Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

IL MANTO DELL'INVISIBILITA Yang Jiang a cura di Silvia Calamandrei Di Yang Jiang, nata nel 1911, membro dell'Istituto di letteratura straniera dell'Accademia delle Scienze a Pechino, traduttrice in cinese del Don Chisciotte e del Lazarillo de Tormes, sono già state presentate nel numero di luglio-agosto del 1992 di "Linea d'ombra" le opere più recenti: due operette di ricordi della Rivoluzione culturale e un romanzo, Xizao, ambientato nel mondo accademico cinese degli anni Cinquanta, ali' epoca della prima campagna di "rieducazione" degli intellettuali. I suoi ricordi della Rivoluzione culturale usciranno prossimamente in Italia. Qui presentiamo un breve scritto del 1987 (Yinshenyi), apparso come postfazione ad una raccolta di saggi e memorie, che l'autrice ci ha cortesemente autorizzato a tradurre. Può essere letto come un manualetto di sopravvivenza "on a low profile", ed un invito alla pratica taoista del wu wei ("non agire"), abbastanza controcorrente rispetto alla Cina degli "emergenti" della modernizzazione. Il riferimento a Zhuangzi, il filosofo taoista che si sottrae alla "politica", non va assolutamente inteso tuttavia come disimpegno dalle responsabilità morali e civili. Nel maggio 1989 Yang Jiang e il marito Qian Zhongshu furono tra i firmatari di una petizione a favore del dialogo con gli studenti impegnati nello sciopero della fame sulla piazza Tienanmen. Va segnalato inoltre che le opere di Yang Jiang e di Qian Zhongshu, intellettuali cosmopoliti formatisi negli anni Venti e Trenta, sono ridiventate negli ultimi anni dei bestseller in Cina, anche tra i giovani: che il "manto dell'invisibilità" preservi anche integra la freschezza giovanile? Ogni tanto mio marito ed io ci divertiamo a fantasticare. Ci siamo chiesti ad esempio quale strumento magico preferiremmo, se ce ne fosse data la scelta, e siamo tutti e due arrivati alla conclusione che vorremmo un manto che ci renda invisibili, in modo da poter andare in giro per il mondo, liberi da vincoli, alla ventura. Tuttavia, pur non avendo cattive intenzioni, nella foga del gioco, potremmo sfrenarci troppo e spaventare qualcuno: il manto non servirebbe più a nasconderci e dovremmo affrettarci a fuggire. "Ma allora ci servirebbero gli stivali delle sette leghe!" "E magari anche dei talismani per proteggerci!" Più riflettiamo, più le esigenze si moltiplicano, e finiamo per concludere che è meglio rinunciare al manto dell'invisibilità. In verità, se non si vuole fare qualcosa di proibito, non servono poteri sovrannaturali: anche nel mondo terreno ci si può procurare facilmente un manto per restare invisibili. Solo che la maggior parte della gente non lo vuole indossare, nel timore che gli resti appiccicato addosso come un vestito bagnato. In effetti, la materia di cui è tessuto è estremamente modesta, e se hai un'apparenza umile, nessuno ti noterà né ti apprezzerà. Mi viene in mente il racconto di quell'uomo che ritorna a casa dopo morto, e rivede i suoi cari, mentre loro non riescono a vederlo. Si mette a parlare, ma nessuno sente la sua voce. Vorrebbe sedersi assieme ai familiari, riuniti a tavola a cenare, ma non c'è posto per lui. Le persone dall'apparenza umile subiscono una sorte analoga a questo fantasma: non esistono agli occhi della gente, è come se gli sguardi gli passassero attraverso. Se non meriti la considerazione, resti invisibile. Tu ti senti trascurato, vilipeso o disprezzato, ma in realtà gli altri non si accorgono neppure di te. Pur vivendo nel mondo, sei come un fantasma, come un essere non ancora nato. Un'esistenza del genere, vale la 86 pena di essere vissuta? Se qualcuno affermasse che indossando il manto dell'invisibilità si ha assicurata un'esistenza libera da affanni e preoccupazioni, la gente gli rimprovererebbe di assumere l'atteggiamento di Ah Q 1 , che si consolava sempre delle sue disgrazie, o di fare come la volpe e l'uva. La nostra lingua è piena di modi di dire su come "superare gli altri", "uscire dal gregge", "emergere", "svettare come una spiga", "profilarsi": dal che si deduce che la maggioranza non ama essere ignorata. La gente fa ogni sforzo per sbarazzarsi del manto dell'invisibilità ed emergere alla.luce del sole. Nella cultura anglosassone la società viene paragonata ad una fossa dei serpenti. Nella fossa i serpenti stanno schiacciati e premuti e ciascuno cerca di emergere col capo, inarcandosi e schiacciando gli altri, formando un groviglio inestricabile. È una lotta incessante: tu sali e io scendo, mors tua, vita mea. Se non riesci a far.emergere la testa, rimarrai per tutta la vita sotto. Se emergi, sei come una bolla di schiuma che danza sulle onde dell'oceano e che per un istante riflette la luce, vivendo per così dire il suo momento di gloria. La vita umana è breve e quelli che riesconò ad arrivare sulla cresta dell'onda hanno raggiunto il traguardo e possono considerarsi soddisfatti. Tu invece vuoi essere un "buono a nulla"? Vuoi accontentarti di restare sotto e rimanere un essere inferiore? . Eppure il Cielo fa nascere innumerevoli creature, più o meno belle e più o meno dotate. La fama di un generale si edifica su migliaia di cadaveri: non tutti i soldati possono diventare degli eroi. C'è chi sta seduto sulla portantina e chi la porta sulle spalle. Il padrone di casa e gli ospiti siedono a tavola, mentre i servitori versano il tè e imbandiscono le vivande. Attorno alla mensa, c'è chi siede a capotavola e chi ai lati. In cucina, il cuoco è ai fornelli mentre gli sguatteri attizzano il fuoco. I talenti sono talmente vari: come si può considerarli uguali? Anche le ambizioni degli uomini non sono uguali. Nel romanzo classico I letterati, al capitolo XXVI, la Signora Wang descrive con entusiasmo il banchetto che le è stato offerto a casa Sun: le hanno assegnato il posto d'onore e per permetterle di sorseggiare il tè al miele le cameriere ai due lati le hanno tenuto spartiti i fili

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