Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

occhiata un po' troppo penetrante, che mi fossi sentito proclive a gettare, poteva benissimo esser giudicata impertinente dalla degna signora lì seduta, nei cui confronti nutrivo il più sincero rispetto. - Descrivici il vestito - mi chiederete. Mi mancano i dati tecnici che sarebbe opportuno avere, ma dirò che non era di quelli in cui una bretella attorno al collo sembra sorreggere l'equilibrio delle sfere, per usare il linguaggio cosmologico, e nel quale il panorama delle spalle è come l'ampio scenario vuoto, roseo e dorato che attende gli oggetti e le figure con cui il pittore lo popolerà, scenario in cui appena si sviluppa la presenza della luce, che rende iridescente una vaga peluria. Del resto, nella posizione in cui si trovava, con la schiena protetta dal sedile, quale utilità artistica avrebbero potuto avere le bellissime spalle di quella signora? E nemmeno era di quei vestiti adolescenti nei quali la testa sembra fluttuare come un fiore, emergendo dal margine del tessuto che contorna il collo e prosegue fino alle spalle - le spalle, il cui apice rimane scoperto-, cosicché le braccia paiono distaccarsi dall'insieme, separate come sono da una sottile e spumeggiante linea artificiale, e se ne vanno, le braccia! vaganti, autonome, scultoree e tiepide. Era, insomma, uno di quegli esemplari che l'uomo della strada ebbe un giorno a definire come "contumaci", dato che apparentemente non c'è niente che li trattenga, liberi come sono da maniche e bretelle, aderenti soltanto alla superficie carnosa sulla quale stanno posati. È un genere di vestito, questo, che comincia (o finisce) dove la dama vuole, dato che convessità e concavità del corpo non servono più a tenerlo. Se l'interessata vuole allungarne il collo a suo piacimento, può farlo, non c'è nessuna impossibilità tecnica. (Si sa che stecche leggere, e perfino busti di un nuovo tipo li sostengono dall'interno.) Nel presente caso, finiva nel posto giusto, proprio su quel limite oltre il quale l'umano sguardo rischia la vertigine, e, con questa, la perdita dell'allegria che accompagna la casta fruizione dell'occhio. Sì, era al limite. Ma quanto ci sarebbe da discutere sul limite delle cose! Non c'è statuto che lo stabilisca, e frequentemente è soltanto una riserva mentale che ce lo impone. Con un sorriso, l'elegante signora s'indirizzò a me con questa frase che non significa niente, e nemmeno richiede una risposta adeguata: - Come va? Domanda a cui non seppi, o non potei, rispondere. Stavo ruminando il problema del limite, non meno delicato di quello del significato delle cose. Certo, c'è un limite che non si deve oltrepassare; ma, in questo caso, non sarebbe più prudente impedire l'idea di oltrepassarlo difendendo ciò che si difende meglio col riserbo che con l'esibizione? No, mormorò in me il moralista. Senza opportunità non c'è responsabilità. Bisogna vedere e non vedere, sentire e non sentire, bisogna scegliere, bisogna dimenticare. Solo ciò che si mostra permette di metterci alla prova e di giudicarci. E così mi ritrovavo prigioniero del circolo chiuso di queste interrogazioni, sì, un circolo, dolce linea sensibile ... - Come sta?- ripeté, gentile, la mia compagna di viaggio. Fu allora che pronunciai queste parole, apparentemente prive di qualsiasi connessione con l'oggetto della premurosa domanda: O Courbes, méandre,I Secrets du menteur,I STORIE/DRUMMOND DE ANDRADE Est-il art plus tendre/ Que cette lenteur? La stimabile signora, che aveva letto Paul Valéry, riconobbe al volo lamia citazione: -Sta facendo degli esercizi di memoria? Al che risposi: - Sto bene. E lei come sta? La risposta, un po' banale, arrivò in ritardo, ma in tempo per spezzare la penombra delle mie elucubrazioni, e costituiva pur sempre un inizio di conversazione, nella quale la salute, il tempo, il cinema e i concerti del Municipale possono lentamente agglomerarsi e diventare una ragionevole base per l'attraversata della città. Ebbi l'impressione di sentirla rispondere che non andava niente bene, perché un gattino siamese tanto affettuoso, e un cocktail ali' Ambasciata della Bolivia e non so quali altre circostanze s'erano frapposte fino a renderla molto preoccupata; nella conversazione spuntò perfino un elettrocardiogramma, di chi? Era mio dovere chiederlo, ma anch'io, ero nelle condizioni di preoccuparmi delle ondulazioni di un enigmatico grafico, che avrebbe anche potuto essere, chissà, di un gatto? L'autobus correva, il sorriso, dopo essere scomparso, tornava a librarsi, proseguiva la meditazione poetica, prima interrotta: sulle curve -1' autobus ci scagliava ora a destra ora a sinistra - e il cristallo dei versi si frantumava tra iati di molle stridenti. Ad uno scossone più forte, le caddero a terra borsa e guanti. Si chinò, e pure io mi chinai per raccoglierglieli, senza grandi rischi, d'altronde, anche se era piccola la zona di manovra a disposizione. Ma ... Dures grenades entr' ouvertesl Cédant à l' excès de vos grains, le crois voir des fronts souverainsl Éclatés de leurs découvertes! Pensai o dissi questa strofa? Rimase sospesa tra la regione mentale e la parola. Ma appariva evidente che le suggestioni e le visioni che quel momento provocava in me si dirigevano verso la memoria della poesia, verso nuove visitazioni di vecchi versi. Ogni forma d'arte ne richiama un'altra, e tutte si completano. Seguì, come vuole l'ordine naturale di simili conversazioni, il commento circa la scomodità dei trasporti urbani, e qualche breve aneddoto, che non implicasse il ricordo di incidenti. Ma, verità vuole che lo confessi: l'esaltazione lirica escludeva qualunque disposizione ad una chiacchierata di circostanza, ed essa stessa, l'esaltazione, poteva durare ben poco in un frangente che esigeva da me, allo stesso tempo, equilibrio fisico, buona educazione, sguardi discreti, capacità di sublimazione, alto controllo emozionale. Ora non ricordo più cosa mi disse dalla periferia fino al centro, quella fine, graziosa e rispettabile signora di mia conoscenza; né cosa le risposi; e nemmeno ciò che può aver pensato di me (m'avrà trovato appena un idiota? sarebbe il giudizio ideale in un'occasione del genere). Ma confesso che questa mi è parsa la conversazione più straordinaria tra quante, fino ad oggi, io abbia mai avuto con signore di mia conoscenza. Scusatemi, se non la trovate nemmeno una conversazione. da Contos de Aprendiz, 1951 63

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