STORIE/WICOMB evidente disagio tenere nascosto in bocca un nocciolo fino a dio sa quando, così lo sputò in un tovagliolo di carta facendo finta di pulirsi la bocca, e se lo infilò abilmente su per la manica. Nessuno la stava guardando; avrebbe infilato su qualsiasi altra cosa ed evitato di sprecare i soldi di quella povera ragazza; quel cibo - poco importava se non era all'altezza dei bei contenitori - era caro e per di più pagato. Come poteva lei, una persona adulta, essere così stupida, e rise fra sé e sé in modo udibile, tanto che la donna dalla faccia rossa colse l'occasione per mettersi più a suo agio, raddrizzare la spina dorsale e concedersi quei dieci gradi di inclinazione che avrebbero incluso nel suo campo visivo la forchetta della signorina Kleinhans. La ragazza deve aver fatto affidamento sulla somiglianza familiare; senz'altro era quello il motivo per cui non aveva suggerito dei modi di identificazione. Forse avrebbe dovuto agitare un fazzoletto bianco o qualcosa del genere. La gente in Rooi Rose faceva così, il che andava semplicemente a dimostrare che Rooi Rose non era per gente come lei. Non avrebbe potuto far niente di simile, mettersi in mostra. Doveva essere il volo nell'aria rarefatta che le faceva venire pensieri così insoliti. Come se si fosse passata sulla testa un piumino per spolverare, ora vedeva con chiarezza che quelle storie erano per i bianchi. Il che non significava che lei non le poteva leggere: indossava sempre i vestiti dei bianchi e mangiava i loro avanzi, e allora che differenza faceva se leggeva le loro storie. Fintanto che lo sapeva e non pretendeva di comportarsi come una donna da Rooi Rose. Era proprio dura star seduti là, in attesa, con tutti quegli occhi oziosi che guardavano in giro. Alzò il capo per concentrarsi sulle luci che lanciavano istruzioni lampeggianti sul fumo e le cinture di sicurezza fino a che si spensero una volta esauriti i messaggi, e si sentì alla deriva in mezzo a sedili vuoti e allo scompiglio deliberato di gente che è smaniosa di andarsene. Deborah si guardò intorno e vide la donna dalla faccia rossa che le mandava un sorriso caloroso. Cosa diavolo poteva significare? Non si sarebbe fatta adescare da un sorriso di falsità, qui dove non c'era pericolo di attaccare discorso. Per quel che la riguardava era anche troppo tardi. Ah, che faccia tosta, ma poi, perdendo il filo, un sorriso le gocciolò suo malgrado dalle labbra e non poté che chinare il capo e accennare un saluto. La aspettava il solito vento di Città del Capo, proprio come aveva detto Dollie, e Deborah si lisciò la gonna e si diede un colpetto in testa per controllare che il doekie fosse al suo posto. Attraversare quello spazio non era semplicemente questione di mettere un piede davanti all'altro. L'asfalto sotto le suole era appiccicoso; il vento mordeva come un bastardo; e le sue caviglie barcollavano incerte sulle scarpe della domenica. Davanti a lei, attraverso il vetro, una folla variopinta aspettava, salutava, e cosa avrebbe fatto se non ci fosse stata la ragazza? Non poteva neanche permettersi di pensarci. Ci avrebbe pensato il buon Dio. Sebbene il buon Dio spesso ricevesse i messaggi tutti mischiati, come col telefono duplex, così che la buona fortuna pioveva inaspettatamente in grembo al marito miscredente di Dollie, quando invece era stata lei, Deborah Kleinhans, a passare ore e ore a pregare sulle ginocchia artritiche. Se la faccia rossa che camminava spedita giusto davanti a lei non stava aspettando nessuno, si poteva star sicuri che una qualche nipote gentile, presa dall'estro del momen78 Foto di Ron Haviv (Saba/agenzia Contrasto). --~·-. . \\'•,, ·, ~r'"\\~~ ' { \ . .,'\,,, , .. to, aveva infine deciso di andare a prenderla, mentre lei, una straniera in città... Ma questa volta, e Deborah fu attenta a sorridere solo dentro di sé, questa volta il messaggio l'aveva ricevuto giusto. Sarah era sicura che avrebbe riconosciuto la sua prozia in base alla somiglianza familiare, e infatti la donna che attraversava la pista con passo malfermo non poteva che essere Deborah Kleinhans. Che, fra parentesi, era l'unica donna anziana coloured sull'aereo. Sarah si corresse: cosiddetta coloured, perché non credeva che quella qualifica dovesse essere usata nel linguaggio corrente. Le spiaceva dover così spesso recuperare il "cosiddetto" da un qualche recesso lontano dove si aggirava furtivamente in compagnia di termini sudici quali mulatto e mezzosangue, e batté a terra il piede (chele si era addormentato nella lunga attesa) come per scrollar giù le parole non convocate. La vigilanza lessicale era una questione di igiene mentale: un ripensamento regolare delle parole d'uso comune, che era come ripulire il cibo andato a male dal fondo del frigorifero, dove nessuno si aspetta che il cibo marcisca e avveleni il resto. La vecchia era più forte, più solida di come se l'era immaginata, col portamento di una molto più giovane. Ma stava strattonando il vestito blu scuro che si era pizzicato, o almeno così sembrava, nella ventriera, cosicché l'orlo le pendeva pericolosamente sul fianco destro. Anche il doekie minacciava di scivolarle giù da un momento all'altro, e dovette essere tirato su a coprire la testa grigia mentre lei lottava con una busta di carta nel vento. Ma si incontrarono senza difficoltà. "E così ci siamo trovate. C'è di che star contenti di questi tempi in cui si perdono e si cercano cose che ti spariscono di sotto ·1 " 1 naso ... "E in cui la gente scompare a dozzine", s'interpose Sarah. Deborah sembrò allarmarsi. Di che diavolo stava parlando la ragazza; non di lei, lei doveva ritornare a casa; Dollie l'avrebbe aspettata fra una settimana esatta. "Ah, dicono che le città grandi"ti inghiottono, ma noi siamo abbastanza grandi da saper badare a noi stesse. I parenti di Dollie", aggiunse, "proprio a Kimberley, sai, dopo le sommosse.
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