Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

20 VEDEREL, EGGEREA, SCOLTARE ~ NON EMAICOMESEMBRA IL«NUOVO » CINEMAITALIANO GianniVolpi Il cinema italiano non è affatto come sembra. Non mostra la vitalità, creativa e industriale, che il numero abnorme di film nostrani (34 tra lunghi e corti) presenti alla Mostra, tutte le sezioni incluse, potrebbe far sospettare. Invece, è merce rara un vero senso dello spettacolo e un vero senso del racconto, il primo surrogato con l'opportunismo dei dosaggi (l'attore intellettuale e disponibile che un po' "tira" l'argomento in voga nei talkshows e sui rotocalchi, ecc.), elementi che funzionano, quando funzionano, in presenza di altri budget e altri nomi, e il secondo ricorrendo, caso a caso, alla retorica del "popolare" o all'impegno intellettuale, alle "nuove" forme che già Carmelo di Mazzarelli, interprete di /omerico di Gianni Amelio. appartengono alla "tradizione del nuovo" e alle datate implosioni del cinema che cita il cinema e parla di se stesso e forse soltanto a se stesso. Nella realtà il cinema italiano, ormai fuori gioco i grandi e meno grandi "vecchi" al di là di saltuarie "sorprese", può vantare non più di un paio di veri autori, una piccola schiera di buoni rincalzi che per ora, per la natura stessa dei loro film, non escono dai confini nazionali, e una galassia di stelle in formazione, meteore, steile precocemente cadenti, che producono materiali eterogenei allo stato solido o fumoso - ma resta disperante dovere di anno in anno puntare su quelli sempre più giovani, e ancor più disperante sarebbe se si prestasse attenzione alle realtà produttive, invece idealisticamente rimosse. Uno dei pochissimi veri autori, Gianni Amelio, era presente alla Mostra di Venezia con un film straordinario e imperfetto. Lamerica è un film che a momenti, per eccesso di coscienza autocritica, sembra "ritrarsi" di fronte alla misura del progetto, una vertiginosa immersione nella Storia e nelle sue trasformazioni e nella realtà albanese che richiama il nostro passato ma è anche lo specchi_odeformante del nostro oggi, della nostra civiltà, dei miti che alimenta e di cui si alimenta. Soprattutto questa storia di radicale lontananza di un padre senza presente e di un figlio senza identità, calata in un esodo biblico, lo sguardo di per sé violento verso un paese povero che implica, si traduce in una produttività di scrittura che è quella di chi parla di qualcosa cui tiene moltissimo, appena con qualche strana "divagazione". L'ordine dei problemi che affronta Amelio, autore troppo grande per non meritare un'analisi rigorosa, non solo "di gusto" o "ideologica", ha rappresentato una delle rare proposte veramente da discutere della Mostra, assieme, volenti o nolenti, al lontanissimo discorso sulle forme, sulla violenza e sulle forme violente che Oliver Stone ci impone coi i suoi Natural Born Killers, con i suoi allucinati "tueurs de l'image". Il resto del cinema italiano, presente a Venezia, è altrove, in una sorta di limbo minore, cullato da una diffusa tendenza al cameratismo e al quieto vivere, e ci è voluto un "vecchio", onesto critico come Morandini per ricordarci come in tanto cinema italiano ci sia "un'aria lamentosa di sconfitta, rassegnazione e spaurito disorientamento". Ha abbastanza deluso persino Mazzacurati che con li toro mostra, come sempre, un forte senso dei "paesaggi", naturali e umani, insoliti, poco visti, coagulati in un'idea di base originale, d'impatto visivo, ma che qui, a parte alcune sequenze bellissime per tocco, per sensibilità, per pudore di descrizione dei rapporti, appare piuttosto incerto nel far "agire" i suoi personaggi, nel "muovere" il racconto. Non ha deluso Marco Risi con li branco, un possibile ritratto "chiuso" in se stesso di stupratori di paese che via via si perde in boschi troppo pieni di nebbie, di chiesette, di madonne e mamme dell'infanzia, che danno corpo con la lunga esibizione della violenza a un impasto indigesto: non ha deluso perché non ci si è mai aspettati troppo da una sua vena di realismo spettacolare e sociologico. Nella rapida mappa che i tanti film italiani di Venezia con l'aggiunta dei due in concorso a Locarno inducono a tentare, forse non merita attardarsi sull'estetica da Mulino Bianco di Come due coccodrilli di Giacomo Campiotti, che nega una forte, "ottocentesca" storia di figli e figliastri in riva al lago di Como con uno stile di "eleganza" pubblicitaria, costernante nelle sue "audacie"; su I pavoni di Luciano Mannuzzi, ovvero un ambiente (i padroncini della costa romagnola) e un tema

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