, di dover rinunciare

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