Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

8 ITALIAGIOVANE OPLEPO ~ FRADEVIANZAECREATIVITA UN CENTROPERADOLESCENTI GiancarloSissa Le persone adulte hanno in genere un grande difetto, non ricordano la loro adolescenza. Intendo dire che non la ricordano veramente. Ne conservano qualche sensazione, qualche immagine, turbamento, scappellotto, marachella, poco più. Non ne hanno un ricordo approfondito. Non ricordiamo ad esempio quella curiosità quasi morbosa che ci spingeva tutti, maschi e femmine, a esplorare il nostro corpo, qualche volta quello d'altri. La sofferenza vaga, imprecisata, che proveniva da mutamenti del nostro essere, il nervosismo, la rabbia talvolta, che ne derivavano. L'indefinibile sensazione di transitorietà, di provvisorietà. L'ansia di libertà e la paura del "no" genitoriale. L'ansito di ribellione. L'egoismo, la cattiveria, lo squilibrio proprio di quell'età. Le persone adulte non se ne ricordano bene, talvolta non se ne ricordano affatto, forse costerebbe loro una certa sofferenza. Subiscono però per il resto della vita le frustrazioni più o meno conscie, i tormenti, le avarie, le impasse, e tutte le conseguenze di quel dolcissimo, spietato patire cui si dà il nome di adolescenza. Se ce ne ricordassimo, siamo convinti, il mondo sarebbe diverso. Ci sarebbero del resto molte cose da chiarire se ne avessimo lo spazio, il tempo. Ad esempio, di cosa stiamo parlando? Cos'è l'adolescenza? E quale adolescenza? Quella dei nostri nonni contadini? Quella dei nostri padri operai, magari emigranti? Quella delle nostre madri? In città, in campagna, in periferia? Nel contesto di una famiglia "sana"? Nel contesto di una famiglia "disgregata", o peggio ancora, "maltrattante"? O dell' adolescenza dei ragazzi e delle ragazze di oggi? E ancora, a quanti anni un individuo può dirsi adulto? Insomma, quando inizia l'adolescenza? E quando si conclude? A tutte queste domande e ad altre ancora rispondono i testi, gli specialisti, gli adulti. Non è nostro compito farlo qui, ora. E le cose non finiscono di complicarsi. Chi scrive, ad esempio, ha una grande responsabilità, e una grande fortuna: vivere sei, sette, otto, qualche volta ventiquattro ore al giorno con ventiventicinque ragazzi e ragazze di età compresa fra gli undici e i quindici anni, che le Istituzioni definiscono "caratteriali". Ora, cosa vuol dire "caratteriali"? Di solito, per chiarezza, si specifica: "a rischio di devianza sociale"(!). Quando devo spiegare agli altri qual è il mio lavoro ed esordisco dicendo: "Faccio l'educatore, lavoro con i ragazzi caratteriali, ragazzi a rischio di devianza sociale" gli interlocutori mi guardano con un misto di ammirazione e sospetto, sorridono o si accigliano a seconda del "carattere", poi se davvero sono interessati chiedono: "Cioè!?". A questo punto, di solito, tutte le esperienze di convegni, giornate di studio, corsi di formazione fatti e tenuti, non soccorrono minimamente. Per farmi capire ricorro ad esempi vissuti. Martino frequenta il Centro da un mese circa ed ha già distrutto due porte. Sinora qualsiasi intervento da parte degli educatori si è rivelato vano. Oggi infatti sta rompendo la terza. S'è accorto che le pedate sono faticose, non hanno un effetto distruttivo immediato, poi possiede un unico paio di scarpe consunte e lacere, non vale la pena rischiarle per una porta. Ha quindi preso un grosso martello dal laboratorio di falegnameria. Il fracasso è terribile, schegge di legno volano attorno, rischia oltretutto di farsi male ... Ho preso un martello anch'io e come una furia mi sono avventato contro la stessa porta vibrando colpi di tale forza che ogni volta lo sforzo mi strappava una specie di gemito. Io e Martino abbiamo colpito la porta di legno, assieme, per un po'. Poi Martino all'improvviso si è fermato stupefatto a guardarmi mentre io continuavo e con il martello ancora in mano mi ha gridato "Oh, ma che cazzo fai?", "Ma che cazzo ne so" gli ho risposto "E tu?". Con Martino siamo diventati buoni amici (per quanto possono esserlo un adulto, che fa l'educatore, e un adolescente), non rompe più le porte, fa meno casino (in un modo diverso), noi siamo contenti di lui, lui è contento di noi, quel giorno di tre anni fa ha cominciato a capire alcune cose: non tutti gli adulti sono degli sbirri, ognuno ha un suo ruolo all'interno del Centro, esistono regole comuni che vanno rispettate. Questo è, in parte, il mio lavoro. Io mi accompagno a queste giovani persone, faccio cose con loro, proibisco a loro e a me stesso di farne altre, osservo, partecipo, agisco, mi diverto, rido, mi arrabbio, gioco, urlo, rimprovero, ecc., ma soprattutto ascolto. O meglio: io li ascolto. Questo tuttavia non dice cosa e chi sia un adolescente "caratteriale" o "a rischio di devianza sociale", e nemmeno se questa definizione sia giusta, abbia un senso, possa venire applicata a qualcuno. Occorre qualche altro esempio. Ippolito arriva e come ogni giorno ci saluta così: "Ciao merdoni !", gli rispondiamo "Ciao stronzo!". Rincara "Vi venisse un tumore, vi morisse il padre ...", e così via, finché, sempre seguendo la strategia del rispecchiamento e del paradosso, qualcuno gli dice "Morisse a te, stronzo, tuo padre!"; risposta: "Magari! Lui e ilMilan!". Domanda: "IIMilan?Perchéil Milan?", risposta: "Oh, ogni volta che il Milan non vince quel merdone mi picchia!". Dico a Wilma: "Fai finta di avere la lampada magica di Aladino, esprimi tre desideri". Ci pensa un attimo, mi guarda con gli occhioni neri sempre incupiti da una luce rabbiosa, poi mi dice: "Avere un corpo diverso! Che mio padre muoia! Poter studiare, essere brava a scuola!". Domanda: "Cosa ti impedisce di studiare?". Risposta: "Gli altri!". Domanda: "Gli altri?". Risposta: "Sì, per tutti sono una somara, tutti dicono che faccio schifo a scuola, e poi sono stanca!". Domanda: "Stanca di cosa?". Risposta: "Di fare la doccia con mio padre e di prendere i pizzicotti da lui!". Alla stessa proposta Augusto risponde che tre desideri sono troppi, gliene basta uno. "Quale?" "Rinascere!" Il mio collega mi guarda con gli occhi fuori dalla testa. "Non è possibile", dice, "a Daniele hanno dato quaranta dialoghi da tradurre in francese per domani!" (Daniele fa la seconda media), "per punizione a lui e a tutta la classe!" aggiunge quasi ridendo per l'incredulità. Chiediamo a Daniele di spiegarci cosa è successo a scuola. Ci racconta che il tale ha fatto un casino tremendo durante l'ora di francese, la prof. si è inferocita e ha punito tutta la classe. "Ma io non ho mica capito perché!" conclude Daniele.

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