SCIENZA/SACHS umana cade infine di fronte a questo limite.D'altra parte, tuttavia, la sfera terrestre ritaglia dall'universo inospitale uno spazio interno accogliente, che salta agli occhi come la nostra dimora, la nostra terra natia e crea un "noi" che non comprende soltanto tutti gli uomini, ma tutti gli esseri viventi. Nel momento in cui la Terra appare così chiaramente come unità fisica, è opportuno cercare anche la sua unità sociale, soprattutto contro i pericoli in agguato. Di fronte alla grandiosa realtà della Terra i conflitti umani impallidiscono; i confini tra gli stati, i nazionalismi e i contrasti d'interesse visti dallo spazio spariscono. Il messaggio più forte della fotografia è perciò una riformulazione naturalistica del concetto di umanità: ciò che caratterizza l'unità degli uomini è il loro comune destino, che consiste nell'essere sospesi nello spazio su questo corpo terrestre. O, come afferma lapidariamente lo slogan su un poster della Terra, l'essere "un unico popolo" (all one people). Ma Gaia, il nome geniale, richiama alla mente molto più della ragione. Si appella alla ricerca della verità ultima, di ciò che è santo. È lo stesso Lovelock ad aprire la strada: "Quando vidi Gaia per la prima volta, ho provato quello che deve aver sentito un astronauta sulla Luna, mentre guardava indietro verso il pianeta Terra. La sensazione si rafforza quando subentrano la teoria e l'evidenza per confermare l'idea che la Terra possa essere un organismo vivente. Pensare alla Terra come qualcosa di vivo suscita l'impressione, nei giorni felici quando si è al posto giusto, che l'intero pianeta stia celebrando una cerimonia sacra" (Lovelock 1988). L'immagine del pianeta azzurro suscita stupore, timore reverenziale e la sensazione di non riuscire a comprendere; una realtà enorme diventa visibile, una realtà che abbraccia ogni avvenimento terrestre. "Questa è la ragione per cui",secondo me, Gaia è sia un concetto religioso che scientifico" (Lovelock 1988). Lovelock esprime profonda soddisfazione per il fatto che la sua intuizione religiosa trovasse conferma nel suo lavoro scientifico e riuscisse a trovare un linguaggio che rendesse immediata, in un ambiente laico, questa sua esperienza personale. Tale soddisfazione viene condivisa da molti, soprattutto tra il pubblico anglosassone. Perché l'impegno ecologista garantisce in questo modo un sovvertimento nella comprensione della vita e del mondo, che può condurre a una visione olistica, che collega empiria ed etica, scienza e religione. Il punto centrale della visione ecologista del mondo consiste nel fatto che l'uomo, in tale orientamento di pensiero, non può avanzare alcuna pretesa di occupare un posto privilegiato nell'universo; il sovrano del creato si è trasformato in una manifestazione particolarmente complessa dell'uni versale processo della vita.L'origine dell'uomo si htscia spiegare attraverso la storia dell'evoluzione planetaria della vita, la sua condizione attuale viene sostenuta attraverso il suo inserimento nel tessuto globale della vita e il suo futuro dipenderà dal modo in cui l'uomo saprà inserirsi all'interno dei processi di Gaia. Una visione ecologista viene, in questo modo, espressa attraverso un disegno religioso, che non risulta essere umanista e neppure teocentrico, ma evidentemente geocentrico. La Terra, o meglio la biosfera, assurge al rango di oggetto di culto. L'immagine del pianeta azzurro può essere, in questo modo, considerata jn senso stretto come un'icona: non è soltanto un' immagine, ma, per alcuni, rappresenta anche il simbolo della potenza vitale di Gaia. 92 Foto di Morley Read/ Science Photo Library (agenzia G. Neri). Il pianeta come oggetto di ricerca e di organizzazione ambientale Quasi vent'anni dopo che "Scientific American" aveva proclamato la biosfera nuovo oggetto di ricerca scientifica è ancora una volta tale rivista a indicare la strada verso nuove mete: il numero del settembre 1989 riporta in copertina l'America e l'Europa viste dal satellite e pone sui contorni dei continenti e dei mari l'imperativo "la gestione del pianeta Terra". Nell'articolo di apertura si trova fin dal principio una sintesi del nuovo orientamento: "La nostra capacità di guardare indietro verso di noi simboleggia l'unica prospettiva che abbiamo nei confronti del nostro ambiente e verso la quale siamo spinti come specie. A questa conoscenza si aggiunge una responsabilità ...: la responsabilità di gestire l'uso che l'uomo fa del pianeta Terra ... i cambiamenti nel comportamento individuale sono certamente necessari, ma non sono sufficienti. Noi, come specie umana nella sua totalità, stiamo trasformando il pianeta. È soltanto come specie umana globale che, coordinando le nostre azioni e condividendo ciò che il pianeta ha da offrire, potremmo avere la possibilità di organizzare la trasformazione del pianeta lungo la via di un progresso sostenibile. Una gestione consapevole e intelligente della Terra è una delle grandi sfide che l'umanità si trova ad affrontare alla vigilia del XXI secolo" (Clark 1988). Parole ambiziose, certamente, e anche una buona dose di autosopravvalutazione; tale retorica, tuttavia, a prescindere dalle sue possibilità di realizzazione, crea una realtà nuova, che si insinua nelle menti. Senza la fotografia della Terra non sarebbe stato possibile concepire il pianeta come oggetto da gestire. In ogni caso sono dovute sopraggiungere ulteriori condizioni per ampliare globalmente, verso la fine degli anni Ottanta, l'orizzonte delle strategie di organizzazione ecologica. Solo nel corso degli anni Ottanta con il buco nell'ozono, la pioggia acida e l'effetto serra sono venute in primo piano le ripercussioni mondiali dell'inquinamento delle società industrializzate; il pianeta si è rivelato una sconfinata discarica. Nello stesso tempo anche l'ecologia scientifica si è
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==