Linea d'ombra - anno XI - n. 84 - lug./ago. 1993

ILCONTESTO l'aria e lo spirito di chiunque sia qui stamattina". - Palermo, 25 maggio '92. "Come un velo di spettri, una coltre afosa e opaca grava su Palermo. Da qualche parte, su in cielo, brucia un sole nascosto. È un giorno caldo e fosco, senza trasparenza. È il giorno dell'ira e della maledizione. Che siate maledetti, voi, assassini di mafia, ripugnanti e vili. Lo grida una folla di giovani, donne, anziani e bambini. Lo gridano gli agenti, in divisa o in borghese, che levano i pugni e le voci, con facce stravolte e occhi gonfi di pianto. La città mostra una voglia vorace di cambiamento. Il municipio occupato, la giunta assediata, il procuratore Giammanco che subisce il furor di popolo e degli agenti. E la torrida piazza di nuovo affollata, oggi, in morte di Paolo Borsellino e della sua scorta". - Palermo, 21 luglio '92.) È una rivoluzione di centro, quella italiana, nel senso che di sicuro non è un sommovimento di classe, su un programma di redistribuzione del reddito e del potere tra le classi (quindi, o di destra o di sinistra in modo limpido). Ma proprio i nomi di Falcone e di Borsellino, e i loro destini, ricordano che non si tratta comunque di un passaggio indolore. Come pure le nuove bombe di Roma e di Firenze, e le stragi tentate o riuscite, confermano. Come conferma la resistenza del ceto politico e del ceto parlamentare in particolare a rimettersi al giudizio sia della magistratura sia degli elettori. La vicenda dell'autorizzazione a procedere contro Craxi negata dal voto della Camera è veramente rivelatrice, a questo proposito, e in molti sensi davvero emblematica. Quel voto, che la sera del 29 aprile scorso sembrava soltanto un errore o l'effetto di un residuo d'arroganza, a distanza è leggibile come il frutto di un vero sentire, un atto di sincera convinzione della più parte della Camera che l'abile discorso di Craxi ha trascinato allo scoperto, vincendo ogni calcolo di opportunità. È stato, quel voto, la più fedele radiografia del ceto politico attualmente ospitato in Parlamento, compresa quella parte che ha votato per Craxi strumentalmente e, diciamo, machiavellicamente-cioè per sabotare il governo Ciampi e puntare alle elezioni anticipate, soprattutto cioè leghisti e missini. ("Il primo voto favorevole a Craxi provoca uno scoppio d'ira, replicato quattro volte, fino all'esplodere del tumulto finale. La vecchia maggioranza, il vecchio regime fa quadrato intorno a uno dei suoi Capi, certo il più combattivo. Una buona parte lo fa per istinto e per vocazione. Un'altra parte perché riconquistata dal discorso di Craxi e dal lavorìo precedente dei suoi uomini - 'Abbiamo lavorato molto in questi mesi ...' dice uno di essi. 'Un uomo così.~. andarsene così...' dice malinconico l'on. Borgia, socialista. 'E proprio uno con le palle' dicono a De Michelis. 'No. Uno con la testa' replica l'ex vicesegretario. Al bagno, mentre si sciacqua la faccia, l'ex ministro De Lorenzo ribadisce: 'I coglioni ci sono quelli che li hanno e quelli che lo sono'. Nostalgia di Craxi, dunque, che motiva gran partè dei voti contro i giudici milanesi. Ma i conti comunque non tornano. Nelle votazioni decisive, relative alle imputazioni più gravi, qualcuno si è aggiunto ai sostenitori di Craxi, dall'opposizione, strumentalmente. Questo non cambia niente per quel che riguarda la stoffa morale e politica dei partiti e degli uomini del vecchio regime, la loro protervia. Ma semina dubbi pesanti e foschi sui giochi pericolosi che nella transizione al nuovo si stanno preparando" - Roma, 29 aprile '93.) Scrivo queste note, sfogliando appunti, il giorno in cui si tiene a Milano, Torino e altrove il ballottaggio tra i possibili sindaci. Naturalmente, tutti gli occhi sono puntati su Milano. È lì che si vedrà se gli interpreti più visceralmente centristi della "rivoluzione di centro" riusciranno a conquistare la leadership della più importante città del nord Italia. Sono sfidati da una coalizione di sinistra, ampia, unita nel nome di Nando Dalla Chiesa. Si sfidano, cioè, la base di massa, elettorale, del cambiamento in corso, quella che ha 4 svuotato l'elettorato democristiano e socialista del nord e ha di sicuro agevolato il lavoro dei magistrati di "Mani Pulite", e alcune delle persone e dei gruppi - non direi "dei partiti" - che quel cambiamento hanno preparato lavorando duramente, rischiosamente, spesso in solitudine, per anni. Si può dire con certezza che dietro le inchieste ora vincenti dei magistrati che hanno scoperchiato Tangentopoli non c'è mai o quasi mai un esposto o una denuncia o una contro-inchiesta politica o giornalistica di qualche leghista e c'è sempre o quasi sempre il lavoro di qualcuno come Nando Dalla Chiesa o come Basilio Rizzo, Paolo Hutter o altri ancora provenienti dalla società civile, dalla sinistra o anche dalla destra intransigenti, o dall'ambientalismo. Mai dal leghismo. Eppure è la Lega - oggi, stasera, 20 di giugno 1993,puòessereMarcoFormentini aMilano -a raccogliere elettoralmente e quindi politicamente i frutti maggiori del "nuovo", a riceverne il vento nelle vele. Sarà dunque Umberto Bossi a qualificare nei contenuti e negli obiettivi, nel linguaggio e nello stile, l'Italia del post-rivoluzione di centro? Non è affatto ovvio che vada così, come dimostrano diverse realtà proprio in questa tornata elettorale amministrativa. Ma può accadere, con effetti che potrebbero anche non essere quelli peggiori paventati da molti che temono il "regime leghista" ma che certamente non corrisponderanno alle attese e alle speranze, agli obiettivi di chi ha puntato in questi anni non solo a liberarsi dalla corruzione e dall'inefficienza ma a nuovi orizzonti di solidarietà, di tutela dei diritti, di salvaguardia dell'ambiente e del territorio. Insomma, la "rivoluzione di centro" può trovare un compimento davvero fecondo prolungandosi in una trasformazione della politica che ne qualifichi obiettivi e progetti secondo quanto di veramente innovativo ha prodotto la nostra storia recente: non la deregulation selvaggia che vuole Bossi, ad esempio, ma leggi chiare, quadri normativi certi che disciplinino finalmente questioni decisive come il regime dei suoli e l'uso del territorio, la crescita delle città, il prelievo fiscale, l'assistenza sanitaria, le politiche di tutela delle fasce deboli e del lavoro - per dirne solo alcune. Su questo versante la Lega è rimasta finora nascosta dietro slogan oggi troppo facilmente popolari (come la polemica antistatalista e antiromana). Se governerà, andrà sfidata proprio su questo, sulla capacità di rispondere, dal suo "centrismo" estremista, a bisogni e domande di una società stratificata e differenziata come quella che ha prodotto il "nuovo". È una sfida, beninteso, che si può vincere anche prima, cioè arrivando al governo locale o nazionale prima della Lega. Può accadere, qualunque sia il risultato odierno di Milano (anche se, vincendo Formentini, l'abbrivio della Lega sembrerà quasi irresistibile ...). La Gega, ma anche i tentativi di resistere torbidamente al cambiamento, si possono sconfiggere se coloro che hanno lavorato in questi anni alla fuoriuscita dagli orridi "anni Ottanta" e dalla loro ideologia e pratica, coloro che hanno cercato il nuovo a sinistra, nell'ambientalismo, nel volontariato, nelle professioni, nei gruppi di base, nell'impegno culturale, nei movimenti civili e sociali che ricorrentemente hanno increspato la superficie luccicante di oro falso di questi anni, se tutti costoro sapranno guardare anche ad altri. Non alla "gente comune", indistinta e spesso orrenda, davvero "gentaglia comune", come la chiama Altan, bensì ad altri più selettivamente individuati, intransigenti e puliti anche se "diversi" socialmente e per formazione. A persone come Falcone e Borsellino, per intenderci ~ uomini di centro o addirittura conservatori, ma persone forti, ragionevoli, affidabili - e ai loro simili, preservati da un destino così tragico ed eroico, e tuttavia disponibili, nella vita quotidiana delle nostre città edi questo paese, a partecipare a un possibile progetto di indirizzo e di gestione della vita collettiva, a una possibile maggioranza democratica che sia in grado di assumersi limpidamente, sulla base di un patto preciso, la responsabilità delle cose e dei destini comuni.

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