STORIE/WICOMB "Ti ricordi per caso una donna, una donna bianca che parlava a tua madre, ai tuoi fratelli o a te di quei tempi? Una donna che poi scrisse un libro? Hai mai sentito parlare del libro, di..." Spariti di brutto. Ma non si sa mai, con questi giovani. Dollie adesso è la signora Lategan, che è la mia vicina di casa da vent'anni". Poi sogghignò: "Ma se non fossimo le persone che pensiamo di essere, ma no, non è quello che voglio dire. Sediamoci bimba, mi stanco in fretta è voglio darti una bella occhiata". Si sedettero e si osservarono l'un l'altra, circondate da gridolini e strette di mano e agitar di braccia. Nelle due paia di occhi, occhi di un nocciola screziato provenienti dalle orbite di unmissionario europeo morto tanto tempo fa, non c'era niente di rilevante. Quegli occhi improbabili, incastonati da generazioni su facce scure, non tradivano nulla, come gli occhi di rado fanno, ma entrambi pretendevano di leggere negli altri segni e tracce, cosicché-si fissavano con la stessa intensità con cui la mano ruvida e grinzosa teneva quella giovane e liscia. Per la prima volta Deborah si chiese perché la ragazza l'avesse fatta venire da così lontano. Sarah pensò a suo padre, che negli ultimi anni aveva coltivato una miscellanea di rare afflizioni fisiche. Un uomo che conosceva le sue viscere come il dorso della sua mano e sapeva identificare ogni minimo disturbo con vantata accuratezza - il fegato, o il pancreas, o la parte finale del colon - una raffinatezza superflua, visto che la Buchu Essence serviva come rimedio a ogni male. Sperava che la sua prozia non si ammalasse; quelli erano certamente gli occhi di un'ipocondriaca. La ragazza era piuttosto deludente: vestita sciattamente in denim senza neanche un tocco di rossetto che la ravvivasse.C'era qualcosa di impenetrabile nella sua faccia, una densità della pelle che bloccava Deborah, la quale si vantava di saper vedere fin dentro all'anima di persone estranee. Neanche la macchina era come Deborah se l'era aspettata, ma del resto per lei erano eleganti solo le macchine nere. La casa davanti a cui si fermarono era carina, ma modesta, pensò, per una persona istruita. Con tutta la pioggia che veniva giù a Città del Capo sem~rava un peccato non avere un giardino come si deve. Solo una chiazza di erba non rasata e una fila di fiori afflosciati contro il muro. Calendole gialle e arancioni, con le teste come torce, così si girò a guardare la montagna scura e vide l'ultima luce raccolta nella cresta sfolgorante di una nuvola. La fragranza medicinale delle calendole le seguì fino in casa. Lungo il corridoio tappezzato di vecchie fotografie. Un sacco di gente che non aveva niente di meglio da fare che stare in posa ad aspettare il clic di una macchina fotografica. E fin dentro la cucina, dove le calendole cedettero all'aroma del caffè. Da una caffettiera di smalto blu uguale identica alla sua la ragazza versò il caffè in grandi tazze e il cuore le balzò nel petto, perché la gente di città, lei pensava, beveva solo caffè solubile, non aveva tempo, diceva Dollie, per il caffè fatto in casa. Pervasa da un senso di benessere indotto dalla caffeina, sentì i piedi che le pulsavano ancora più dolorosamente, così si tolse le scarpe e trovò due focacce lievitate che spingevano sotto le calze di nylon. Non aveva idea di perché mai il sentirsi bene le avesse ricordato di sentirsi male, ma oh, si sentì come una regina nell'esser trasportata verso la sua camera con una tinozza d'acqua calda in cui mettere in ammollo i piedi. Ma alle regine si taglia la testa, per cui non c'era da stupirsi se, in quello stato di dormiveglia in cui si riposò prima di cena, Deborah descrivesse un'orbita selvaggia roteando intorno alle calendole, con gli occhi che inseguivano le capocchie di luce dove l'arancione si trasformava in fuoco, con la testa che minacciava di volar via. Si alzò stringendosi la gola con le mani. A tavola Sarah parlava troppo. Deborah, che era solita rigirare i suoi pensieri lentamente, da un~parte e dall'altra, per poi riporli con cura per l'ispezione di un altro giorno, trovò sfibranti i modi insistenti della ragazza. Come l'ufficio del signor de Villiers con file e file di stretti cassetti stipati di carte - così era la testa della ragazza. E parlava veloce, ronzando come una macchina a pedale che le fece girare di nuovo la testa, ancora debole per i sogni fatti. E tutte queste cose del passato, i brutti giorni andati di cui Sarah voleva parlare. Storie piegate e riposte sotto naftalina proprio nelle zone più recondite della mente di Deborah. Buttarle sottosopra era pura follia, come chiedere che le cose venissero giù a ruzzoloni. "Forse più avanti quest'anno verrò a Kimberley. Per dare un'occhiata a quei posti. La vecchia fattoria, Brakvlei, tutti quei posti dove sono vissuti i Kleinhans", disse Sarah. Ma la vecchia non si faceva entusiasmare. "Non c'è niente da vedere. Non è rimasta una sola persona di colore da quelle parti. Non ci troverai né riempie né chiodi arrugginiti. No, io me ne sono andata da anni e subito dopo gli altri sono emigrati. La siccità, sai. Bimba, questo bobotie è squisito. È un sacco di tempo che non ne mangio; vivendo da soli non vale la pena di cucinare cose così elaborate". La ragazza non era male come cuoca. E il bobotie era buono sebbene a Deborah piacesse un tantino più dolce. Bastava un cucchiaio di marmellata d'albicocca per compensare l'acredine delle albicocche secche. Ecco cosa le piaceva del bobotie - gli strati, cose diverse pressate l'una sopra l'altra. Lei lo faceva sempre in un contenitore di pirex così che si potevano vedere gli strati distinti di carne macinata, albicocche e poi la crema spessa che cominciava appena a gocciolare giù sulla frutta secca. Quasi un peccato mangiarlo. "No davvero", disse attraverso la dentiera malferma, "non c'è niente di meglio di un buon bobotie. Anche le banane sono buone, sai, ma per far contrasto con la crema le albicocche sono la cosa migliore". Nel bicchiere alto e ghiacciato di Fanta, le bollicine arancioni si rompevano con allegria in superficie, quasi troppo belle da bere. In base allo stesso principio gli abiti buoni di Deborah rimanevano nuovi in fondo all'armadio, ma oggi, col vestito della domenica, mangiando e bevendo la bellezza di ogni cosa, il suo vecchio cuore era contento e questa Sarah era una ragazza di cui essere orgogliosi. La prossima volta avrebbe portato anche Dollie; mamma mia, come si sarebbero divertite. Poi Sarah disse con voce da predicatore," ... nient'altro che un disordine sulla terra di Dio - un miscuglio di gente scura degenerata, marcia per le malattie, un insulto alla Natura ... Così era la fattoria". Erano scivolate nel più confortevole afrikaans, un sollievo per Deborah il cui inglese pizzicava come la ventriera di lycra che Dollie aveva insistito dovesse indossare per la visita. E adesso la ragazza era passata di nuovo all'inglese, così che ora lei annaspava e grugniva, poiché sillabe dalle due lingue si scontravano e formavano parole selvagge; perché non capiva quel discorso sulle 79
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