Linea d'ombra - anno XII - n. 98 - novembre 1994

GIANNI RIOTrA ULTIMADEA Nella religione, nella politica, nella matematica, nell'arte e nell'amore i protagonisti di Ultima dea cercano la propria salvezza. Tutti perdendola davanti al misterioso uomo con il caffellatte e alle lingue sconosciute delle fedeli carismatiche. ERRIDELUCA INALTO ASINISTRA In dodici storie un percorso di vita e di scrittura, da un acerbo rapporto con uomini e cose alla consapevolezza dell'esistenza. CRISTINA COMENCINI PASSIONE DIFAMIGLIA Come in un'interminabile partita a poker, msopprimibile vizio e passione di famiglia, due sorelle scartano e giocano le carte della loro vita delle l?ro dieci figlie, ' delle cmquanta nipoti. A N~:poli, una saga fam1hare dall'inizio del secolo a oggi. ERMANNO CAVAZZONI VITE BREVI DI IDIOTI "Anche se tutte le vite umane sono pervase da una sottile idiozia, alcune sono dotate di un'idiozia esemplare che andrebbe additata ai bambini e portata ad esempio." SILVIA BAIJ,ESTRA GUORSI Rimandi e citazioni dalla cultura giovanile d'oggi in sette racconti esilaranti a sfondo horror cyber politico intellettuale · o alla maniera cartoon. RAUL MONrANARI IAPERFEZIONE Una valle dei destini incrociati: acqua e sangue, Caso & Caos e altro ancora. Il thriller di fine millennio dove lo sguardo è tutto. E nella perfezione si cela la morte. Universale Economica Feltrinelli ALESSANDRO BARICCO NOVECENrO Un monologo Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento e la sua musica, tra l'Oceano e il jazz. L'incredibile storia di un pianista, nato e mai sceso da un piroscafo. In forma di monologo, il primo testo teatrale di Alessandro Baricco. • ~ço BE'ifTIN · e, . ' ' <il ~, ~ ' . Un ~cc~nt6forte un romanzo ma a~che un reportage documentato e avvincente, tra guerra e pace, macerie e speranze Bob Dylan, Prince e gli ' U2, amori e intense amicizie. AHARON APPELFELD {LMIONOME EKATERINA Traduzione di Elena Loewenthal e Sara Kaminski ••.I villaggi rurali dell'Europa dell'est, il rapporto fatale tra ebrei e contadini, le taverne la prigione, le stazioni' ferroviarie, i brutali ~coppi di antisemitismo, m un romanzo dal timbro unico, inconfondibile eloquente nella retic~nza. GLORJANAYLOR CAFFE BAILEY Traduzione di Grazia Gatti Una sorta di Spoon River nera, i destini e le storie di un gruppo di donne emarginate o segnate da una quieta pazzia: la voce potente di una nuova scrittrice di colore. NORMAN MANEA UNPARADISO FORZATO Traduzione di Marco Cugno e Luisa Valmarin Quattro folgoranti racconti dello scrittore che più di ogni altro merita di essere conosciuto in tutto il mondo (Heinrich Boll). La tragedia del totalitarismo, ma anche le sue follie, i suoi squallori, la sua gratuità.

RICONOSCENDO LEORMDEICHCI l HAPRECEDUTO SI VAAVANTFI.N- , CHSEISCORIGNE- NANZI A NOIUNA Perquestoti chiedediabbonartPi.e ·

Incontri internazionali a cura di Linea d'Ombra e dell'Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano ftNdlunNCOlo Crediamo sia arrivato il momento di analizzare lo stretto rapporto che lega oggi, per contrasto o per reciproca . influenza, narrativa e giornalismo. Perché, sempre più spesso, i "romanzi" più belli della nostra epoca sono proprio quei racconti dal "vero" che né la convenzionale formula giornalistica né la cosiddetta letteratura alta riescono ormai a produrre. Chi sono i protagonisti di uno dei generi più popolari di questo decennio, un genere che ha a sua volta prodotto svariati e sempre più variegati sottogeneri? ( 7 novembre 1994 ore 21.00 Sala Congressi, via Corridoni 16 Tavola rotonda: Raccontare dal mondo Alfonso Armada (El Pais, Spagna) Bill Buford (Granta, Gran Bretagna) Gilberto Dimenstein (Folha de Sao Paulo, Brasile) Robert Graham (Financial Times, Gran Bretagna) Jacek Zakowski (Gazeta Wyborcza, Polonia) Conduce: Gad Lerner (La Stampa, Italia) 14 novembre ore 21.00 Sala Congressi, via Corridoni 16 Incontro con: John Berger (Gran Bretagna) Ryszard Kapuscinski (Polonia) Conduce Maria Nadotti 18 novembre ore 15.00 Nuovo Spazio Guicciardini, via Melloni 3 Tavola rotonda: Raccontare dall'I taJia. I giornalisti -seri ttori Rodolfo Brancoli Pino Corrias Enrico Deaglio Stella Pende Oreste Pivetta Marco Revelli Renate Siebert Conduce: Luca Clerici 21 novembre ore 21.00 Sala Congressi, via Corridoni, 16 Incontro con: Amitav Ghosh (India) Juan Villoro (Messico) Conduce Paolo Bertinetti 25 novembre ore 15.00 Nuovo Spazio Guicciardini, via Melloni 3 Tavola rotonda: Raccontare dall'Italia. Gli seri ttori-giornalisti. Gianfranco Bettin Vincenzo Consolo Mario Fortunato Sandro Onofri Annamaria Ortese Sandro Veronesi Conduce Luca Clerici 28 novembre ore 21.00 Sala Congressi, via Corridoni 16 Incontro con: Hans Magnus Enzensberger (Germania) Alfonso Berardinelli (Italia) Conduce: Marcello Flores In collaborazione con ~ ~~g:g~~ The GOETHE- ~~===~~ British 1Nsr1rur ~~g:g~~ Council e le Case Editrici Einaudi • Feltrinelli • il Saggiatore

Direzione: Paolo Bertinetti, Roberta Mazzanti, Santina Mobiglia, Alberto Rollo. Direzione editoriale: Lia Sacerdote. Direttore responsabile: Goffredo Fofi. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Gianni Canova, Marisa Caramella, Grazia Cherchi, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Marcello Flores, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Gad Lemer, Marcello Lorrai, Luigi Manconi, Danilo Manera, Bruno Mari, Paolo Mereghetti, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Marino Sinibaldi, Paola Splendore, Emanuele Vinassa de Regny. Collaboratori: Damiano D·.Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Luca Clerici, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Mario Cuminetti, Peppo Delconte, Roberto Delera, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Nicola Gallerano, Giovanni Galli, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Stefano Levi della Torre, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Maria Teresa Mandalari, Edoarda Masi, Roberto Menin, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Bruno Pischedda, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Luigi Sampietro, Paolo Scarnecchia, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Joaqufn Sokolowicz, Paolo Soraci, Piero Spi la, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Progetto grafico: Andrea Rauch/Graphiti Impaginazione: GRAAF/Como Redazione: Lieselotte Longato Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Ferrari Abbonamenti: Daniela Pignatiello Amministrazione: Patrizia Brogi Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Giovanna Busacca, Anna Cataldi, Franca Cavagnoli, Paola Concari, Barbara Galla, Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, l'Associazione per la pace, il Comune di Aosta, le case editrici Bollati Boringhieri, Fanucci e Zanzibar, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20124 Milano Tel.02/6691132. Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE- Viale Manfredo Fanti 91, 50137 Firenze - Tel. 055/587242 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano SIN LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Direttore responsabile: Goffredo Fofi Sped. Abb. Post. Gruppo 111/70%-Numero98- Lire 9.000 LINDE'AOMBRA anno XII novembre] 994 numero 98 IL CONTESTO 4 Oreste Pivetta 6 Roberto Koch 8 Giancarlo Sissa 13 Dritiiro Agolli 15 B. Cucak, S. Tontic, A. Sidran, J. Osti, V. Milosevic, M. Jergovic FOTOGRAFIA ---- 18 CONFRONTI 20 Gianni Volpi 21 Oreste Pivetta 22 Enrico Verra 49 Alberto Rollo 51 Riccardo Duranti 53 Paola Splendore 54 Paolo Bertinetti STORIE 24 John Berger 32 Rose Tremain 61 Ngugi wa Thiong'o 67 Arun Joshi 70 lvajlo Dicev SAGGI 39 Wystan Hugh Auden 47 55 73 76 INCONTRI Stephen Spender Norman Spinrad Ivajlo Dicev Mario Luzi Seconda Repubblica: dopo il telegiornale il giornale Quotidiani e fotografi Esperienze in un centro per adolescenti Poesia e storia in Albania Incontro con Besnik Myftari Poesie dalla Bosnia e dall'Erzegovina a cura di Giulio Marcon Bambini di guerra a cura di Patrizia Nuvolari Cinema italiano a Venezia Lamerica, ancora Gli assassini di Stone . Romanzo e metropoli La nuova narrativa irlandese Un romanzo scozzese La Martinica di Chamoiseau Calcestruzzo con una nota di Daniela Corona La missione dell'araldo Montjoy Minuti di gloria a cura di Laura Bucellari Il viaggio del signor Lele Mi sveglio ... Due racconti Il prolifico e i I divoratore a cura di Francesco Binni Il rosso decennio britannico a cura di Fabio Macherelli Immaginando rivolte future a cura di Fabio Gambaro con una nota di Goffredo Fofi I Balcani erano rossi a cura di Andrea Ferrario Anni alle spalle a cura di Doriano Fasoli La copertina di questo numero è di Simona Mulazzani. Abbonamento annuale: 1TALIA L. 85.000, ESTERO L. I00.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o u·amite carta di credito SI (si veda il tagliando al centro della rivista). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi dirillo, ci dichiariamo pronti a ol/emperare agli obblighi relativi.

SECONDAREPUBBLICA: DOPO ILTELEGIORNALE ILGIORNALE OrestePivetta Proprio Enzo Biagi, il giornalista più storicamente televisivo e popolare d'Italia, dopo aver promosso l'appello a Scalfaro in difesa della Rai, si chiedeva quando la maggioranza avrebbe allungato le mani (le mani? piuttosto gli artigli o il manganello) sulla stampa nazionale. Dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, molte tra le anime candide della Prima Repubblica si chiedevano invece se il presidente della Fininvest avrebbe giocato pesante con la Rai e si rispondevano che no, non ne aveva alcun interesse: perché mai avrebbe dovuto turbare l'equilibrio che si era creato tra televisione pubblica e televisione privata e che tanto gli era risultato vantaggioso, perché mai avrebbe dovuto, agitando le acque, aprire lo spazio (nell'opinione pubblica e nel mercato più che nelle leggi) per un terzo polo televisivo? Forse questa interpretazione poteva corrispondere alle idee del presidente del Consiglio, ma non teneva conto degli alleati, del famelico Fini, soprattutto, che ha ridato vigore alla tradizione violenta e accaparratrice del fascismo di ogni stagione e di ogni paese, in coppia con l'antiproibizionista e libertario Taradash, per mano della miliardaria Letizia Moratti, ispirata dal fondatore di San Patrignano Muccioli. Succede così che in uno dei primi atti più importanti nella vita della così detta Seconda Repubblica si stabilisca una corposa alleanza nei fatti tra un fascista e un personaggio inquisito per un omicidio, che "consiglia" i nomi dei direttori, vicedirettori, capiredattori eccetera, eccetera della rinnovata Rai (ma la funzione di "suggeritore", nei confronti però di Berlusconi, l'ha vantata anche un giornalista Rai, neodeputato, Fabrizio del Noce). Come nelle migliori tradizioni. Quando toccherà ai giornali? Si chiedeva Biagi. E qui bisogna ricordare che nella recente pratica golpista (dalla Grecia al Sudamerica) il primo obiettivo dei generali è sempre stato la televisione. Subito dopo, e progressivamente, avviene la normalizzazione della carta stampata. Nel nostro Paese le cose si possono avviare e concludere, senza poi metterci tanto tempo e tanta fatica in più, lasciando nelle caserme i carriarmati. Anzi probabilmente ancora con sufficiente consenso (non della maggioranza del Paese, come blaterano i neopadroni), ma con un consenso diffuso, frutto delle malefatte (come negarle?) della Prima Repubblica. Che prima o poi esaurita la questione Rai, si passi ai giornali lo lasciano intuire, tra l'altro, l'ossessione di Berlusconi, in perenne psicosi d'accerchiamento massmediale, e i pranzi tra i potenti dove si mercanteggiano le nostre sorti e sicuramente ci si sarà scambiati un'agevolazione fiscale per una pagina di quotidiano. Come sempre tutto dipende dai soldi: quanto pagherà Berlusconi ai potenti interni e a quelli internazionali, per quanto tempo ancora il governo Berlusconi rappresenterà un affare (ci sono segnali che già, almeno in Europa, non lo rappresenti più)? C'è da credere che i trend economici mondiali, che nel loro sviluppo positivo hanno sinora salvato l'Italia, conteranno molto di più delle promesse di Berlusconi e che la partita si giocherà su quei campi (ma nessuno vede il rischio, in caso invece di crisi, di un revanscismo nostrano, alla "perfida Albione", sempre nelle migliori tradizioni fasciste). L'autonomia dei giornali credo sia l'ultima cosa che possa interessare alla famiglia Agnelli (in casa Fiat hanno peraltro una bella storia alle spalle) e credo sarebbero pronti a sacrificarla, se la contropartita fosse giudicata interessante. Questione di sfumature, come è capitato di scorgere ormai sul quotidiano torinese. La stampa italiana pagherebbe del resto le sue storture, i suoi difetti, i suoi limiti, la sua mancanza di coraggio. Pagherebbe in primo luogo il fatto di appartenere nella sua zona più consistente non a editori puri, ma a industriali, finanzieri, banche, eccetera, che mai sarebbero (e forse neppure potrebbero sempre) disposti a impegnare o a perdere quattrini per la sua autonomia (la vicenda dell' "Indipendente" da foglio di anglosassone aplomb a possibile organo dei neofascisti offre panorami inquietanti sulla coerenza e sulla lungimiranza dei nostri padroni). Pagherebbe per la sua relativamente scarsa diffusione, e quindi per il suo relativo ondeggiare nell'opinione pubblica e per il suo galleggiare nelle logiche e nei costumi peggiori e duraturi della politica italiana, assecondandone la cultura (anche la tanto vituperata a chiacchiere cultura televisiva) rinunciando a rompere quel perverso rapporto tra politica e paese, che ha prodotto la palude d'og~i, la stessa sfiducia, lo stesso rinunciatario assenteismo. E significativo che il "giornalismo alla Minzolini" (da colui che viene considerato il più aggressivo tra i cronisti politici italiani) divenga oggetto di dibattito, mentre potrebbe essere liquidato con un modesto e volgare ma risoluto "chi se ne frega". Il "giornalismo alla Minzolini" è solo lo specchio di una politica pestilenziale e amorale, politica perdurante, anzi pare in rapida ascesa anche nella nuova maggioranza: politica di bottega o di villona al mare, di portafoglio o di risottino (con rapida conversione romana in "politica da terrazza"), familiare fino ai parenti più lontani e amicale, finché un amico si trova. Il "giornalismo alla Minzolini" avrebbe un senso se smontasse il "contesto". In realtà è indifferente al "contesto", ne è semplicemente una eco, un registratore che può essere avviato da chiunque. Ma il "giornalismo alla Minzolini" pare remunerativo. La formula del pettegolezzo carpito, del segreto rivelato, del "colore" che strizza l'occhio s'è fatta largo nella stampa italiana, ovunque (e qui mi nasce una curiosità: dove vivono questi giornalisti alla Minzolini? con chi mangiano? quali case frequentano? non sta agitandosi qui attorno un piccolo fantasma che si chiama deontologia professionale?) e mi chiedo se attraverso questo obiettivo si possa (ammesso che lo si voglia) dare una efficace rappresentazione del potere. Verrebbe voglia, pensando a tanta letteratura, che questa potrebbe essere la strada, però per seguirla si dovrebbe ben prima aver scelto il proprio nemico e aver chiarito le ragioni della scelta. Mi pare che la stampa italiana per lo più non abbia scelto il proprio nemico o lo abbia fatto con quell'intelligenza tattica che consente ritirate in qualsiasi ora del giorno e della notte. Basterebbe rileggersi le cronache di "Stampa" e "Corriere" dopo l'incontro di Arcore tra Berlusconi e Agnelli o dopo la visita a Melfi. La sensazione di una virata netta fu allora chiara. Però non si può dire che la posizione dei due quotidiani sulla vicenda della Rai sia stata morbida: fin qui si potrebbe dire di una attesa alla prova del governo, sostanzialmente "premiato" nel caso della Finanziaria, che piace ad un'ampia area confindustriale, bocciato davanti alle rapinose manovre alla

Rai. Chi ha scelto i propri nemici con più chiarezza degli altri sembra il quotidiano più vicino al nuovo governo, visceralmente antiprogressista più ancora che filoberlusconiano, proprio il "Giornale" di Feltri, capace di qualsiasi nefandezza e menzogna appena si approssimi qualcuno con vaghe sembianze d'oppositore (basti pensare alla recente campagna sui finanziamenti occulti al Pci/ Pds). Chi con più efficacia polemica (persino nello stile dei linguaggi usati) si contrappone al berlusconismo sembra" la Voce", ultimo prodotto di Montanelli, corroborato dal liberalismo moderato e moderno del condirettore Orlando e dalle invenzioni del vicedirettore Corona (sua ad esempio quella del fotomontaggio di prima pagina, messaggio spesso indovinato di grande forza e ironia). Proprio la prima pagina, costruita sull'articolo di fondo e sul fotomontaggio sormontato da un titolo forte sintesi della giornata, sembra capace, nei casi più felici di sostenere il dialogo con il lettore in modo sintetico e chiaro, frutto di un orientamento politico chiaro. ITALIA'94: PAROLEE IMMAGINI 5 Dovessi parlare del mio giornale, "l'Unità", con qualche imbarazzo, dovrei partire da qui: dall'orientamento politico, che a volte sembra appunto poco chiaro, a volte addirittura tradito o indebolito dalla cattiva trascrizione, come se, proprio qui, nella prima pagina e nella prima parte, il giornale soffrisse di un'autonomia dimezzata e di una politica che non riesce a sottrarsi ai mali (generali) del presente e del passato (mali che riassumerei, dal momento che non se ne può discutere in questa occasione, in alcune parole chiave: schieramenti, alleanze, contenuti, società civile, cultura ... cioè tanto, forse troppo). La chiarezza, nello schematismo, sembra tornare nella prima pagina del "Manifesto", apocalittica al punto da scoraggiare qualsiasi lettura dinamica della realtà, chiusa su se stessa, perennemente in stato di assedio, salvo abbandonare le barricate quando si lascia la politica per avventurarsi nella cultura, dove la frenesia del nuovo, per una sorta di esotismo modernista e giovanilista, apre le porte a tutto e al contrario di tutto: e si dovrebbe finalmente aprire un altro capitolo a proposito della cultura, della cultura dei giornali, sui suoi risultati, sui guasti prodotti, sulla troppo disinvolta divisione tra cultura politica comportamenti modelli, sull'incontro con le nuove generazioni e forse discutendone si capirebbe qualcosa di più sulla disastrosa evoluzione della società italiana, partendo magari dal caso di "Repubblica", la cui nascita ha rappresentato l'unica grande novità nel panorama della stampa italiana (insieme naturalmente con le trasformazioni tecnologiche), ma anche l'affermazione di una sorta di prototipo culturale singolarmente funzionale ai nostri anni Ottanta e ai nostri anni Novanta, messi in fila senza nessuna discontinuità. Scalfari, dalla barba khomeinista, lancia proclami contro Berlusconi, ma nell'incoerenza politica del suo recente passato (da Craxi a De Mita), nell'ambizione di fru;esempre di più politica (altre domande, chi fa davvero politica oggi in Italia? perché tanti giornalisti in parlamento?), nella certezza di possedere le soluzioni, rimane chiuso nel vezzo snobistico di chi tutto vede e tutto sa, anteponendo la difesa delle regole (sacrosanta) ai problemi del povero paese reale, se non per riappropriarsene di tanto in tanto e molto raramente per demagogia. Ed è invece nel paese reale, nella multiformità delle sue esperienze che vive una possibile capacità di opposizione. Perché vederlo appiattito invece tra Forza Italia e la Domenica sportiva, le azioni del Credito Romagnolo e quelle della Comit? Questo, si dirà, è il paese. E nessuno lo discute. Ma forse ce ne è un altro con pensieri propri che sommati possono animare una cultura diversa. E, se dovessi fare un giornale, questo obiettivo mi porrei: rivelare quei pensieri che danno la sensazione di una progettualità dimenticata, sommersa. Appena si lasciano alle spalle le "capitali" (ormai dobbiamo contare anche Milano e forse Torino o Arcore, oltre a Roma) si può scoprire un paese che ha altra vitalità e sembianze diverse da quelle amministrate dalla tv e filtrate dalla spensierata e benestante inconsapevolezza di questi anni.

6 ITALIA '94: PAROLEE IMMAGINI LETTERAPERTA Al DIRETTORI DEIQUOTIDIANI ITALIANI RobertoKoch Il giornalismo italiano di questi ultimi anni ha vissuto molti problemi, e un grande dibattito è in corso attualmente anche per la decisiva importanza della libertà di stampa in Italia oggi. C'è però una costante di cui non si parla: l'uso fortemente inadeguato e negativo della fotografia all'interno dei quotidiani italiani. Il problema è stato discusso alcune volte, ma sembra rimanere confinato in un'area di totale disinteresse per chi dirige i giornali, assorbiti da altri obiettivi. Si pensi ad esempio alla sproporzione tra quanto forte e costante è stato l'impegno dei quotidiani italiani vecchi e nuovi a rincorrersi e competere riguardo ai necessari aggiornamenti del progetto grafico e della organizzazione della pagina, oltre che del formato del giornale, e quanto invece scarsa sia sempre e comunque l'attenzione nei riguardi della fotografia. Vorrei in questo senso citare alcune delle macroscopiche incongruenze che popolano i quotidiani italiani e che li rendono un'eccezione pressoché unica all'interno della stampa europea. 1. In nessuno (o quasi) quotidiano esiste la figura del caporedattore fotografico, il famoso picture editor. Colui cioè che in tutti i giornali inglesi francesi americani spagnoli russi tedeschi e così via, coadiuvato in genere da un certo numero di redattori fotografici, sovrintende alla produzione interna (attraverso uno staff di fotografi assunti o free lance) di servizi fotografici e alla acquisizione delle fotografie disponibili sul mercato che fanno al caso del giornale. Si confonde spesso questa figura con quella dell'art director, che è colui che invece cura l'immagine complessiva del giornale, I' equilibrio tra immagini e testi, l'uso dei disegni, e che spesso è l'autore del progetto grafico o il responsabile della sua attuazione. Questi due ruoli entrambi indispensabili sono in potenziale conflitto dialettico essendo diverse le competenze e le finalità: è infatti ovvio che chi deve potenziare al massimo l'uso della fotografia (e di quella giusta) nel giornale dovrà poi contemperare le sue ragioni all'interno di una strategia globale della direzione di cui l'art director esprime le esigenze. È ovvio che quindi non possono essere assunti dalla stessa persona. L'assenza del photo editor sembra invece non creare nessun problema ai nostri quotidiani, che infatti sono totalmente sgrammaticati nell'uso delle immagini non essendoci nessuno che, con autorità riconosciuta, ne sia responsabile. Non solo poi se ne fa a meno ma si aumenta l'enfasi sulla grafica facendo rientrare al suo interno anche l'uso della fotografia; assistiamo quindi a progetti grafici sempre più arditi (che provengono quasi tutti dalla stessa mano) in cui gli spazi per le fotografie sono previsti lunghi a fettuccia o quadrati senza tenere il minimo conto del formato originale delle fotografie notoriamente due per tre (poco importa, si tagliano ...). Ma c'è di più: mentre si massacra la fotografia in quanto tale se ne esalta l'uso aneddotico, fidando molto nella sua capacità di spezza piombo. Grandi spazi così a volte vengono lasciati per immagini che poi sono scelte da chi si trova lì per caso o, a volte, quasi per punizione. Sono in questo senso assurde le situazioni di alcuni quotidiani che proclamano il loro impegno verso l'immagine e danno poi orari settimanali per visionare le fotografie (come se uscissero una volta alla settimana) o capiservizio che devono inventare stratagemmi per poter pubblicare una immagine che gli interessa per la loro pagina senza calpestare il potere acquisito del segretario, archivista o del grafico di turno. Questa singolarità viene spiegata dagli addetti ai lavori in molti modi, ovviamente nessuno dei quali convincente tranne il fatto che così si crede di risparmiare e che nessuna competizione seria è mai iniziata in Italia su questo terreno. Sarebbe invece ora che ci si occupasse di più di ciò, visto anche le possibilità di maggior chiarezza informativa oltre che di aumento della diffusione che un uso intelligente e originale delle fotografie giornalistiche consente. 2. Le fotografie pubblicate in massima parte non vengono firmate. Questo rende l'Italia se possibile ancora più eccezionale. Ho viaggiato come fotografo in molti posti del mondo e non ricordo nessun paese in cui le fotografie non fossero firmate sui quotidiani. Non parlo degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, che sarebbe scontato, ma- del Cile, dell'Unione Sovietica (anche ai tempi di Breznev), del!' Argentina, dell'India, e così via. Si badi bene che la firma non è un semplice atto di riconoscimento del diritto dell'autore, ma implica anche, come qualunque testo scritto, la responsabilità dello stesso. Se vedo come lettore una buona foto ad esempio della situazione attuale di Haiti ho piacere di conoscere il nomedell' autore; se riconosco in quella foto una truffa giornalistica perché scattata altrove o di molto tempo fa ho interesse a conoscere il nome dell'autore del misfatto. Questo non sembra affatto compreso, e viene inoltre sostituito in modo palliativo su alcuni quotidiani dal nome delle agenzie che quelle foto hanno procurato. Questi nomi navigano sui quotidiani alla stregua di marche di sigarette e spesso per guadagnare spazio si fa una unica didascalia per più foto accomunando più agenzie e rendendo impossibile l'identificazione della provenienza. A che pro? Sembra solo un piccolo inutile contentino. 3. Le fotografie pubblicate molte volte non assolvono a una funzione informativa ma ornamentale. Ad esempio sempre più spesso gli articoli di società vengono illustrati da foto di scene di film. Una inchiesta sulla vita dei barboni a Londra trova la sua illustrazione in una foto di Me! Brooks che recita da barbone in un vecchio film; una notizia di uno stupro avvenuto a Roma il giorno prima la si accoppia a una immagine del nuovo film di Risi; un articolo sulla mafia americana è perfetto per la foto di Marlon Brando nel Padrino e l'accoppiata Stone/Douglas di Basic lnstinct ha ormai vinto il primo premio della foto più pubblicata tanto è servita per illustrare le solite inchieste estive sulla sessualità degli italiani. I lettori italiani non si rendono conto delle continue mistificazioni cui assistono: una foto di un delitto di mafia viene utilizzata per illustrare un articolo sulla 'ndrangheta; una immagine chiaramente costruita e spacciata per vera per illustrare il dramma delle pietre lanciate in autostrada o per documentare un articolo sulle sette religiose. In alternativa a ciò le sempiterne troppe faccine, dei politici e dei personaggi dello spettacolo, che riempiono pagine e pagine. Ma siete sicuri che questo uso delle foto sia giornalismo? Inoltre la foto dell'autore di un articolo importante prevale sempre sulla foto dell'argomento: perché per illustrare il saggio di Popper sulla televisione si sceglie la faccia del grande filosofo e non una buona fotografia sull'argomento di cui si tratta? E se si pubblica un dibattito sulla criminalità perché illustrarlo con la foto di Maroni o di Arlacchi e non cercare la foto giusta sull'argomento? A maggior

dispetto di tutto ciò una sentenza recente ed aberrante della Corte di Cassazione ha stabilito che non è giornalista chi le immagini le produce, ma chi le impagina. Medioevo del giornalismo in vista. 4. Il budget per l'acquisizione delle immagini è sempre irrilevante e, in caso di difficoltà, è la prima spesa da tagliare. Ma corrisponde tutto ciò a una buona strategia di marketing? Uno dei motivi di successo di due importanti quotidiani esteri come "Libération" e "El Pais" (riconosciuto da molti giornalisti come il miglior quotidiano europeo) è senz'altro l'uso intelligente e costante che fanno delle immagini. Inoltre, un'indagine di un'Università americana rivelata dal "Los Angeles Times" ha recentemente provato come i lettori dei quotidiani ali' 87% si soffermano su tutti i disegni pubblicati, al1'85% sulle fotografie, e poi con percentuali più basse sui titoli, i sottotitoli fino ad arrivare al solo 25% per la lettura completa di almeno due articoli. I quotidiani che sono nati o si sono trasformati ultimamente in Italia hanno avuto qualche risultato positivo anche in relazione alla capacità di uso delle immagini che hanno saputo mettere in campo. Inoltre, i direttori dei giornali italiani spesso molto capaci sono però degli illetterati nel campo della fotografia giornalistica; alcuni di loro lo sanno e con intelligenza si affidano a un consulente preparato, ma altri combinano pastrocchi senza curarsene granché. 5. La fotografia come linguaggio, espressione artistica e mezzo di comunicazione non viene presa in seria considerazione nelle pagine culturali dei nostri giornali; nessun quotidiano ha un critico fotografico che possa dirsi veramente tale. L'articolo sulla mostra o il libro di turno viene affidato di volta in volta a chi capita o a chi, per rendita di posizione, scrive solo quando viene omaggiato di libro catalogo. Si prendono così abbagli critici fantastici (una serie eccezionale di lastre originali di Felice Beato viene scambiata per riproduzioni di bassa qualità; un articolo critico sull'opera di James Nachtwey viene svolto dal grande scrittore attribuendo la paternità delle fotografie a un giornalista italiano (!), e altri infiniti se ne ITALIA '94: PAROLEE IMMAGINI 7 potrebbero citare) e in realtà si cerca di promuovere solo gli autori di nudo dato che fanno vendere di più. Questo atteggiamento snobistico nei confronti della fotografia non ha equivalenti in altri paesi, e sembra derivare da una sorta di inquietudine che i giornalisti di penna sembrano provare nei confronti delle immagini fotografiche, per loro difficili da soggiogare o manipolare, forse impauriti (a causa della loro ignoranza nel campo) da possibili conseguenze negative che le fotografie possano causare ai testi che loro scrivono (in realtà, e questo possono provarlo tutti igiornalisti e i fotografi che si sono trovati a lavorare come inviati in tandem, c'è un'ovvia e reciproca esaltazione dei due linguaggi). Eppure impo1tanti lavori di fotoreporter contemporanei hanno contribuito enormemente in altri paesi al dibattito culturale sui problemi della società in cui viviamo, esattamente come da noi registi e scrittori alimentano con il loro lavoro la discussione sui problemi attuali. Solo la fotografia, in Italia, non sembra avere le carte in regola per provocare attenzione. Di fotografi si parla, ma solo a certe condizioni: che facciano "tendenza", o che si siano suicidati, o che siano ottimi paparazzi. Andrebbe qui aperta una parentesi su quante esagerate leggende si sono scritte e si continuano a scrivere sui fotografi della dolce vita; si è pronti a richiamarli inauge ad ogni piè sospinto, ma probabilmente l'unico motivo è che fanno col ore e igiornalisti si sentono totalmente in grado di "controllare" quel tipo di immagini e di scriverne divertiti, ispirati dal loro senso di superiorità. Nessuno però scrive come in realtà il lavoro di paparazzi oggi lo svolgano i giornalisti di penna, soprattutto quelli di politica, costretti a rincorse e appostamenti che non hanno nulla da invidiare ai reporter della Via Veneto di un tempo. Certo è che i fotografi sembrano i primi a non essere coscienti del ruolo che potrebbero svolgere, e consentono tutto ciò senza aver avuto negli ultimi quindici anni la capacità di organizzarsi in una associazione seria e difendere con forza le loro ragioni (se ne hanno) all'interno dell'ordine dei giornalisti. Si potrebbe continuare a lungo nell'esame dei problemi legati ali' uso della immagine nei quotidiani italiani, ma mi interessava qui sottolineare l'urgenzadi un intervento correttivo di questedisfunzioni, anche e soprattutto a sostegno di un'informazione giornalistica completa, onesta ed equilibrata. Se crederete di più nelle immagini (e, speriamo, non solo nei fotomontaggi!) i vostri giornali non potranno che migliorare, aggiungendo un elemento che per ora manca alla loro credibilità. Senza perdere nulla della famosa e unica capacità letteraria dei giornalisti italiani. ILCASOCASSÉ. SUPPLEMENTODI INDAGINI Abbiamo avuto da Cesare Milanese, oggi alla Newton Compton ma in passato per anni redattore romano della Feltrinelli, altre informazioni su Alarico Cassé, alias Giuseppina Delle Cese, l'autrice del racconto che abbiamo pubblicato nello scorso numero, I due fanciulli. Nella nota con la quale accompagnavo la riproposta alcune cose erano errate: il libro che conteneva il racconto (li topo Chuchundra, Feltrinelli 1963) ebbe una regolare diffusione e un certo successo critico. Vinse il premio della rivista "Il caffe" di Vicari, lo stesso che fu assegnato l'anno dopo a Manganelli per Hilarotragoedia. Giuseppina Delle Cese venne intervistata da vari giornali, mentre Buzzati ne scriveva sul "Corriere" preconizzando in segno di augurio un Nobel futuro! Feltrinelli le fece un contratto per un romanzo, sulla base di un primo capitolo, ma tempo dopo la Delle Cese dichiarò di non riuscire a portarlo a termine, e da allora le sue tracce, in casa editrice, si persero. (In attesa di altre informazioni, G.F.)

8 ITALIAGIOVANE OPLEPO ~ FRADEVIANZAECREATIVITA UN CENTROPERADOLESCENTI GiancarloSissa Le persone adulte hanno in genere un grande difetto, non ricordano la loro adolescenza. Intendo dire che non la ricordano veramente. Ne conservano qualche sensazione, qualche immagine, turbamento, scappellotto, marachella, poco più. Non ne hanno un ricordo approfondito. Non ricordiamo ad esempio quella curiosità quasi morbosa che ci spingeva tutti, maschi e femmine, a esplorare il nostro corpo, qualche volta quello d'altri. La sofferenza vaga, imprecisata, che proveniva da mutamenti del nostro essere, il nervosismo, la rabbia talvolta, che ne derivavano. L'indefinibile sensazione di transitorietà, di provvisorietà. L'ansia di libertà e la paura del "no" genitoriale. L'ansito di ribellione. L'egoismo, la cattiveria, lo squilibrio proprio di quell'età. Le persone adulte non se ne ricordano bene, talvolta non se ne ricordano affatto, forse costerebbe loro una certa sofferenza. Subiscono però per il resto della vita le frustrazioni più o meno conscie, i tormenti, le avarie, le impasse, e tutte le conseguenze di quel dolcissimo, spietato patire cui si dà il nome di adolescenza. Se ce ne ricordassimo, siamo convinti, il mondo sarebbe diverso. Ci sarebbero del resto molte cose da chiarire se ne avessimo lo spazio, il tempo. Ad esempio, di cosa stiamo parlando? Cos'è l'adolescenza? E quale adolescenza? Quella dei nostri nonni contadini? Quella dei nostri padri operai, magari emigranti? Quella delle nostre madri? In città, in campagna, in periferia? Nel contesto di una famiglia "sana"? Nel contesto di una famiglia "disgregata", o peggio ancora, "maltrattante"? O dell' adolescenza dei ragazzi e delle ragazze di oggi? E ancora, a quanti anni un individuo può dirsi adulto? Insomma, quando inizia l'adolescenza? E quando si conclude? A tutte queste domande e ad altre ancora rispondono i testi, gli specialisti, gli adulti. Non è nostro compito farlo qui, ora. E le cose non finiscono di complicarsi. Chi scrive, ad esempio, ha una grande responsabilità, e una grande fortuna: vivere sei, sette, otto, qualche volta ventiquattro ore al giorno con ventiventicinque ragazzi e ragazze di età compresa fra gli undici e i quindici anni, che le Istituzioni definiscono "caratteriali". Ora, cosa vuol dire "caratteriali"? Di solito, per chiarezza, si specifica: "a rischio di devianza sociale"(!). Quando devo spiegare agli altri qual è il mio lavoro ed esordisco dicendo: "Faccio l'educatore, lavoro con i ragazzi caratteriali, ragazzi a rischio di devianza sociale" gli interlocutori mi guardano con un misto di ammirazione e sospetto, sorridono o si accigliano a seconda del "carattere", poi se davvero sono interessati chiedono: "Cioè!?". A questo punto, di solito, tutte le esperienze di convegni, giornate di studio, corsi di formazione fatti e tenuti, non soccorrono minimamente. Per farmi capire ricorro ad esempi vissuti. Martino frequenta il Centro da un mese circa ed ha già distrutto due porte. Sinora qualsiasi intervento da parte degli educatori si è rivelato vano. Oggi infatti sta rompendo la terza. S'è accorto che le pedate sono faticose, non hanno un effetto distruttivo immediato, poi possiede un unico paio di scarpe consunte e lacere, non vale la pena rischiarle per una porta. Ha quindi preso un grosso martello dal laboratorio di falegnameria. Il fracasso è terribile, schegge di legno volano attorno, rischia oltretutto di farsi male ... Ho preso un martello anch'io e come una furia mi sono avventato contro la stessa porta vibrando colpi di tale forza che ogni volta lo sforzo mi strappava una specie di gemito. Io e Martino abbiamo colpito la porta di legno, assieme, per un po'. Poi Martino all'improvviso si è fermato stupefatto a guardarmi mentre io continuavo e con il martello ancora in mano mi ha gridato "Oh, ma che cazzo fai?", "Ma che cazzo ne so" gli ho risposto "E tu?". Con Martino siamo diventati buoni amici (per quanto possono esserlo un adulto, che fa l'educatore, e un adolescente), non rompe più le porte, fa meno casino (in un modo diverso), noi siamo contenti di lui, lui è contento di noi, quel giorno di tre anni fa ha cominciato a capire alcune cose: non tutti gli adulti sono degli sbirri, ognuno ha un suo ruolo all'interno del Centro, esistono regole comuni che vanno rispettate. Questo è, in parte, il mio lavoro. Io mi accompagno a queste giovani persone, faccio cose con loro, proibisco a loro e a me stesso di farne altre, osservo, partecipo, agisco, mi diverto, rido, mi arrabbio, gioco, urlo, rimprovero, ecc., ma soprattutto ascolto. O meglio: io li ascolto. Questo tuttavia non dice cosa e chi sia un adolescente "caratteriale" o "a rischio di devianza sociale", e nemmeno se questa definizione sia giusta, abbia un senso, possa venire applicata a qualcuno. Occorre qualche altro esempio. Ippolito arriva e come ogni giorno ci saluta così: "Ciao merdoni !", gli rispondiamo "Ciao stronzo!". Rincara "Vi venisse un tumore, vi morisse il padre ...", e così via, finché, sempre seguendo la strategia del rispecchiamento e del paradosso, qualcuno gli dice "Morisse a te, stronzo, tuo padre!"; risposta: "Magari! Lui e ilMilan!". Domanda: "IIMilan?Perchéil Milan?", risposta: "Oh, ogni volta che il Milan non vince quel merdone mi picchia!". Dico a Wilma: "Fai finta di avere la lampada magica di Aladino, esprimi tre desideri". Ci pensa un attimo, mi guarda con gli occhioni neri sempre incupiti da una luce rabbiosa, poi mi dice: "Avere un corpo diverso! Che mio padre muoia! Poter studiare, essere brava a scuola!". Domanda: "Cosa ti impedisce di studiare?". Risposta: "Gli altri!". Domanda: "Gli altri?". Risposta: "Sì, per tutti sono una somara, tutti dicono che faccio schifo a scuola, e poi sono stanca!". Domanda: "Stanca di cosa?". Risposta: "Di fare la doccia con mio padre e di prendere i pizzicotti da lui!". Alla stessa proposta Augusto risponde che tre desideri sono troppi, gliene basta uno. "Quale?" "Rinascere!" Il mio collega mi guarda con gli occhi fuori dalla testa. "Non è possibile", dice, "a Daniele hanno dato quaranta dialoghi da tradurre in francese per domani!" (Daniele fa la seconda media), "per punizione a lui e a tutta la classe!" aggiunge quasi ridendo per l'incredulità. Chiediamo a Daniele di spiegarci cosa è successo a scuola. Ci racconta che il tale ha fatto un casino tremendo durante l'ora di francese, la prof. si è inferocita e ha punito tutta la classe. "Ma io non ho mica capito perché!" conclude Daniele.

Giochiamo a pallone, io, due colleghe, il nostro coordinatore e sedici fra ragazzi e ragazze. Fa caldo ma c'è vento, un bel sole, nel prato hanno appena tagliato l'erba, è una bellezza. In mezzo al nostro parapiglia "tira, prendi, para, dai!" Pia sta col capo chino e le braccia conserte, piange silenziosamente al centro del campo di gioco. Pia è arrivata, ha sbattuto la porta, "Vaffanculo tu!" ha urlato rossa in viso e con voce isterica a un ragazzino che l'aveva urtata inseguendone un altro. Poi si è nascosta in una stanza, ha pianto dalle 14,15 alle 15, 1Oquando ne è uscita. Allora ha fatto i compiti, in silenzio. Convochiamo i genitori di Pia. È gelosa del fratellino, ci dice la madre. Ha sofferto del fatto che i genitori si fossero separati quando lei aveva quattro anni. Ma adesso sono tornati assieme, da tre anni ormai, da quando è nato il fratellino. La nonna, piuttosto, non li vuole in casa. È tutto un litigare. Poi Pia è grassa come un pallone, osserva il padre, mangia sempre. Il nostro coordinatore chiede alla madre se lei, la signora, cura il proprio corpo. "No" risponde, "sono una perfezionista, ma siccome lavoro non ho tempo di fare cose perfette!". E un pigro pomeriggio di pioggia invernale, dico a Wilma: "Dai! Scrivi una poesia!". "Io?" mi guarda incredula. "Non sono capace!" "Hai mai provato?" Insisto. "No, ma ..." "E allora cosa ne sai? Dai, prova!" Mi guarda perplessa, cerca di capire se davvero credo possibile che lei scriva una poesia. "Va bene, dimmi un titolo!" Fotodi LaurenSt toop/LookatDist/Grazia Neri. ITALIAGIOVANE 9 Non so se da questi pochi esempi si possa arguire cosa significa "caratteriale". Forse il quadro si potrebbe completare dicendo che i nostri ragazzi si mostrano svogliati e indisciplinati a scuola, villani in famiglia, impertinenti in pubblico, qualche volta aggressivi e violenti, più spesso volgari, comunque irrequieti e nervosi. In modo inspiegabile del resto, visto che (anche i più poveri) hanno tutto: il bomber, gli anfibi, le reebok o le jordan, lo zippo, la mountainbike, il videoregistratore, i videogiochi, lo swatch, il walkman, il computer, lo stereo, le cinquantamila, in prospettiva l'FJO o l'Fl2, e via discorrendo. Inoltre molti frequentano corsi di nuoto, chitarra, pattinaggio, tennis, persino hockey su prato, o giocano a calcio, a basket, a pallavolo. Cosa vogliono ancora? ci chiedono alcuni genitori. Tutto ciò che si può comperare (più o meno) ce l'hanno. Infatti questi giovani hanno tutto, hanno tutto e anche un problema: quello di trovare un ascolto. Un ascolto attivo, non passivo, che non produca soltanto "risposte sorde" (svogliate, soprappensiero, inautentiche). Un ascolto vero, di quelli che non si possono comperare, che consenta lo stabilirsi di un rapporto, che dia alle persone giovani la possibilità di dirsi, darsi, raccontarsi. Ai genitori spesso manca il tempo (di fare cose "perfette" però non glielo chiede nessuno), qualche volta mancano i mezzi e le risorse culturali, spesso la voglia. E poi, come dice Wilma, perché uno dovrebbe impegnarsi a scuola se tanto nessuno crede in lui? E in effetti la scuola (nel nostro caso le scuole medie) in quanto istituzione riconosciuta, in quanto scuola dell'obbligo che si vuole momento formativo nella vita di questi giovani, funziona come catalizzatore del disagio vissuto da questi adolescenti. È qui

10 ITALIAGIOVANE che si manifestano in modo evidente tutte le difficoltà, le incertezze, le paure, in qualche caso addirittura le patologie. Generalmente si notano in queste persone una ridottissima capacità di attenzione, una notevole difficoltà a rispettare e a conformarsi a regole imposte, una spiccata propensione quindi alla insubordinazione che viene letta di solito come volontà di "disturbare", ma che si potrebbe più utilmente considerare come "messaggio", quindi inmodo positivo. Mi spiego: l'adolescente ci lancia continuamente dei messaggi, ce li lancia con le modalità che gli sono proprie (diverse da individuo a individuo): disturbando in classe, piangendo, rompendo le po1te, dicendo parolacce, bestemmiando, fumando, persino standosene composti no al proprio posto e fregandosene di noi. In particolare tutto questo viene, oltre che dai problemi che abbiamo cercato di suggerire più sopra, 0da un fattore molto semplice: la mancanza di motivazione. Non è chiaro infatti a queste giovani persone perché dovrebbero fare una cosa piuttosto che un'altra, perché dovrebbero farla proprio così e non in un altro modo, perché proprio adesso. Soprattutto se questa Fotodi Craig Sillitoe/Black Star/Grozia Neri. cosa costa loro fatica. La scuola, da questo punto di vista, rappresenta un esempio emblematico. E molto spesso si creano gravi malintesi: ragazzi e ragazze potenzialmente molto intelligenti e generosi vengono classificati come imbecilli perché non si applicano in nessun modo ad alcunché. Talvolta, nei casi di più forte disturbo, vengono allontanati dalla classe, o affidati a insegnanti di sostegno non sempre preparati in modo adeguato ad affrontare un disagio di questo tipo e quindi spesso "disarmati" (ne abbiamo conosciuto più d'uno) di fronte alle "diaboliche" strategie dei nostri caratteriali. Lo svantaggio di solito è duplice: da una parte il ragazzo non viene recuperato al suo "normale" percorso scolastico e anzi si fa di lui una sorta di maramaldeggiante cretino (e come è più facile e divertente anche per lui identificarsi in questo ruolo!), ciò che per molti aspetti ne blocca, o per lo meno ne rallenta, la crescita intellettuale; dall'altra l'insegnante, la preside, o il tutor vivono con amarezza la frustrazione e i sensi di colpa di chi ritiene (qualche volta a torto, qualche volta a ragione) di non essere stato "capace di". Si crea insomma una frattura difficile da ricomporre, talvolta difficile da gestire. Eppure, se ci si pensa, questo drammatico problema si potrebbe almeno in parte risolvere se si considerasse con attenzione il fattore cui accennavamoprima,quelloinerenteallemotivazioni. Tutti in fondo abbiamo bisogno di uno o più motivi per fare quello che facciamo tutti i giorni. Sostenere ilcontrarioequivarrebbeadichiararsi pazzi, o almeno un po' cretini. Noi operatori del Centro abbiamo un vantaggio e uno svantaggio rispetto alla scuola. Da una paite non abbiamo programmi ministeriali da rispettai·e, non dobbiamo insegnai·e la matematica, l'inglese o la storia (quel po' di quotidiano supporto didattico che offriamo ai nostri ragazzi non ci costa in fondo troppa fatica). Dal!' altraaccogliamo ogni pomeriggio il fior fiore di questa turbolenta gioventù che la scuola stenta assai ad imbrigliare. E, ci tengo a precisare, non sai·emo ce1to noi ad imbrigliarli: innanzitutto non ci piace molto l'idea; in secondo luogo esistono altri modi di aiutare questi ragazzi a crescere, ad esempio prendere seriamente in considerazione i loro "messaggi". Anche in questo caso sarà più utile ricorrere a un esempio. O.P.L.E.P.O. Opere Poetiche Lette E Pronunciate Ordinatamente (S.P., 12 anni) Abbiamo scordato di dire che la motivazione va, se possibile, non disgiunta dal divertimento, in certa misura, da una promessa di piacere. E naturalmente motivazione, divertimento, piacere vanno non solo illustrati, ma anche fatti sentire attraverso le parole, i comportamenti, l'esempio. In fondo il più è cominciare. Un pomeriggio stavo fra i ragazzi in silenzio a disegnare su un pezzo di carta, un paio mi si sono

avvicinati incuriositi per vedere cosa stavo facendo. Uno di loro ha preso una matita, ha disegnato un aereo sopra l'omino che avevo appena schizzato e mi ha "bombardato"(!). Ho riso di gusto e poco dopo al gioco si sono uniti anche gli altri, tutti armati di penne, matite e fogli di quaderno. Il tutto si è trasformato in un laboratorio di fumetti che è durato circa tre mesi e durante il quale abbiamo realizzato un volume di "strane storie disegnate" intitolato Gli scienziati del fumetto (che opportunamente fotocopiato e rilegato in più esemplari ha trovato una sua limitata ma simpatica diffusione a scuola, nelle famiglie, nel quartiere). Nascono così le idee, semplicemente. Dopo la pausa estiva il Centro si è trovato più ricco di un computer con stampante. Sulla scorta della precedente esperienza e della sopravvenuta "indipendenza tipografica" a qualcuno di noi è venuta l'idea di realizzare una vera rivista di fumetti. Nel corso di una animata assemblea però è subito apparsochiarocome i fumetti interessassero solo a una parte dei maschi, mentre le femmine si sentivano più attratte dalla possibilità di occuparsi di musica, televisione, moda, e simili; altri ancora proponevano invece alcune pagine da dedicare allo sport. Ecco dunque che la rivista di fumetti si era trasformata, nelle intenzioni almeno, in rivista del Centro. Titolo: "Tpi Strippi!". A questo punto iniziavano i problemi: chi avrebbe scritto gli articoli? chi avrebbe curato l'impaginazione? chi la grafica? chi la stampa? e così via. Improvvisamente nessuno aveva più voglia di fare niente. Questa fase di stallo è durata un paio di settimane, finché un paio di ragazzi a furia di "giocare" con il computer hanno intravisto la possibilità di fare qualcosa di più complesso e divertente: abbiamo iniziato, si può dire alla rovescia, cioè con la realizzazione di disegni, titoli, illustrazioni, che avrebbero dovuto commentare testi che ancora non erano stati scritti. Certo a questo punto è stato importante anche l'intervento degli educatori che non hanno perso l'occasione per stimolare e motivare i ragazzi a scrivere qualcosa, testi anche semplici, che riguardassero argomenti vicini alla sensibilità di ognuno: a chi giocava a calcio è stato chiesto un articolo sulla squadra del quartiere, al patito (purtroppo) di videogiochi un pezzo sui giochi elettronici più diffusi nei bar, e così via. Poco alla volta si è messa in moto una specie di piccola redazione. Ciò dimostra fra l'altro che le motivazioni possono essere anche indotte, o almeno suggerite. Impermeabili a questo tipo di iniziativa restavano però le ragazze, più smaliziate dei maschietti e quindi meno propense a "sbilanciarsi", più restie a mettersi in gioco, soprattutto per iscritto. Risale a questo periodo l'episodio, riferito più sopra, di Wilma che accetta di scrivere una poesia. E fu quello la chiave di tutto, perché non ne scrisse una sola, ma due, poi tre e un'altra ancora, dimostrando a se stessa e alle amiche che era possibile. Sì, era possibile scrivere poesie senza annoiarsi, senza che ci fosse bisogno di vergognarsene, anzi divertendosi anche un po' nello scambio di messaggi d'amore e di amicizia in forma "poetica". Scoppiò la moda della poesia, quasi non si riusciva a fare altro. Ma, si sa, queste mode o manie durano poco, inoltre il modo di scrivere versi di queste giovani persone era troppo istintivo e sbrigativo, in due minuti riversavano sul foglio tutto il loro disordinato sentire; tutto il loro enorme potenziale veniva consumato, liquidato in breve tempo. Intanto però, giocando, avevo scoperto che, come me, una ragazzina aveva l'attitudine a dire le parole al contrario. Ci rendemmo protagonisti, io e lei, di alcune sfide che non mancarono di affascinare o comunque divertire parte dei suoi coetanei. Durante una di queste sfide proposi a tutti un gioco di parole, quello celeberrimo del PESCE-GATTO. Come fa il PESCE a diventare GATTO, cambiando una lettera ITALIAGIOVANE 11 per volta attraverso una fila di parole che hanno comunque un senso? Fa così: PESCE-PESCO-PESTO-PETTO-P ATTO-GA TTO. Proponevo poi a tutti di cercare altre parole composte che funzionassero allo stesso modo. In pochi minuti la stessa ragazzina suggerì CASSAFORTE e PASSAPORTO. Provate voi. Si trattava ora di vedere come si potessero combinare le due cose (la voglia di scrivere poesie e un minimo di regole) in modo non troppo complesso né troppo noioso. La fortuna ci soccorse. L'Associazione Italia-Francia di Bologna mi spedì proprio in quei giorni l'invito a un incontro OULIPO-OPLEPO il cui scopo era quello di proporre l' OPLEPO agli studenti delle scuole medie e superiori. Conoscevo già l'OPLEPO, pur senza essermi mai cimentato. Partecipai all'incontro e incoraggiato anche del prof. Ruggero Campagnoli e dalla prof.ssa Danielle Londei, decisi di proporre alle ragazze del centro questa possibilità. Ora, l'OPLEPO non è un gioco, ha finalità anche profonde, radici storico-letterarie di prim'ordine, regole precise, ferree. Mi spaventava un poco l'idea di "profanarlo", non volevo ridurlo a un giochino, e del resto non volevo nemmeno rischiare di tramortire le ragazze e i ragazzi con una serie di difficoltà insormontabili. Mi procurai qualche semplice esempio in italiano e proposi l'attività a un numero ristretto di ragazze, tre per la precisione, strutturando la cosa a mo' di concorso letterario all'interno del Centro e offersi la piena collaborazione a chi avesse deciso di provare (alla fine furono più di dieci). Cominciai invitandole a scrivere qualche poesia monovocalica, pochi versi, per gioco, un po' per sfida. Eccone una di Wilma: CORPO SPORCO CORPO PORCO STORTO TONTO TORTO PRONTO FONDO SORDO STRONZO SOLO ZOZZO Se ci pensate il messaggio è chiaro, molto chiaro, e drammatico. Ecco quindi che, al di là di ogni valutazione estetica (anche se effettivamente, e naturalmente per caso, si tratta di una quartina di esametri dove frequenti sono le allitterazioni e, per chi ha voglia di cercarle, compaiono altre figure retoriche), ecco quindi che assistiamo a un piccolo, piccolissimo prodigio: la ragazzina scrive accettando e rispettando una regola ben precisa (certo non troppo complessa, ma nemmeno semplicissima), e dicendosi, interamente e sinceramente. In questo caso Wilma aveva una duplice motivazione: dimostrare a se stessa e agli altri che lei poteva scrivere una poesia monovocalica, e il desiderio di lanciare un messaggio. Il tutto deve indubbiamente averle dato un certo piacere, anche in prospettiva del premio finale (ricordiamo che si trattava di un "Concorso letterario"). Vediamo un altro esempio di un'altra ragazzina; questa volta si tratta di un tautogramma in "C": LA VITA CORRI CORRI CAVALLINO CHE CERTAMENTE CANTERAI, COL CUORE CAPIRAI CHE CRESCERE COSTA CARO In questo caso la regola, o contrainte, è più difficile da rispettare, e infatti il titolo della composizione non la rispetta. Ma

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