Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

UN'ALTRA STORIA Zoe Wicomb a cura di Annalisa Oboe Di storie in Sudafrica ce ne sono tante: a essere pressappochisti, ce n'è almeno una per i bianchi, una per i neri e una per i coloured. Quella di Zoe Wicomb è un'altra storia che si va ad aggiungere al fertile panorama della narrati va breve sudafricana, ed è incentrata sull' esperienza di quest'ultimo gruppo razziale, a metà strada fra bianchi e neri, e forse per questo ancora più emarginato dall'intransigente manicheismo dell'apartheid. Ma è un'altra storia soprattutto perché contiene un esempio rivelatore di come un fatto possa assumere significati e valenze diverse se raccontato da persone diverse, e di come uno stesso narratore possa variare il suo racconto in funzione di nuovi ascoltatori/lettori. Per cui è importante chi racconta, l'assunzione di un punto di vista piuttosto che di un altro, ma è forse ancora più importante il destinatario del racconto. Così la giovane Sarah, che vuol ricostruire la genealogia dei coloured sudafricani, affermerà la necessità che sia uno di loro a scrivere quella storia, perché assumerà una prospettiva alternativa a quella di una certa romanziera bianca, che non viene mai nominata nel racconto, ma che si sospetta essere la famosa Sarah Gertrude Millin, autrice di opere fortemente razziste sulla storia di coloro che ha chiamato bastardi, o "figliastri di Dio", cioè di quei meticci sudafricani che avrebbero "contaminato" la purezza della razza bianca. El' anziana protagonista, Deborah, racconterà in modo speciale la sua sconcertante esperienza a Città del Capo alla vicina di casa, Dollie, riservando all'amica, in una folgorante immagine conclusiva, l'unico dettaglio importante della storia, rivelatore di una coscienza libera che forse non sa, o non sapeva, di esserlo. Zoe Wicomb, nata nel 1948 in una comunità griqua del Piccolo Namaqualand, a nord-ovest della regione del Capo, è vissuta a lungo in Inghilterra ed è tornata in Sudafrica nel 1991, dopo l'apertura del governo sudafricano ai negoziati con l' ANC; attualmente vive a Città del Capo, dove insegna alla University of Western Cape. I suoi primi testi narrativi, pubblicati nel 1987 in una raccolta intitolata You can 't get lost in Cape Town, sono stati accolti con grande entusiasmo e hanno subito collocato l'autrice in una posizione di primo piano nel panorama della nuova letteratura sudafricana. Questo non solo perché nessuno prima della Wicomb aveva mai scritto dal punto di vista di una donna con un'educazione coloured in Sudafrica (Bessie Head potrebbe essere una sua precorritrice sebbene il suo mondo letterario di riferimento sia il Botswana), ma anche per il suo distacco dai modi tradizionali della rappresentazione realistica tipica di altre autrici sudafricane, quali Nadine Gordimer o Miriam Tlali. Nei racconti che l'hanno resa famosa, ora pubblicati in italiano con il titolo Cenere sulla mia manica (Edizioni Lavoro, 1993; intr. di Dorothy Driver, trad. di Maria Teresa Carbone), il gioco dei punti di vista, l'ironia maliziosa, la riflessione sull'atto della scrittura che interroga e destabilizza ogni pretesa di autorità e sottolinea l'intersoggettività della rappresentazione, rivelano una grande maestria e un pieno possesso del mezzo narrativo, consapevole al contempo del suo postmodernismo e del suo debito nei confronti della tradizione del racconto inglese e americano. Un'altra storia non è incluso nella raccolta da poco uscita in italiano e appare qui tradotto per gentile concessione dell'autrice. Atterraggio all'aeroporto D. F. Malan. La vista dal finestrino sulla destra, cioè rispetto a come si entra nell'aereo: si distacca all'improvviso dal blu, anche se tieni gli occhi fissi sulla terra che ti sale incontro, un perfetto aereo in miniatura, un'ombra a lama di rasoio nella luce del crepuscolo, legata alla terra, che tuttavia ti vola accanto dove prima non c'era niente. E poi cresce. Perché il sole è basso e perché niente, niente di niente rimarrà un oggetto 76 inconsistente. (Un delizioso oggetto inconsistente, ma quel tipo di parola qui non ci sta e deve essere espunta.) Sì, attraversando in volo la terra, un po' alla volta si fa più grande. Resta meraviglioso fino a che il contorno rimane nitido, ma dopo uno sgraziato mutamento di dimensione, spampanato, con gli spigoli sfumati e le ali come frecce spuntate, quell'oggetto che prima era grazioso si dilata e scompare. Una semplice operazione di moltiplicazione e divisione, un calcolo di velocità, altezza, angolo del sole, ecc. avrebbero saputo prevedere quel momento. Ma lei no. Oforse non poteva. Ecco tutto. E l'aereo atterrò con il solito urto e il rumore secco e metallico dell' intercom del pilota. A dir la verità, la signorina Kleinhans era spaventata. E la voce di Dollie che si sporgeva dalla recinzione di erbacce e convolvoli le risuonava nelle orecchie. "Se vuoi il mio consiglio Deborah Kleinhans, io dico stai qua che è casa tua. Non sei giovane, caspita, e che bisogno c'è di correre dietro alla famiglia che non l'hai mai conosciuta. Voglio dire, la famiglia è sempre la famiglia, ma il punto è che la famiglia è la famiglia perché la conosci. Non è un estraneo che a un certo punto fa la tua conoscenza per iscritto e con piacere-di-conoscerti sulla carta. E ricordati che Città del Capo è piena di pericoli, con la gente che lancia sassi e si fa sparare. E poi ce non conosci la città ... Hai sentito la radio oggi?" La testa di Deborah girava per lo sforzo di stabilire in che modo il conoscere o il non conoscere dei parenti incideva sulle pretese che quella gente poteva legittimamente avere su di lei, poiché era arrivata a considerare quella visita come un dovere. E poi le campane del convolvolo avevano cominciato a sbadigliare e lei guardò la prima riavvolgersi con cura a spirale fino a diventare un'asta aguzza che non tradiva niente del suo traboccante blu. "Dollie, bisognerà pensarci su. Ma è troppo freddo per me qui fuori." Non aveva chiesto consigli a Dollie; aveva solo parlato della sua indecisione. Ma se solo avesse dato retta a Dollie, che dopo tutto era una persona di buon senso, una vicina su cui poteva contare, anche se suo marito era uno sbevaccione buono a nulla. Avrei dovuto restare zitella come te, diceva a volte Dollie per l'esasperazione, ma Deborah capiva quanto la parola zitella le facesse male al cuore, perché rigirava i resti del caffè e trangugiava il tutto in un sorso mentre si alzava, e con quel tantino di raucedine nella voce diceva: "Devo andare a preparare il bredie al vecchio". Oppure erano i calzini, o gli stivali, o le robe da stirare e perfino lei, la zitella, sapeva che quello non era il peggio che una donna dovesse fare. Lei che aveva lavorato per anni nelle case dei bianchi sapeva più di quello che la gente pensava. C'erano state due lettere. La prima solo di presentazione. Una certa signorina Sarah Lindse, di un ramo spurio della famiglia aveva rintracciato lei, una prozia, nell'intento di controllare il legame familiare e, con una precisione da Antico Testamento, aveva sbrogliato le linee di discendenza in un albero ordinato che Deborah trovava difficile decifrare. I coloured ai suoi tempi non erano granché istruiti, ma lei sapeva a memoria la Bibbia e non c'era istruzione migliore al mondo che conoscere la Bibbia dall'inizio alla fine. Tuttavia, un bel po' di nomi su quei rami

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==